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Leggendo ci si allontana dal mondo per comprenderlo meglio <°((gaetano~vergara))°>


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domenica, 15 novembre 2009
 
Un verso prolungato e stridente

Quando sentii quel verso prolungato e stridente pensai che si trattasse di un bambino che imitava l’ululato di un lupo per mettere e mettersi paura, o solo per gioco, come se volesse provare la forza e la tenuta delle proprie corde vocali. Questo o cose simili, pensai, e mentre pensavo, non riuscii a trattenermi dall’aprire quella porta.
Mi azzannò sul collo prima che potessi rendermi conto che non avrei dovuto aprirla, quella porta, e a pensarci bene non avrei dovuto neanche stare a rimuginare tutte quelle sciocchezze, dopo aver sentito quel verso prolungato. Sicuramente avrei fatto meglio a tapparmi le orecchie e andarmene per la mia strada, ché lo diceva anche la buonanima di mio nonno che chi si fa i fatti suoi campa cent’anni e non rischia di diventare un lupo mannaro in una storia strampalata senza capo né coda. Ma ormai era troppo tardi. Meglio, forse, che fossi morto sul colpo, di crepacuore, prima che rimanessi segnato a vita, pensai. In fondo, la morte non deve essere così brutta, pensai, un’esperienza unica, pensai, solo che dura troppo a lungo e non hai nessuno a cui poterla raccontare. O almeno così sembra alla maggioranza di quelli che sono vivi e restano persuasi che quelli che se ne sono andati dormano un sonno lungo e stridente come un ululato.

Un attimo dopo (che è una di quelle cose che si dicono così per dire e si scrivono così per scrivere), un attimo dopo, dicevo/scrivevo, pensai che “un sonno lungo e stridente come un ululato” era un’immagine metaforica che non c’entrava niente, pensai, era solo che mi stavo facendo influenzare da quel verso prolungato e stridente, e per questo tutta la mia vita sembrava incentrata su quel momento, quel maledetto momento in cui avrei fatto meglio a tapparmi le orecchie, o a nascere sordo, se questo fosse stato nella sfera delle mie possibilità, pensai. E così mi trovai impegolato nella questione dei limiti, che è una delle più limitanti tra le tante che limitano l’azione umana e anche il pensiero (il che non è affatto poco, se si considera che ci sono alcuni che si ingannano e ci ingannano sostenendo che il pensiero umano non è soggetto a limitazioni di sorta).

Mentre ero tutto immerso in queste cogitazioni, mi venne un’improrogabile voglia di buttarmi in strada e azzannare qualcuno. Quella voglia ebbe immediatamente la forza di dare nuovo senso alla mia esistenza e cominciai a sentire il fascino della mia nuova vita.
La luna illuminò la tua nuca mentre ti giravi lenta nella direzione del mio balzo allupato.
Il resto lo sai e non sprecherò tempo e fiato a raccontartelo, ché ora è l’ora di trovare carne fresca da morsicare.

Vedrai, vedrai che sarà bello anche per te affondare i denti nella pelle e sentire in bocca il sapore del sangue ancora caldo. E ti verrà voglia di ululare. Anche se dopo resterai delusa, perché sempre e comunque alla fine…, beh, sì, alla fine non ti resterà più un maledetto niente. Niente. Niente di niente.

 

postato da aitan | 12:38 | Permalink | commenti (14)





venerdì, 23 ottobre 2009
 
Dialogo umorale in 2 colori e 3 camicette


- E va be’, se proprio vuoi, usciamo. Ma…, che dici, mi metto la camicetta gialla o quella fucsia che comprammo insieme a Terracina?

- Che ne so, fa’ comme vuo’ tu.

- E dai, non cominciare a fare lo scorbutico… La gialla o la fucsia?

- Nun ‘o saccio, t’aggio ditto ca nun ‘o saccio e nun ‘o saccio.

- …

- E ja’, nu’ ‘ffa chella faccia, mo’…

- …

- ‘A gialla, ja’, ‘a gialla… pure pecché ‘a gialla…

- Ma dai, no… Perché la gialla? E’ così carina la fucsia. La verità è che tu non l’hai mai sopportata quella camicetta fucsia. La verità è che tu non sopporti come mi vesto…

- Ma comme? Tu primma vuo’ sape’ 'a me che cammisa t’e mettere e po’, appena t’o dico, me faje ‘sta piazzata? Ma tu che vvuo’, che caspita vvuo’ a me?

- Tu non capisci, tu non capisci… Io non sopporto che abbiamo gusti così differenti. Io non sopporto che tu mi tratti con tutta questa indifferenza e non sopporti i miei gusti.

- Ma che vvuo'? Ma che cazzo staje dicenno?

- Che dico? Che dico? Dico che non mi capisci..., che non mi rispetti... Ecco! Io, se faccio certe domande, è perché vorrei sentirti vicino, vorrei che fossimo più in sintonia, vorrei che corrispondessero di più i nostri gusti, che avessimo gli stessi desideri…

- E no, a ‘mme, invece, me piace quanno doje persone rummanneno ognuno ca capa soja, eppure se vonno e se vonno ‘bbene.

- No, no, no…, io questa cosa non la sopporto … Tu non vuoi bene a ‘mme. Tu insegui un tuo sogno, cerchi un amore irraggiungibile che superi tutto, che faccia cadere le barriere, che annulli le differenze. Io, invece, voglio che tu ami me, proprio me, per come sono, per le cose che mi piacciono e per quello che detesto.

- E mo’ chesta addo’ l’e sentuta, int’a ‘na telenovela o int’a uno ‘e chelli vajassate ‘i chillu mascuolne da mugliera 'e Mauriziocostanzo.

- No, eh, non cominciamo con la De Filippi, ora…

- Va bbuo’, niente De Filippi, niente televisione, stuto tutto cose e me ne vaco. Tu viestete comme vuo’ tu, jesce cu chi vuo' tu, che tanto cu tte nun se po’ parla’.

- Ah, questa è bella, mo’ sono io quella con cui non si può parlare.

- …

- …

- Ma comme si bella quanno te 'ncazze!

- Ma, veramente…?

- Viene cca, nun ffa' 'a scema!

- …

- Siente a 'mme, ma pecché nun ce stammo tutte e duje accucculate uno vicine 'a n'ate, ca televisione stutata, azzeccate azzeccate; e pe’ tramento tu te lieve pure chesta cammesella janca…

- Ma come… non mi ti piace neanche questa, ora?

 

postato da aitan | 21:00 | Permalink | commenti (24)





mercoledì, 23 settembre 2009
 
Pale Cruelty

...perché ogni guerra è una guerra civile

Quando ci accorgemmo che le corde dei nostri archi sfregate con i crini tesi di cavallo avevano un suono più dolce e avvolgente del dolce canto di Luptwak, deponemmo l'ascia, imboccammo il calumet e facemmo l'amore e non la guerra.

La formica lavora in primavera mentre canta la cicala, e in inverno si rintana al caldo e mangia il grano. Affamata e infreddolita, la cicala canterina chiede pane ed offre canto. La formica la lascia entrare e spezzano la monotonia del focolare e la fame dell'inverno facendo l'amore e non la guerra.

Le nostre squaw amarono l'uomo del sesto cavalleggeri e noi le loro donne. Ma loro continuarono a fare la guerra e ci sterminarono strombettando e sproloquiando mentre noi cantavamo sulle corde dei nostri archi e le cicale e le formiche facevano all'amore e mai alla guerra.

[1991]

 

postato da aitan | 10:45 | Permalink | commenti (6)





lunedì, 14 settembre 2009
 
Disamoroso apologo
(raccontino u-morale e sfiiduciato)


- A volte vorrei essere un altro. Ma poi resto sempre quello che ero…, quello che sono.
- …
- Insomma, io ti voglio bene, ma mi sono anche rotto le palle.
- E già, vedessi io, bello mio!
- …
- Io ti ho sempre voluto bene, t’ho sempre voluto…, ma lo sapevo, lo sapevo che non c’era da fidarsi, che non saresti cambiato mai, che non ti saresti mosso di un passo. Mannaggia, non mi dovevo affidare a te. Non mi dovevo fidare della prima impressione.
- Ma no, cosa dici? Che caspita c'entra la fiducia, ora? Queste sono cose della vita, le solite cose che capitano ai vivi prima di morire, prima che si arresti il cuore… Perché bene o male si finisce sempre così, con un arresto cardiaco… E tu sempre a sbatterti inutilmente e a fracassare i coglioni. Come avessimo tutto il tempo davanti, come se fossimo immortali…
- Ma che cazzo dici? Di che caspita parli?
- Stai calma, stai calma; misura le parole che poi…
- Ma va un poco a fare in culo da un’altra parte, brutto stronzo.
- E io solo questo volevo sentirti dire, cretina che non sei altro. Me ne vado, me ne vado, è certo che me ne vado.

Malgrado queste parole che sembravano di reciproca rottura, malgrado le porte sbattute e le telefonate bruscamente interrotte, di lì a qualche giorno lui sarebbe cambiato per far piacere a lei, lei avrebbe fatto di tutto per compiacere lui. E cambiando cambiando, cambiando lui, cambiando lei, avrebbero finito per non incontrarsi mai. Come sembra che capiti a tutti. Più o meno.

 

postato da aitan | 22:21 | Permalink | commenti (30)





domenica, 30 agosto 2009
 

C’è gente e ci sarà

C’è gente che non ha neanche gli occhi per piangere; io ho questa casa in cui mi sposto di stanza in stanza nelle calde notti di agosto in cerca di refrigerio. C’è gente che non ha avuto niente dalla vita; io ho avuto tante occasioni da sprecare e sono salito e sceso da tanti treni da confondere una stazione con l’altra e non sapere più dove mi trovo e dove mi perdo. C’è gente che soffre, c’è gente che s’offre, c’è gente che non sa nemmeno contare fino a tre e gente che non conta niente; io, invece, so contare in tante lingue da non riuscire nemmeno a contare in quante lingue so contare e in quante cantare, per quanto stonato. C’è gente, tanta gente, che non leggerà mai queste parole e per loro non cambierà niente, e c’è anche gente, poca gente, che invece le leggerà queste parole, e per loro niente cambierà ugualmente.
Ci sarà gente, forse ci sarà gente che si chiederà perché s’è fermata a leggere che c’è gente e c’è gente, e quando saranno arrivati qui io non potrò fare niente per risarcire il tempo che avranno perso a leggere tutto questo nulla intriso di niente.


Oggi la battaglia per la ricerca di attenzione è più accanita che mai. Sembra che ormai ognuno produca i suoi propri racconti. Non narrano più solo gli scrittori di professione, quelli che pubblicano, quelli che perfino vivono della loro scrittura. Oggi raccontiamo e ci raccontiamo tutti, attraverso e-mail, blog, sms, tumblr e social network, e la battaglia per la ricerca di attenzione si è fatta più accanita che mai.
Eppure, tante volte, ci risulta facile suscitare l’interesse dei nostri interlocutori parlando di niente, parlando del niente che tutti condividiamo.


 

postato da aitan | 22:29 | Permalink | commenti (32)





lunedì, 17 agosto 2009
 

GetXo, Vizcaya, Notte
(con appendici del 19 e del 24 agosto)
 

Getxo, Vizcaya, Playa Ereaga - foto di (c)(c) gaetano aitan vergara, agosto 2009

La mattina del giorno dopo si svegliò di soprassalto, volse gli occhi al cielo e vide che non c’era più nemmeno una stella.
Pensò che fossero cadute tutte mentre dormiva e si rammaricò per la sfilza di desideri che non aveva fatto in tempo a recitare.
Il resto dell’anno l’avrebbe passato ad aspettare il X Agosto a venire.

piccola appendice vizcaina
11-19 Agosto: Bilbao – Napoli via Vibrisse

Seguendo un'iniziativa pseudo-ludica e pseudo-letteraria promossa su Vibrisse, ho mandato una cartolina da Bilbao a Giulio Mozzi.
Oggi è stata pubblicata sul Bollettino di Vibrisse.

Volendo, ne potete vedere qui il fronte e il retro, e poi, magari, potreste anche perpetrare il gioco con vostri contributi da inviare a Giulio Mozzi, via Giuseppe Comino 16/b, 35126 Padova.

Appendice del 24 Agosto
(Che ormai sta diventando una specie di abitudine che le cose le scrivo prima di getto sul tumblr e poi le copincollo qui.)

Getxo - Drago di Sabbia - by gaetano aitan vergara, 2009

Questo drago di sabbia è opera di un migrante magrebino che si guadagna da vivere aspettando che i passanti si fermino a guardare e lascino qualche moneta in segno di consenso.

(Io gliel’ho lasciata volentieri, pensando che poi avrei fatto vedere la foto ai miei nipoti e avrei spacciato quella scultura di sabbia come opera mia. Ma poi non ho avuto il coraggio di mentire e attribuirmi il sudore e la maestria del lavoro altrui. Così, ora lo voglio dire pure qui, pubblicamente, che l’ha fatto Moh questo dragone qua. Che poi, a pensarci bene, non sono nemmeno sicuro al cento per cento, che l’abbia fatto proprio lui, da solo. A dire il vero non posso nemmeno dire che Moh lo abbia fatto in compagnia di qualcun altro, questo bel dragone qua. In verità, potrebbe anche non essere affatto un frutto del suo lavoro. Quello che so è che lui era lì, il migrante, fermo accanto alla scultura con un barattolo di latta sulla sabbia, e la gente gli lasciava qualche monetina, e anch’io gliene ho lasciata una, ma questo l’ho detto già.)


postato da aitan | 12:21 | Permalink | commenti (14)





sabato, 01 agosto 2009
 

Preghiera dei miei vent'anni

Mioddìo, come è possibile che un uomo possa avere tanti interessi e così poco tempo per seguirli?
La durata della vita di una persona dovrebbe essere proporzionale ai suoi interessi: durano gli interessi, duri la vita; si esauriscono gli interessi, si esaurisca la vita; così, automaticamente, senza parole finali e immediati preavvisi.
Diomìo, io non so se esisti, ma se non sei troppo impegnato a fare l'indifferente altrove, dammi un segno concreto della tua presenza, anche perché, se oltre ad esserci sei pure onnisciente come ti raccontano, già sai che io solo cose concrete percepisco e capisco.

Come vedi, non ti chiedo il sole anche di notte, squilli di trombe e tocchi di campane che risuonino nel deserto. Non ti chiedo neanche di rendermi immortale o todopoderoso. Ti chiedo solo di mantenermi in vita fino all'esaurimento dei miei interessi e del mio interesse per la vita. Ecco tutto, e grazie per la cortese attenzione.

(due giorni più tardi), storditi ancora, quasi inerti: e pensare (dissi)
che noi (quasi piangendo dissi); (e volevo dire, ma quasi mi soffocava,
davvero, il pianto; volevo dire: con un amore come questo, noi):
un giorno (noi); (e nella piazza strepitava la banda; e la stanza era
in una strana penombra);
    (noi) dobbiamo morire:


da Edoardo Sanguineti, Purgatorio de l'Inferno, 1960-1963, 8

 

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mercoledì, 22 luglio 2009
 

Prima di sbattere la testa

Prima di sbattere la testa sullo spigolo del tavolo, il bambino si arrampicò sulla sedia. Si arrampicò sulla sedia, il bambino, e appoggiò saldamente le mani sul ripiano per sporgersi sullo specchio d'acqua che sormontava il tavolo. Voleva vedere da vicino quel mondo fluido e variopinto, il bambino. Voleva vedere tutte quelle alghe che fluttuavano nell'acqua e il pesce rosso che avevano comprato al mercato. Per lui, per il bambino, il mondo liquido e variopinto che si parava davanti ai suoi occhi attoniti era più interessante, più vivo, più vero di tutte le figure che si muovevano al di là della scatola di plastica davanti a cui trascorreva pomeriggi lunghi e solitari.

Si fermò a guardare ogni lento movimento dell’acqua, il bambino, e i suoi occhi sorridevano compiaciuti di tanta fluida bellezza.
Se i suoi genitori l’avessero potuto vedere sarebbero stati contagiati da un'ondata di felicità. L'avrebbero visto soffiare con tutte le sue forze, i suoi genitori, mentre a fior d’acqua si formavano crescenti anelli concentrici; e lui, il bambino, si compiaceva di quella sua capacità di cambiare il mondo.
Per i due pesci quella fu una ineluttabile sciagura, una bufera, un inatteso maremoto.
Per lui, per il bambino, quello era il preludio della fine.


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venerdì, 26 giugno 2009
 

Ri-flessione sulla penna caduta

La penna gli cadde di mano perpendicolare al pavimento, la punta dritta sul marmo come un sasso lanciato da un cavalcavia. La penna gli cadde come un dardo del destino che gli impedì di mettere su carta i suoi pensieri. La penna, la penna cadde all’improvviso, bloccando sul nascere tutto il mondo che gli sarebbe potuto emergere dalle dita in quel momento. La penna, la penna cadde giusto allora che sentiva crescere dentro di sé l'urgenza di trasformare in scrittura il groviglio di sentimenti che gli si avvolgeva intorno all’interno.

Cercai di prenderla da terra stendendo il braccio in tutta la sua estensione. E mentre allungavo la mano sentivo già i miei pensieri spargersi al suolo, mischiando le parole alle parole; e vedevo accavallarsi le frasi e i sensi del mio ragionamento.

Mento.

La penna era già a terra, quando ho cominciato a digitare queste parole che mi affiorano dalle punte delle dita come sassi che calano sul suolo di questa tiepida mattinata di giugno.

La penna restò lì, spiaccicata al suolo come un corpo morto, mentre l’uomo tornò a sognare il momento in cui non ci sarebbero state più pene, in questo mondo.
Ma era uno di quei sogni che si trasformano facilmente in incubi di bonaccia e pace eterna.
Molto meglio viver di pene.
In ogni senso.

 

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martedì, 16 giugno 2009
 

Confessioni di un orso cubano emigrato a Berlino

Aitan a Berlino in compagnia dell’Orso Cubano (c)(c) 2009

Di giorno faccio l’orso in uno zoo e me ne sto tutto il tempo a sognare ad occhi aperti; sogno di lavorare in un circo equestre, perché sotto il tendone i bambini stanno più lontani e non si sentono protetti dalle gabbie.

Di notte dormo, sperando di cadere in letargo, o di liberarmi da questa finta pelliccia e di correre nudo in riva al mare come se fosse sempre primavera.


postato da aitan | 19:31 | Permalink | commenti (24)





venerdì, 05 giugno 2009
 

Cronaca locale

Io sono qui che scrivo, scrivo e mi chiedo dove andremo a finire, intanto che a pochi metri dal mio piccì Luigi Cesaro, cavallo vincente del piddielle provinciale, parla al suo popolo insieme a una ciurma di politicastri locali riciclati da centri e sinistre. La ministra Carfagna, annunciata sui manifesti come una diva in tournée, non è potuta venire. La gente maschera la delusione seguendo la traiettoria dei fuochi d’artificio che ora rimbombano nella piazza. Tra i botti, qualcuno grida Viva Berlusconi, viva la libertà. Nell’aria scroscia una caterva di applausi, mentre a me mi si scrosciano i maroni.
Pensavo che non se ne facessero più di comizi, pensavo bastassero le televisioni e i porta a porta.

Si sta chiudendo la campagna elettorale, questi sono proprio gli ultimi fuochi. Il comizio è un comizio alla vecchia maniera, molto gridato e pieno di avverbi che finiscono in mente, mente, mente. Per un attimo mi affaccio alla finestra per aggiungere qualche immagine al sonoro: la gente in piazza è poca. Ormai il popolo vota, li vota massivamente (mente, mente, mente), ma non sa nemmeno più perché; seguono il flusso, il mandriano del gregge, quello che la spara più grossa.
E' una vecchia storia, e io non so come andrà a finire né vedo vie di uscita. 

Provo a distrarmi ripensando a un articolo che ho letto sul Corriere: David Carradine è morto, ieri, alla veneranda età di settantatré anni, per un gioco autoerotico. (Bondi, invece, è vivo e fa il ministro della cultura di questo scalcagnato paese). L'attore è stato trovato con una corda intorno al collo ed una intorno ai genitali. (El País stamattina ha pubblicato cinque fotine di Villa Certosa; la più cliccata mostra un cazzo eretto e una faccia oscurata). Le due funi calavano da un attaccapanni. L’hanno trovato in una stanza di un lussuoso albergo di Bangkok.

Ecco, a me piacerebbe tanto averci un presidente settantatreenne che fa giochini autoerotici con corde e attaccapanni in una camera d'albergo.
Mi piacerebbe tanto avercelo, avercelo, avercelo, e non avercelo più.
Ma so bene che nemmeno questa sarebbe una via di uscita e continuo a chiedermi dove andremo a finire, mentre la folla si allontana dalla piazza, Cesaro si prepara a raggiungere un altro comizio e io penso che, ovunque sia, ovunque andremo, mi piacerebbe portare con me un grappino, una chitarra e un paio di amici.

Cliccando qui potrai leggere
qualche breve approfondimento
di cronaca nazionale e internazionale

 

postato da aitan | 23:33 | Permalink | commenti (20)





venerdì, 15 maggio 2009
 

La bicicletta rossa

Tornò nella casa dove era nato, si mise a letto e trovò lì, intatti, tutti i sogni di quando era bambino. Dopo un attimo di esitazione, scelse quello della bicicletta rossa e non la smise più di girare tra mobili, soffitti e suppellettili.
Dall'ufficio lo chiamavano al cellulare, ma lui non rispondeva, perché a quei tempi non c'era il cellulare, e nemmeno Berlusconi. Cioè, non è che non ci fosse, Berlusconi, ma credo che costruisse solo caserme e palazzi, limitandosi a governare cantieri edili e comitive di pianisti di pianobar e animatori turistici. Forse non ci crederete, ma a quei tempi la televisione aveva solo due canali e, per passare dal secondo al primo o dal primo al secondo, ti dovevi alzare e dovevi schiacciare un bottone che faceva un gran rumore. Lo so, lo so, anche questo vi sembrerà strano, ma quando sull'altro canale cominciava una trasmissione nuova, appariva in basso a sinistra un grande triangolone bianco, e se ci mettevi il dito sopra, non succedeva un bel niente, perché quegli apparecchi non erano sensibili al tatto, e anche grandi e piccini sembravano essere molto meno sensibili ai caroselli, in quei lontanissimi tempi là. Ma forse, a pensarci bene, non è del tutto vero che si era meno sensibili a quella decina di minuti di sarabande e pubblicità; perché io mi ricordo bene che ci ritrovavamo tutti riuniti, alle nove in punto, per sentire di Giò Condor, olandesine volanti e rossi antichi; per quanto poi, siparietti a parte, di pubblicità e propaganda ne girasse molto meno, in quei tristallegri tempi là. Giravano, invece, molte biciclette, e a me pare di rivederne una rossa con cui mi addentravo tra mobili e suppellettili e progettavo sistemi infallibili per far risalire le sue ruote gommate lungo finestre e pareti e gironzolare sulle soffitte e sui tetti. Avevo grandi sogni, ai tempi di quei caroselli, ma il più bello era quello di pedalare giorno e notte col vento in faccia alla luce del sole e della luna.
Va be', sto divagando: questa è un'altra storia, e anche quella sembrava essere un'altra storia, a pensarci bene.

-------------

Lo so che Carosello faceva alle 8 e 50 e non alle nove in punto come c'è scritto qua sopra. Ma la voce narrante di questo pezzullo si ricordava così e così ha scritto, magari anche per non appesantire ulteriormente quel già lungo e arzigogolato periodo di interruzione pubblicitaria. Questioni di stile. Mica cose da poco...


postato da aitan | 00:04 | Permalink | commenti (26)





mercoledì, 29 aprile 2009
 

Il casolare degli italioti idioti

E in mezzo a storiacce di corna sempre affilate, galletti arzilli, asini infoiati e papere stranazzanti, la fattoria degli animali italioti si distrae dalla crisi e dall'immondizia nascosta sotto i tappeti.
Ignari che il debito avanza, che la fama s'infama e che la fame cresce, i domestici animali del casolare restano a guardare a bocca spalancata il grande maiale travestito da re e sognano castelli, ville faraoniche, stalle e pollai ampliati di un tot per cento; ottenebrati narcotizzati e sedati come sono dall'influenza nefasta dei suini governativi, che crapulano e fanno i loro porci comodi tra il plauso generale di muli, capretti, capponi, zoccole e cani ammaestrati.

la belva (c)(c) gaetano aitan vergara - link alla belva animata

[con mille scuse al nobile regno animale,
ed, in particolare, al generoso maiale,
al nerboruto asino ed all'oca giuliva,
per il poco cortese accostamento
.]

postato da aitan | 16:14 | Permalink | commenti (22)





martedì, 10 marzo 2009
 

anarcolessi

sono di nuovo anarchico come quando avevo 15 o 16 anni e come allora mi sta bene qualunque regola, purché spiegata e condivisa da chi la esercita e da chi la subisce, come in una partita a carte giocata liberamente e senza costrizioni nella piazza del paese o sul tavolino dell'ultimo bar del porto con accanto due noci, pochi pensieri e una brocca di primitivo di quello buono, e quando si fa sera portatemi un pezzo di pane nero, un pugno di olive di gaeta e un quarto di porto baixo corgo invecchiato al punto giusto; ecco sì, ora sì, non potrebbe andar meglio di così e in questo momento non sento nemmeno più rancore verso chi ci toglie l'orizzonte e la speranza di un mondo diverso da questo, tanto, finché sono qui di fronte al mare con pochi amici e quest'odore di salsedine che ti parla di mondi lontani e piagge incontaminate, non esistono catene, legami, legacci o catenacci che ti possano stringere le caviglie e costringere i polsi; tanto, finché sono qui di fronte al mare col vento in faccia e i tuoi capelli al vento, non ci potranno essere bardature o bavagli che ti chiudono la bocca e imbrigliano i pensieri; tanto, seppure ti legassero mani e piedi e ti tagliassero a pezzetti, non potrebbero mai tenere a freno la folla di immagini e idee che non la smettono di ruotarti dentro neanche ora che cerchi di fermarne una per vedere dove vuole andare a parare; ma le idee e le immagini sono così, quelle non si fermano davanti a niente e nessuno e continuano a volteggiare, avvolgersi e fluire come se niente fosse, insieme con tutti questi refoli, reflui e rivoli di pensieri piuttosto in-voluti anziché no

(anzi, che noia)



il titolo di codesto post, aggiunto una settimana dopo la sua pubblicazione, si deve a un'idea di e.l.e.n.a. espressa in un commento al post medesimo


 

postato da aitan | 21:25 | Permalink | commenti (18)





sabato, 07 febbraio 2009
 

porche attese, poche muse, parche spese

Io credo che sia tra i bianchi che tra i neri
ci siano tanti stalloni senza personalità,
cerca nel mucchio il tuo compagno
scartando quelli più seri e più veri;
loro di certo si intonano al tuo bagno
ed allo stile onorato di questa società
che tu perpetui e io riempio di improperi.

No, basta, che brutti versi! E che palle la poesia! Vorrei cambiare mestiere. Vorrei andarmene in un posto in cui a nessuno sia dato immaginare che scrivo versi, che ho pubblicato libri, che ho vinto premi letterari e convinto la critica più criptica e i soloni più ritrosi e restii. Che palle la poesia! Vorrei non sapessero nulla di me, vorrei arrivare in un villaggio sconosciuto e vorrei che lì, da dietro le tendine delle finestre, tirassero a indovinare il mio mestiere e mi prendessero per un idraulico, un ballerino di salsa o un fantino (che ci ho pure il fisico esile e le gambe arcuate). Che palle, che palle la poesia, e come sarebbe bello se nessuno sapesse che mi guadagno da vivere scrivendo libri e diffondendo in giro articoli e recensioni che imbellettano, esaltano e stroncano i versi altrui (i quali, sia detto per inciso, peggiorano di giorno in giorno e di ora in ora, come capita ad ogni piè sospinto anche a me e a tutto il mondo intorno; ma questo neanche lo posso gridare ai quattro venti, perché far sapere in giro certe ovvie verità non è funzionale alla vendita dei libri e dei giornali e potrebbe fare tanto male al mercato della versificazione nazionale, che già di per sé non è che se la passi tanto per la quale)! Uffa, che palle la poesia, e che freddo spira tra verso e verso. Che palle e che fottutissima rabbia quando vai a letto con qualcuna e lei il giorno dopo vuole che tu lo metta in rima; e insiste come una squillo che ti presenta la sua parcella dopo essersi fatta il suo rapido bidet.

postato da aitan | 16:30 | Permalink | commenti (30)