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sabato, 01 agosto 2009
Preghiera dei miei vent'anni
Mioddìo, come è possibile che un uomo possa avere tanti interessi e così poco tempo per seguirli?
La durata della vita di una persona dovrebbe essere proporzionale ai suoi interessi: durano gli interessi, duri la vita; si esauriscono gli interessi, si esaurisca la vita; così, automaticamente, senza parole finali e immediati preavvisi.
Diomìo, io non so se esisti, ma se non sei troppo impegnato a fare l'indifferente altrove, dammi un segno concreto della tua presenza, anche perché, se oltre ad esserci sei pure onnisciente come ti raccontano, già sai che io solo cose concrete percepisco e capisco.
Come vedi, non ti chiedo il sole anche di notte, squilli di trombe e tocchi di campane che risuonino nel deserto. Non ti chiedo neanche di rendermi immortale o todopoderoso. Ti chiedo solo di mantenermi in vita fino all'esaurimento dei miei interessi e del mio interesse per la vita. Ecco tutto, e grazie per la cortese attenzione.
(due giorni più tardi), storditi ancora, quasi inerti: e pensare (dissi)
che noi (quasi piangendo dissi); (e volevo dire, ma quasi mi soffocava,
davvero, il pianto; volevo dire: con un amore come questo, noi):
un giorno (noi); (e nella piazza strepitava la banda; e la stanza era
in una strana penombra);
(noi) dobbiamo morire:
da Edoardo Sanguineti, Purgatorio de l'Inferno, 1960-1963, 8
mercoledì, 15 luglio 2009
Sull'ultimo PMJ
La XIV edizione del Pomigliano Jazz Festival m'è parsa un po' sbiadita. Magari ero io che ero stanco e un po' fuori fase. (Il fruitore influisce sempre sull'opera d’arte, soprattutto quando si tratta di musica. Le note, con tutte le loro innumerevoli combinazioni, risuonano nelle orecchie di chi ascolta in modi ogni volta differenti, e se sei stanco possono anche suonare sorde o perfino irritanti. Senza contare che il miglior jazz - come anche tutte le musiche che non appartengono a una vasta categoria che frettolosamente etichetterei come easy listening - richiede una partecipazione attiva, uno sforzo interpretativo che è esso stesso gesto creativo e che difficilmente può essere compatibile con un ascolto distratto.)

I lettori della prima ora di questo blog, sanno che quello col PMJ è per me un appuntamento fisso della prima e seconda decade di luglio. Tuttavia, in questa edizione, proprio per i motivi di cui sopra, ho assistito solo alle prime tre serate, e due volte su tre sono andato via prima che finissero i primi due concerti dei tre che questo generoso festival offre ogni giorno (opperbacco, che groviglio di numeri e parole in una sola frase di un paragrafo di due periodi!).
Il concerto che m'è piaciuto di più è stato il primo (il più 'facile', in qualche modo ;o), quello di Marco Zurzolo che citava 'Bandiera rossa', 'Roma nun fa la stupida Stasera', 'Tutu' e 'Caravan', condendo il suo etno-jazz con sonorità latine e africane, echi post-rock e gli immancabili 'standard napoletani', dalla 'Rumba degli scugnizzi' ai ritmi bandistici che accompagnano le processioni della Madonna dell'Arco.
Enrico Rava, col suo new quintet, mi è apparso più spolverato di quando l’ho ascoltato, un paio di mesi fa, al Salone Margherita di Napoli; bravissimi tutti i musicisti che lo accompagnavano, e soprattutto il versatile et virtuoso Petrella; ma, nel complesso, ho avuto la sensazione di star assistendo a un'operazione un po' fredda, più cerebrale che viscerale.
Intensa, invece, l'esibizione in trio di Stefano Battaglia che apriva la seconda serata con il suo progetto dedicato a Pier Paolo Pasolini; alla batteria uno strabiliante Roberto Dani, col suo tipico modo di percuotere pelli, piatti e percussioni etniche alternando bacchette, spazzole, mani e soprattutto silenzi ben assestati. Tuttavia, il doppio ECM che presenta le stesse musiche con formazioni allargate lo sento più emozionante, più coinvolgente.
L'operazione “About a Silent Way”, che si ispira al jazz elettrico primigenio di Miles Davis bagnato in sonorità elettroniche contemporanee alla Nils Petter Molvaer, è un altro di quegli eventi che rendono meglio su disco che in versione live.
Tutt'altro discorso per i tre concerti della terza serata: tanto i classici dell'avanguardia William Parker e Anthony Braxton quanto il gruppo brasiliano di samba-jazz Orquestra Imperial danno il meglio di sé proprio dal vivo. Anche perché questa è musica che si esprime anche con una prepotente fisicità.
Ma al terzo giorno dovevo essere proprio io a essere stremato. E ho deciso di disertare il solito incontro con la ONJ (Orchestra Napoletana di Jazz) dell’ultima serata.
Vi lascio solo qualche fotina scattata (ahimé) col telefonino a ricordo di un’esibizione dell'Anthony Braxton Diamond Curtain Wall Trio che è riuscito comunque a tenermi sveglio con una musica nervosa, ironica, complessa e dal forte impatto dinamico.

sabato, 23 maggio 2009
Milano, avanti ieri.
Due improvvisazioni / in ottava senza rima /
che non c'entrano con questa / bella cosa che sta qua / e m'ha fatto salutare / da vicino tanta gente / che fino a poco fa / sapevo solo a parole / (grazie, grazie, prego, grazie)
I
Come essere umano
mi è d'uopo affermare
che i momenti più belli
di tutta la mia vita
li ho per certo vissuti
allorché ti ho sentita
veramente animale
e come tale amata
sbattuta et adorata
su vette rasente cielo
(détta coi toni mocciosi
che vanno per la maggiore,
tanto per dimenticare
che soffro l'eterno male
di every day invecchiare
come una vela al mare
sott'un vento senza fine.)
FINE
II
Finito il tempo in cui
si scoppiava di parole,
ora si scoppia in strada,
al caldo delle polveri,
o sotto il duro giogo
delle replicate crisi
che sconvolgono le vite,
anche se il premier ride
e l'opposizione siede
aspettando cadaveri
sulla sponda di un fiume
melmoso e inquinato
in cui sarà triste fare
l'irreversibile parte
del cadavere, un giorno
che per noi ormai il tempo
sarà pure lui finito.
FINITO
[Se vi va, esprimete la vostra preferenza per la uno (I) o la due (II). E siate clementi. A Milano faceva un caldo della madonnina ed io non ero molto in me. Peraltro, mi ha sconvolto trovare ribaltato il mio immaginario. Pensavo che la capitale della crisi italiana fosse una città brutta e noiosa. E invece mi sono ricreduto, grazie anche a chi me l'ha fatta passeggiare da dentro nei limiti del tempo brevissimo che avevo disponibile. Mannaggia la miseria, mannaggia la morte e mannaggia il tempo che non la smette di cingerci d'assedio!
(E grazie puranco a tutta la redazione e all'organizzazione di B&N che m'ha offerto l'occasione e dato la soddisfazione di questa premiazione in mezzo a tutta questa popolazione che m'ha dedicato tanta immeritata attenzione che vorrei rivolta soprattutto all'illustatrice della mia obliqua immaginazione: Eugenia Monti.)]
domenica, 08 marzo 2009
domenica, 22 febbraio 2009
Una citazione da Facebook
(quando il private blog imita il social net)
Gaetano torna dalle ' Pulle' di Emma Dante al Mercadante, un'operetta amorale bella bella; abbagliante, emozionante, intensa e divertente.
[col senno di poi e coi righi in più che il blog ti dà
Gaetano aggiunge che la compagnia cantante, danzante e recitante interpreta magistralmente la scrittura scenica lacerante e sapiente di Emma Dante; lo spettacolo è puntellato da trovate esilaranti e/o toccanti et, come in tutto il teatro grande, si vede Shakespeare in filigrana e il senso del ritmo non abbandona nemmeno per un momento la messa in scena e l'evento. Qui, come in un circo, come nel grande Teatro d'Arte di Mosca, come in un musical, l'attore deve sapere fare tutto, deve avere un perfetto dominio del suo corpo e dei suoi mezzi espressivi e dimostrare d'essere capace di fare acrobazie senza rete (veramente bravi bravi tutti, ma a me hanno particolarmente convinto la fata cantante Elena Borgogni, Antonio Puccia nella parte di una Moira che mi ricordava Mister Bean, la fata danzante Clio Gaudenzi e Stellina-AntonioTatangelo, al secolo Carmine Maringola, che, oltre ad aver collaborato alle scene, ha saputo far ridere e commuovere come i grandi comici-tragici da Falstaff in giù). Epperò (aspe', mo' veneno 'e difetti), le canzoni non sempre sono all'altezza del testo e del contesto e, come spesso accade a teatro, si economizza troppo sugli arrangiamenti musicali (oppure bisognerebbe imparare a sfruttare la capacità evocativa della musica come si fa con lo scenario: fare della 'povertà' un pregio, invece di usare ingombranti tastiere da vorrei(avere un'orchestra)-ma-non-posso; 'nsomma io credo che bisognerebbe limitarsi all'uso di uno o due strumenti acustici che sappiano far risuonare le corde del pubblico, invece di essere presi da un horror vacui che ti fa riempire di note elettroniche quasi tutti gli spazi acustici (questo, soprattutto, quando la musica accompagna il canto). In questo modo si lascerebbe all'ascoltatore il compito di 'fare il resto' nelle sua propria testa, proprio come si fa con lo spazio scenico dove quattro sedie fanno una stanza, una macchinina telecomandata trasforma il palco in una strada e una croce diventa una chiesa. Vabbe', mi spiego meglio un'altra volta, ché queste sono solo notarelle del giorno dopo; cose che avrei voluto dire tra le 11 e mezzanotte, quando i compagni di poltrona vanno a ballare il tango.)]
martedì, 20 gennaio 2009
Turchia e Nuvole
Tra qualche ora parto. Domani pomeriggio sarò a Trebisonda (parece mentira) e da lì a Giresun. Sono ancora affaccendato negli ultimi preparativi, ma prima di chiudere le valigie volevo diffondere tra i lettori di questo blog ancora ignari una notizia che mi ha fatto molto piacere: su Blog & Nuvole è stato pubblicato il fumetto che Eugenia Monti ha illustrato a partire dal mio XX frammento della serie languida di codesta bitácora.
Sfogliatevelo e fatemi sapere.

Secondo me Eugenia ha fatto un lavoro magistrale. Prima di vedere le sue tavole, pensavo fosse irrisolvibile la resa grafica del mio XX frammento; temevo, insomma, che quelli di Blog & Nuvole avessero fatto malissimo a selezionare quel testo. Ma il lavoro di EM mi ha fatto ricredere.
Eugenia è brava, sensibile ed anche tosta. Mica sono tutte romanticherie le sue illustrazioni e mica per niente sto contraddicendo una regola che mi sono imposto fin dalla creazione di questo blog: quella di utilizzare, qua dentro, solo immagini di mio pugno (perché forse non lo sapete, ma questo è uno spazio assolutamente autarchico e collettivo).
E ora, sentite a 'mme, andatevi a vedere qualche altra illustrazione di EM su myspace. Ne vale la pena.
Io ammiro molto il tratto acido delle sue chine e degli acquerelli e trovo adorabile la vena surreale che percorre alcuni suoi disegni. E poi sono felicissimo di averla incontrata. Volevo farvelo sapere e sarei contento se lo venisse a sapere pure lei.
Vabbuo', mo' vado a chiudere la valigia che, tra una cosa e l'altra, si è fatto tardi.
domenica, 11 gennaio 2009
Gaza, Genova, Napoli e la Neve sui Navigli
(ancora una Domenica delle Salme
dedicated and inspired by FdA)
milano piena di neve,
in centinaia partono
pensando sia possibile
tirarsela per il naso
figlio figlio povero figlio
eri bello bianco e vermiglio
quale intruglio ti ha perduto nel naviglio
sono giorni che piove
e piove ininterrottamente
su di noi che continuiamo
a scambiarci scemenze
sopra noi stessi e
su altre cose da niente,
mentre su Gaza scrosciano
bombe,
bombe,
bombe su bombe
come potrò
dire a mia madre
che ho paura?
occhio per occhio
dente per-dente
ognun'impone
la sua ragione
lungo la china
d'una giornata
insaguinata
orba e sdendata
e intanto
senza pausa e senza sosta
da palermo ad aosta
bombe, bombe,
bombe di sostanze
masticate
inalate e iniettate
nelle vene
(ho licenziato dio
gettato via un amore
per costruirmi il vuoto
nell'anima e nel cuore)
bombe,
bombe su bombe
sopra
vecchi
giovani
e bambini
che ora io piango
e piango
piango
piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.
una lacrima
schizza
dall'occhio
allo specchio
specchio,
occhio,
malocchio,
occhio
per
occhio
dente
perdente,
grondano bombe
nella mia casa
sopra la città distrutta
e sulla terra tutta,
ma dentro di me cresce
veemente la sensazione
che veramente ce ne freghi
poco, poco poco, punto o niente
anche perché

anche perché,
più mi guardo dentro
(e intorno),
e più ragiono
(e penso)
che continuiamo
a essere così coglioni
da non capire che non ci sono poteri buoni
e mi chiedo se capiremo mai
che il potere e la giustizia
sono inconciliabili e incompatibili
come le fragole e la liquirizia
come la malizia e la pudicizia
come l'interesse e l'amicizia
come tua sorella e la zia Patrizia
che se ne frega di Gaza
e continua a bere il suo caffè,
corretto
(ah, che crema d’arabia
ch’è chisto café
sule a napule ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà!)
la bomba è già caduta,
marcondiro'ndero
la bomba è già caduta,
chi la prenderà?
la prenderemo tutti,
marcondiro'ndera
siam belli o siamo brutti,
marcondiro'ndà.
mercoledì, 26 novembre 2008
......
:::::::::::
interludio
livoroso,
arrogante,
peDante
ed autocriticante
Dorme Publio di tanto in tanto,
trova sonno in ciascun canto
e sovente non porta il conto.
Nell’aulica commedia
le strofe sono tante
ma tante tante tante
che di tanto in tanto
risulta vacillante
anch’il verso di Dante.
Dorme Omero ogni tanto,
dorme tanto pure Dante
e io sempre sonnecchiante
¡Por el amor / del arte, / el honor / de mi vida / y el buen nombre / de la poesía,
te ruego, / Machado, / enséñame
a despertar / el alma dormida / antes que se acabe / para siempre / la partida!
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Yo me afano y me desvelo
da molti giorni e non mi decido:
¿ma a voi piace di più
"Dorme Publio di tanto in tanto,
trova sonno in ciascun canto
e sovente non porta il conto."
oppure
"Dorme Publio di tanto in tanto,
trova sonno in ogni canto
e pertanto non porta il conto."?
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venerdì, 19 settembre 2008
BS sul blog di BG
Il blog di Barbara Garlaschelli ospita un concorso senza premi dall'impegnativo titolo di Belle Storie.
Oggi è stato pubblicato un mio breve racconto, in cui qualcuno di voi si sarà già imbattuto in una precedente versione. Leggetelo e fatemi sapere, se avete voglia di leggere e di farmi sapere. Se no, dedicate un po' di tempo alla lettura degli altri racconti e partecipate in tanti mandandone di vostri, ché un gioco vale sempre la pena. Secondo me.
martedì, 15 luglio 2008
Anche quest'anno, come ormai vado facendo dal 2004, ecco a voi una stringata
Rassegna di quattro giorni di Jazz a Pomigliano
Questa era la XIII edizione di un festival che sembra un miracolo di creatività e organizzazione nell'epicentro del degrado e della munnezza campana. Quattro giorni di eventi ad ingresso gratuito nel bel Parco Pubblico di Pomigliano d'Arco.
Ho poco tempo, persino poca voglia, ma mi pare doveroso un breve resoconto ad uso e consumo degli appassionati e dei curiosi.

La serata del 10 luglio si è aperta con Maria Pia De Vito (voce) e Huw Warren (piano) che hanno offerto una esibizione di grande impatto emotivo con composizioni lievi e intense, sperimentali e pur sempre fruibili. Salti dalla musica concreta alla napoletanità. Reminescenze di Ella, Bob McFerrin e Totò. La De Vito è sempre più brava e dà il meglio di sé in queste formazioni più minimali in cui può mettere in scena le sue acrobazie e divertirsi un po' anche col campionatore. Il sapiente accompagnamento di Hugh Warren mi ricorda quello di Mario Laginha con Maria João: reiterazioni, armonie suggestive, unisoni ritmici e melodici, percussioni sulle corde del pianoforte a coda. Per un momento, mi sono ritrovato in un concerto di Lisbona di almeno quindici anni fa (stessa struttura piano voce, simile spazio pubblico ed io che, allora come ora, ero innamorato d'un amore incosciente e sentivo quelle melodie con la sensibilità dei miei fremiti. Lì Maria e Mario, qui Maria Pia e Hugh. Ora risuonava nel jazz la canzone napoletana e mille riferimenti all'Africa e al Brasile; allora riecheggiava il fado e i medesimi mille riferimenti al Brasile e all'Africa. L'eterna Africa... Ma queste sono notazioni del tutto soggettive e personali che non possono trovare ulteriore spazio tra le righe limitate di un resoconto stringato).
A seguire, divertimento, free-style, teatralità e fisicità con l'allegro campionario di stili e ritmi offerto dall'ICP (Instant Composers Pool). Buffo e virtuoso il batterista Han Bennink, un ragazzaccio di 66 anni sempre pronto a passare dall'accompagnamento più tradizionale ad incursioni free e acrobazie circensi. Un po' stanco Misha Mengelberg. Strepitosa versione rallentata, stile funeral march band, di Mood Indigo. Paaaa paaaa paapà Paaa paaa paa... Questo rodatissimo collettivo olandese è una macchina da guerriglia della musica che emoziona e diverte. Soprattutto dal vivo.
A fine serata, Cordoba Reunion, tra gli invasati (come dice il mio amico Alfredo del pubblico più fricchettone, ma simpatico, che solitamente sembra seguire solo l'ultimo concerto della serata in un invaso, un avvallamento del parco, nascosto tra alberi e rampicanti e particolarmente idoneo al consumo di erba e fumo). Esibizione onesta e dignitosa del buon Girotto con altri tre musicisti provenienti da Cordoba: una riuscita fusione di rock progressivo e jazz con svariati ritmi tradizionali argentini (non solo tango e milonga, ma anche danze meno universalmente note come zamba e cahacarera)
L'11 è stata la volta dell'Omaggio a Monk del Pieranunzi/Giuliani Quartet, che si è mosso sulle tracce di capolavori come I mean you, Pannonica, Straight no Chaser, 'Round Midnight e Misterioso. Rosario Giuliani è molto bravo, ma mi è dispiaciuto che in questo contesto suonasse solo il contralto, avrei gradito risentire la voce suadente del suo sassofono soprano. Pierannunzi… suona da par suo, ma a volte sembra come se, preso da horror vacui, sentisse l'esigenza di far uscire dal suo piano troppe note, più del necessario. Sarebbe bastato molto meno per far risaltare le melodie sghembe, viscerali e suggestive dell'immenso Thelonious Monk. (Il mio amico Enzo ricordava opportunamente che Less is More).

Strepitoso e trascinante il Randy Weston African Rhythms Trio con Alex Blake al contrabbasso e Neil Clarke alle percussioni. Ne dirò poco, ma è stato il concerto che mi ha emozionato di più, quello che mi ha fatto dondolare la testa e muovere le gambe per tutto il tempo come un vecchio hipster. Randy Weston è un sulfureo gigante di 82 anni. M'è venuta voglia di risentire qualche suo vecchio disco. Alex Blake è un bassista spettacolare, che suona il suo strumento da seduto, tenendolo curiosamente inclinato e ricavandone accordi e suoni ritmici come se percuotesse e accarezzasse le corde di una chitarra. A fine concerto, Neil Clarke e l'afro-americano-pomiglianese Don Moye si sono seduti uno accanto all'altro, come due compagni di banco, facendo risuonare le quattro congas con avvincenti ritmi africani.
Il quintet Languages di Aldo Farias non ce l'ho fatto ad ascoltarlo, per sopravvenuta stanchezza.

La prima esibizione del 12 è stata quella del Marco Cappelli IDR (Italian Doc Remix) con ospiti Marc Ribot, Dj Logic e Marcello Colasurdo (ex Zezi). Un progetto sfociato anche in un cd pubblicato dall'etichetta di Pomigliano Jazz Itinera e nato dall'incontro delle musiche popolari apportate dal chitarrista locale Marco Cappelli con i "nuovi suoni" di un gruppo di musicisti newyorkesi (Nea Polis meets Nuova York). Il risultato è una insalata di ritmi e melodie nu jazz, klezmer, popolari, funky e dance che qualche volta può risultare indigesta e qualche altra molto stuzzicante e gradevole. Devo dire che in questo momento li sto ascoltando su disco e funzionano meglio che dal vivo, dove alcuni brani sono risultati un po' fracassoni anche per uno scorretto missaggio dei volumi. Sentiti dalle casse del mio modesto hi-fi, i ritmi newyorkesi si sposano meglio con le tarantelle (la celebre montemaranese), i canti a fronna, i documenti parlati e le salmodie.

Subito dopo è arrivata la Gil Evans Orchestra. Il peggio del festival, con Miles Evans che usurpa il cognome di suo padre e il nome di Davis.
Al terzo brano, non ce l'ho fatta a continuare a sentire. E non si trattava di stanchezza, stavolta.
M'è dispiaciuto soprattutto vedere sacrificata in mezzo a quell'orchestrina pop la tromba del buon vecchio Lew Soloff che ricordo in meravigliose band di Charles Mingus con ben altri arrangiamenti e accompagnatori. E mentre mi allontanavo per andare a bere una birra, storpiavano Goodbye Pork Pie Hat, e Charles e Gil si rivoltavano e torcevano nelle rispettive tombe insieme ai miei sensibili intestini.

Infine, l'interessante proposta sperimentale di musica e voce recitante della Nublu Orchestra diretta da Butch Morris. La migliore esibizione della terza serata, in bilico tra jazz e classica contemporanea. Peccato che l'invaso non fosse lo scenario più adeguato per quella musica che necessitava di maggior concentrazione e di un impianto audio che permettesse di far apprezzare meglio il flusso di suoni che passava dalla chitarra elettrica di sinistra a quella di destra attraversando, come un corso d'acqua, i fiati disposti al centro, di fronte al direttore che guidava e reinventava i suoni come un guru di bianco vestito.

L'ultimo giorno è stato quasi interamente dedicato alla O.N.J. (Orchestra Napoletana di Jazz) diretta da Mario Raja e formata da una lunga serie di valenti musicisti campani, tra i quali cito a memoria e a gusto Marco Sannini (tromba), Raffaele Carotenuto e Alessandro Tedesco (tromboni), Giulio Martino e Gianni D’Argenzio (sassofoni tenore), Marco Zurzolo (contralto), Nicola Rando (baritono), Andrea Rea (pianoforte), Pasquale Bardaro (vibrafono), Aldo Vigorito (contrabbasso) e Salvatore Tranchini (batteria).
Il concerto si è aperto con un breve omaggio di Marco Zurzolo al compianto Mario Schiano, geniale, graffiante e inirrigimentabile padre storico del free jazz italiano, anzi, no, napoletano.
Nel corso dell'esibizione si sono aggiunti Raiz (ex Alma-Megretta), Meg (ex 99 Posse), Maria Pia De Vito, Famouodou Don Moye e il trio di Randy Weston. Naturalmente, sono stati soprattutto i due cantanti pop (va be' lo so che gli Alma sono un gruppo dub e i 99 una posse rap/raggamuffin) ad attirare il pubblico meno jazzistico. A mio parere, l'operazione è riuscita meglio con Raiz (la voce di Meg era amplificata male, a volume troppo alto, ed era falsata da una serie di effettacci che producevano uno spiacevole suono da festa di piazza.)
Il concerto, molto lungo, ha avuto momenti esaltanti (un brano da Ex-Voto di Marco Zurzolo, qualche intervento di Maria Pia De Vito e Randy Weston, la reinterpretazione di due classici napoletani: Era de Maggio e Carmela), ma non mi ha convinto del tutto. Nel jazz, l'arrangiamento orchestrale di brani già noti è un'arte complessa basata sulla destrutturazione e ristrutturazione di una composizione per farne risaltare alcune sue qualità che possono essere armoniche, melodiche o ritmiche. È come se io dovessi trovare una nuova chiave di lettura per raccontare una storia già mille volte sentita. A mio parere, la chiave di lettura del maestro Raja era troppo tendente ad emulare lo swing americano, tanto da risultare piuttosto falsa; come se io ora raccontassi la storia di cui sopra con un ridicolo accento americano (ma senza quella consapevolezza auto-ironica che poteva avere ieri un Mario Schiano e oggi uno Stefano Bollani o un Daniele Sepe).
Inoltre, veniva lasciato troppo poco spazio all'estro improvvisativo dei singoli musicisti, costretti a esibirsi in assoli che duravano lo spazio di poche battute. Insomma, avrei preferito sentire meno brani, ma più approfonditamente sviscerati e suonati.
L'ultimo concerto, quello del Flavio Dapiran quintet, non sono riuscito ad ascoltarlo per rischio overdose. E chissà quanti di voi sono riusciti a leggere i miei sbariamienti critici fin qui.
lunedì, 09 giugno 2008
Di Divi e altri Demoni
Da che ho visto Il Divo, la scorsa settimana, mi sento tormentato dallo spettro dell'immagine incurvata, torva e malaticcia di Andreotti. E come se in quel corpo deforme e singolare vedessi riassunti i mali, la malattia e i misteri di questo disgraziato paese. A un certo punto ho cominciato a pensare al suo profilo ingobbito come a un punto interrogativo, un segno di domanda, il simbolo di un mistero inestricabile; e m'è venuto il ghiribizzo di rappresentare i contorni dell'enigma manipolando una stupenda foto che ho trovato in internet e di cui, purtroppo, non sono riuscito ad individuare l'autore per tributargli il giusto credito intellettuale (ma sono pronto a farlo in ogni momento; anche perché, trattandosi di credito intellettuale, non costa nulla, come capita spesso in rete.)

Del film di Sorrentino, invece, ho già detto sul mio tumblr lo scorso 4 maggio.
Ma, nella convinzione che molti dei lettori di aitanblog non siano abituati a sfogliare la mia web-teca, lascio qui una rielaborazione di quel post:
Il Divo l’ho visto martedì scorso. Va visto il Divo, è un film molto intenso, molto bello; una mescolanza di stili in equilibrio instabile; un inventario di soluzioni tecniche che si susseguono in modo frenetico, ma sorprendentemente efficace. La realtà vista attraverso gli specchi deformanti dell'immaginazione diventa più chiara, e anche il nonsenso del male si fa più percepibile, quasi palpabile: il realismo grezzo della soggettività si presenta ai nostri occhi attoniti con una forza di verità che è più vera del vero, ed altrettanto enigmatica; perché solo una visione radicalmente soggettiva può riuscire a restituirci qualche scheggia di verità.
Assistere alla rappresentazione che fa Sorrentino di Andreotti, mettendo insieme immaginazione e testimonianze più o meno affidabili, è come un esercizio di psicanalisi collettiva: la moltiplicazione dei punti di vista rende omaggio alla complessità del reale attraverso un coro di voci i cui solisti sono pentiti, vittime, parenti, compagni di merenda, sodali e nepoti. Altro che post-neorealismo. In Spagna per dire impressionante, spaventoso, grottesco, si dice “dantesco”: qui siamo da quelle parti, dalle parti di Alighieri, dalle parti di Rabelais, di Valle-Inclán e di Jarry; qui siamo da quelle parti, dalle parti di Bosch, Goya, Grosz, Buñuel e Fernando Solanas. A tratti mi sembrava di assistere a un chronicle play shakespeariano con Cirino Pomicino nel ruolo di Falstaff e il potere che trascende i singoli personaggi, la loro storia, la Storia.
L'interpretazione, spesso marcatamente teatrale, di Servillo, Bucci, Buccirosso e compagnia recitante sembra essere un consapevole riflesso espressionista del teatrino tragicomico della politica. Meravigliose (e più pacatamente cinematografiche, più a tutto tondo, più umanamente donne) Anna Bonaiuto e Piera Degli Esposti.
Il montaggio alterna silenzi e strepiti, tensioni e distensioni, realtà e surrealtà, con una sapienza che sembra venire da ben assimilate lezioni di dinamica musicale. Qualche lungaggine solo nei dialoghi. L’uso del sonoro è stre-pi-to-so. Da da da!

Aggiungo che il film di Sorrentino non è un film politico, come non strettamente politici né esclusivamente propagandistici erano i drammi storici di Shakespeare che citavo qui sopra. Il mio beneamato Juan Goytisolo ha spesso stigmatizzato l'errore di confondere l'efficacia politica con l'efficacia estetica. "Al contrario della politica - per forza di cose più diretta, più di circostanza - l'arte attua in modo profondo sulla coscienza umana. L'opera letteraria, per esempio, amplia e generalizza la nostra esperienza, arricchisce la nostra visione del mondo, illumina il nostro passato. […] La cultura è, per principio, creatrice di libertà. La sua finalità è aiutare l'uomo ad esprimersi di più, trasformando la vaga nozione del 'destino' in coscienza. L'intellettuale rifiuta l'automatismo del mondo." (El furgón de cola, 1967)
Ma sto andando fuori tema. Voi, se non lo avete ancora fatto, andate a cinema. Poi mi farete sapere.
E vi consiglio di andarci in buona compagnia. Io ci sono andato con alfar e gentile germana, e questo avrà sicuramente influito sulla buona percezione della pellicola. Il senso di un testo risiede sempre anche nel contesto in cui avviene la sua percezione.
giovedì, 01 maggio 2008
In Italia gli infortuni mortali sono ogni anno circa 1300, ovvero circa 4 al giorno.
Eccolo il dio dei denari
Che brucia vite e ne fa scorta
Macchina viva, carne morta
Non tutti gli umani sono uguali
Eccolo il dio dei denari
(Marco Rovelli,
Il dio dei denari, canzone)
Ieri, come preludio all'odierna festa dei Lavoratori, Mimmo Giuliano (regia), Antonietta Pellicanò (voce narrante), Rosaria Giuliano (cantante), Pasquale Vergara (chitarra) e io (voce narrante) abbiamo tenuto una lettura pubblica davanti a un centinaio di operai, precari, iscritti e delegati sindacali, cui si è aggiunto uno sparuto gruppo di studenti della scuola che ci ha ospitato.
Dopo Strange Fruit, Miniera, il reportage di Ezio Mauro sui superstiti della Thyssenkrupp e 'A Flobert dei Zezi, abbiamo chiuso la rappresentazione con qualche brano tratto da “Lavorare uccide” di Marco Rovelli (aka Alderano), e le parole di Marco hanno aggiunto dati dolenti e contundenti alle emozioni suscitate dalla prima parte della rappresentazione, incentrata su un evento che ha avuto un forte risalto mediatico, ma che può rischiare di essere considerato come un unicum.
Mi auspico che chi ha assistito a questo evento non abbia fatto solo un’esperienza catartica; perché tante volte la catarsi può essere un modo come un altro per autoassolversi e tirarsi fuori liberandosi dagli spettri della realtà. Vorrei che le parole che abbiamo detto e cantato ieri, insieme a quelle che rimbalzeranno oggi tra piazze e tv, possano servire come una spinta ad agire nel proprio quotidiano e a difendersi quando c’è da difendersi; porca miseria!
venerdì, 11 aprile 2008
emmenomalecheccè
Sono stati otto giorni otto tutti dedicati ai suoni, alle armonie e ai ritmi. Una settimana in cui anche le parole più importanti sono passate per le canzoni. E ora vorrei provare a tesserne una rapsodia fatta di ricordi ed emozioni, una suite sulle cose che mi sono passate per le orecchie, per la testa e per quei territori intangibili che chiamiamo cuore, anima o sensazioni. (In verità, è tutta una vita che la musica ha uno ruolo fondamentale nella mia esistenza; tutta una vita che provo a suonare decine di strumenti diversi fermandomi alle soglie della tecnica di base, per acquisire i rudimenti che mi permettono di capire meglio i concerti cui assisto e le migliaia di vinili, cassette e cd che ho comprato, ascoltato, consumato o sentito appena.)

La mia strippata musicale è cominciata lo scorso fine settimana in un modo per me poco canonico: un dj-set in uno spazio suggestivo al centro di Napoli: il Museo Madre: l’antico Palazzo Donnaregina ristrutturato sapientemente da Alvaro Siza per trasformarlo in centro espositivo dedicato all'arte contemporanea. Ci sono andato volentieri anche perché mi è parsa da subito una bella idea questa di cambiare settimanalmente la destinazione d’uso di questo spazio e farne un’enorme discoteca con pannelli appesi alle volute dell’alto soffitto del cortile su cui si proiettano suggestive diapositive. Un po’ meno suggestiva la musica, ma tant’è. Ho provato persino a rimettere in moto gli arti inferiori al ritmo di Bestie Boys, Daft Punk e Figli delle Stelle (pare che anche oggi, come ieri e l’altroieri, aleggi uno spirito da revival che fa contenti vecchi e giovani). Certo mi è sembrato una strana ironia della sorte non andarci con chi è un anno che cercava di farsi portare a ballare, e nemmeno seguire nella milonga chi vorrebbe trasmettere l’insana passione del tango ballato a me, che il tango lo parlo da una vita, ma non lo ho mai danzato e troverei impudica perfino l’intenzione di buttarsi nella mischia danzereccia.

Un paio di giorni dopo ero all’auditorium Bianca D’Aponte di Aversa per sentire il duo jazz formato dalla pianista newyorkese Peggy Stern e dal sassofonista napoletano Giulio Martino. Il loro è un repertorio piacevole composto per lo più da brani originali, salvo uno standard (I wish I Knew), una bossanova firmata Jobim e un gustoso Bésame mucho strappapplausi spietatamente inferto a mo’ di bis al mio cuore che in questi giorni è fin troppo sensibile a certe note romantiche che gridano dentro como si fuera esta noche la última vez. In ogni caso, quella di Stern-Martino è una proposta “post-cool”, lirica, ben suonata, e anche divertente negli echi latini di cumbie, boleri, ritmi cubani e melodie brasiliane. La Stern è una pianista dal gesto molto “economico”, ma efficace. Martino ha un suono denso e pastoso con un soffiato avvolgente e note basse che ti prendono allo stomaco. Da un punto di vista compositivo, ho trovato particolarmente suggestive una ballad della pianista intitolata Thomas e la cumbia colombiana con cui si è aperta l’esibizione.

L’indomani, me ne sono andato al Canto Libre a sentire le Divagazioni a tema unico su Luigi Tenco messe in scena da Alessio Arena che prestava per lo spettacolo la sua voce sia in vivo, per le canzoni, che su un nastro registrato con brani di Cesare Pavese recitati da lui e dalla sua nonna (brillante trovata, questa, che ci ha permesso di ascoltare una bella voce popolare, spontanea e autentica impegnata a interpretare con spiccato accento napoletano brani dolenti e struggenti tratti dai diari di un altro intellettuale morto suicida, e così stemperare la carica retorica della scelta Tenco+Pavese). Con Alessio Arena, sul palco, un quartetto di giovani musicisti che rileggevano il repertorio del cantautore genovese in chiave jazzistica (anche se lasciando poco o nessuno spazio all’improvvisazione), mentre alle loro spalle si assisteva ad un’installazione video. Alessio ha una voce intonatissima che sembra sempre sul punto di spezzarsi; come il Roberto Murolo degli anni migliori, come il Chet Baker di sempre; quasi una voce bianca, si direbbe. Beh, che altro dire, gli arrangiamenti erano gradevoli, il repertorio bellissimo, i diversi media ben integrati, e io, su Vedrai Vedrai e Un giorno dopo l’altro, mi sono commosso alle lacrime.

Il resto della settimana è scorso tra acquisti di cd e spartiti, chiacchiere musicali e non, discussioni musicologiche in rete e miei ignobili arrangiamenti di standard e brani, per così dire, originali; poi ieri è stato il giorno del concerto al Penguin Café di Stefania Tallini; un concerto attesissimo da tutto un gruppo di amici di Napoli e zone collegate che sono (siamo) sul punto di fondare un Tallini’s Neapolitan Fan Club di cui HanginRock sarà Presidente Onorario e io portavoce ufficiale.
E così…, anche se magari qualcuno degli altri astanti era lì solo per mangiare..., anche se quello non era il pianoforte a coda del Quirinale, dove Stefania si era esibita lo scorso 30 marzo..., anche se, prima del concerto, ci aveva detto di essere piuttosto stanca, perché sta lavorando molto (e meno male)..., quando ha cominciato a mettere le mani sulla tastiera, la musica ha catturato tutta la sala e da tavolo a tavolo si è diffuso un silenzio pieno di suoni buoni. Ancora una volta, la Tallini ha messo fuori tutta la sua energia e voglia di comunicare emozioni; e ci ha emozionato.
[Nell’intervallo tra un tempo e l’altro del concerto, mi è venuto da pensare all’apertura verso musiche non inquadrabili direttamente nella tradizione jazz come ad un filo rosso che accomuna Stefania, Peggy Stern ad altre pianiste arrangiatrici compositrici (Carla Bley, Maria Schneider, Rita Marcotulli, Hiromi Uehara...), tutte legate da un interesse niente affatto episodico verso i ritmi latini, la musica brasiliana, le canzoni e le danze flocloristiche e popolari… Uno spunto da approfonfire, o contraddire qui o altrove.]
La scaletta di ieri era più o meno quella in piano solo del concerto alla Feltrinelli di cui ho già parlato su queste pagine, ma con l’aggiunta di una Tarantella composta nel 2001 e dedicata al pubblico napoletano. Grazie. Di cuore.
E meno male che la musica c’è.
aggiornamento musicale domenicale
Sono reduce da un altro concerto e ve lo voglio dire (e un po’ farvelo sentire con le orecchie dell’immaginazione). All’auditorium D’Aponte c’era il “Maciste Trio” formato da Fausto Mesolella (alle chitarre), Vittorio Remino (al basso) e Mimì Ciaramella (alla batteria ed alle percussioni). Suonavano musiche originali mentre su uno schermo si proiettava senza sonoro l’adorabile polpettone di Corbucci/Gentilomo "Maciste contro il Vampiro".

Forse una paio di ore erano troppe per il pubblico medio; alla lunga la sonorizzazione ininterrotta può stancare; anche perché è strano andare a “vedere” un concerto dal vivo e perdersi la fisicità dei musicisti che suonano di spalle al pubblico per poter guardare le scene del film. Tuttavia, io che faccio parte della categoria pubblico scafato, mi sono moderatamente divertito ed ho ammirato il sapiente uso delle dinamiche da parte del trio, i crescendo, i pianissimo, le citazioni che andavano dal Ballo del qua qua alla colonna sonora di Betty Blue, le distorsioni usate a scopo effettistico, le variazioni ritmiche dal reggae al bolero, le atmosfere esotiche fondate su scale arabe e spagnole e, soprattutto, la voglia di giocare con un film così fantasmagorico, eccessivo, fumettistico e surreale intersecando i propri suoni ed effetti speciali alla concitazione delle scene di lotta ed al sentimentalismo degli incontri d’amor.
Nella chitarra di Mesolella risuonavano echi di Ry Cooder, Jimi Hendrix e Marc Ribot. Sua figlia di 8 o 9 anni, guest star, sbadigliava vistosamente e ogni tanto biascicava note da un pocket flugelhorn (l’effetto era il più delle volte anche a tono con la musica, ma sospendo il giudizio sulla scelta circense di tenerla lì sul palco). Mimì Ciaramella era così espressivo da ricordarmi il grande Joey Baron. Vittorio Remino tirava fuori dal basso tutta la sua vasta gamma di potenzialità espressive, ritmiche e melodiche.
E meno male che la musica c’era pure stasera.
lunedì, 17 marzo 2008
to vote or not to vote
note di politica paesana, provinciale e universale
Berlusconi – Ci copiano!
Veltroni – Ci copiano!
I Nostri Coglioni – Ci scoppiano!
Fue por esa época que se le oyó decir: «La única diferencia actual entre liberales y conservadores, es que los liberales van a misa de cinco y los conservadores van a misa de ocho.» (1)
Che tradotto in italiano vuol dire che Berlusconi e Veltroni c’hanno entrambi rotto i coglioni.
Che parlino di fame, di sviluppo sostenibile e di occupazione e non di beghe di partito, aria fritta e religioni! Che illustrino programmi seri – con tanto di metodi e strategie di attuazione – non vaghe promesse senza coperture logiche e finanziarie! Che siedano intorno a un tavolo di trattative, ad una scrivania o al tavolino di un bar per concepire strategie di cambiamento dell’esistente, non per leggere sondaggi e dire sempre e solo ciò che la maggioranza vuole (o vorrebbe) sentire (senza contare che la maggioranza generalmente sente ciò che i telegiornali governativi o i media dei Berlusconi, dei Caracciolo, degli Agnelli e dei Ciarrapico lo abituano a voler sentire; e non è che stia sempre lì a maturare idee proprie su ogni cosa, lo stramaledetto 50%+X. Tante volte la maggioranza ondeggia e sventola come soffia il vento dei potenti, degli imbonitori e dei mercanti).
La maggioranza,
la maggioranza sta.
come una malattia
come una sfortuna
come un'anestesia
come un'abitudine
per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità
di verità. (2)
Oppure se ne stiano zitti e muti, tutti questi politicanti di partito, e lascino che ci autogoverniamo in pace; suddivisi in piccole comunità di intenti e sentimenti. Ci lascino diventare così adulti e responsabili da decidere per noi stessi, senza la balia ingannevole dei loro lerci interessi.
Insomma, qualche giorno fa un amico mi implorava: “Non facciamo i fessi, questa volta bisogna esprimere un voto utile!”
Questa volta, un’altra volta, una volta ancora, il naso turato e un voto utile, un voto utile…, ma se io mi sto chiedendo se sia il caso di esprimerlo, un voto, o restarmene a casa, affacciato alla finestra a vederci decadere lentamente. Che magari c’è pure gusto a vedere l’Occidente crollare sulle sue macerie in attesa che accada qualche altra cosa.
(1) Traduzione letterale: Fu in quell'epoca che lo si sentì dire: "L'unica differenza attuale tra liberali e conservatori, e che i liberali vanno alla messa delle cinque e i conservatori alla messa delle otto." (Gabriel García Márquez, Cien años de soledad, cap. XII, 1967)
Per i più pedanti aggiungerò che quella frase, deve essere una specie di amara barzelletta piuttosto diffusa in Colombia, visto che la ritroviamo anche attribuita al poeta colombiano Jorge Gaitán Durán. E non a caso Jorge Gaitán dirigeva a Bogotá la rivista "Mito", sulle cui pagine apparivano, tra gli altri, testi di Álvaro Mutis, de Sade, Ezra Pound, Paul Eluard e dello stesso García Márquez.
Carlos Fuente ricorda infatti che intorno ai lontani anni cinquanta, quando ancora il narcotraffico non imperava e le guerriglie nascevano dalla speranza, una sera, in Messico, Jorge Gaitán […] disse: «I liberali e i conservatori muoiono soltanto se sono poveri e contadini. La guerra si fa in campagna. I liberali e i conservatori delle città si danno del tu, vanno agli stessi matrimoni e sono soci degli stessi club. L'unica differenza, dice una barzelletta, è che i liberali vanno alla messa delle sei, così nessuno li vede, e i conservatori a quella di mezzogiorno, così li vedono tutti».
(in Carlos Fuentes, Muerte de un Guerrillero, 2004)
(2) Sono versi tratti da Smisurata Preghiera (1986) di Fabrizio De André e Ivano Fossati, ispirata alla poetica di Álvaro Mutis ed in particolare alla sua Summa di Maqroll il Gabbiere. E così si chiude il cerchio sudamericano che aleggia su questo post postqualunquisto e ademocratico. Che poi io stanotte me lo sono sognato De André che mi ripeteva: “Berlusconi, Casini, Bertinotti, Veltroni… Ma come si può essere così coglioni da non capire che non ci sono poteri buoni.”
domenica, 02 marzo 2008
La Maresìa di Stefania Tallini
concerto per piano solo e svariate assenze di cui non dico
La maresia in portoghese è l’odore del mare che diventa più intenso quando le acque si fanno distanti a causa del fenomeno dell'abbassamento della marea. Come certi momenti che più si allontanano più diventano nitidi e vivi. Io mi porto dentro i riflussi di questo 29 Febbraio come pura maresia. Sono successe una sacco di cose in questo giorno regalato da un calendario bisestile. Sono successe un mare di cose. Non tutte belle. Ma io mi porto dentro il ricordo della sua musica e di chi alla sua musica mi ha introdotto, e rivedo un tavolo pieno di facce che si spostava da un locale all’altro ed era fatto di bella gente che per lo più non s’era mai vista prima. Potenza delle note e delle loro innumerevoli combinazioni.

Sono arrivato un po’ in ritardo. Non è facile parcheggiare nel centro di Napoli in un giorno di semiblocco del traffico con vigili appostati ad ogni angolo e carri attrezzo pronti per l’intervento (e meno male, vivaddio). Hangin’ era già lì, come ipnotizzata dalle note che uscivano dal pianoforte a mezzacoda accarezzato da Stefania in un magico brano Sospeso. Mi siedo, mi accomodo tra le note e penso subito che ha una felice vena compositiva, Stefania, e un bel tocco di chiara derivazione classica, declinato alla maniera dei migliori pianisti jazz europei e di nonno Bill. Durante il brano seguente, My Friends, mi viene spontaneo usare il cellulare per tirare qualche foto a lei ed alla sua e mia amica che la sta riprendendo alla telecamera. Si può essere belle senza essere vacue.

E’ anche simpatica, Stefania; vedo per la prima volta il suo bel viso quando solleva lo sguardo dalla tastiera e si gira verso il pubblico per spiegare che il brano che sta per suonare si chiama Sola, ma nella sua Roma bisogna stare ben attenti a non pronunciarlo con la ó larga. Su Choro para dois piovono applausi. Il brano è trascinante, nostalgico e struggente come la musica brasiliana che fa eco tra le note. Il tempo è veloce, ma la melodia chiara e distesa. Più tardi sentiremo anche uno Choro cubano tratto da un suo precedente album, ancora più ritmato, ma un po’ meno coinvolgente, un po’ meno avvolgente.

Molto distesi e meditativi anche due dei brani più suggestivi suonati quella sera: Absence e Lontano. Entrambi così evocativi da lasciar pensare a colonne sonore di un film da fare, una pellicola fatta di paesaggi silenziosi, lune malinconiche e campi lunghi. Di tutt’altro andamento Passaggi, ricamato su un basso ostinato che mi fa pensare a certi accompagnamenti percussivi e melodici della mano sinistra di Giorgio Gaslini e Abdullah Ibrahim Dollar Brand, così come la vena latina presente in molti brani mi riporta al pianismo del primo Chick Corea (ma più tardi parlando con lei, mi renderò conto che i primi due non fanno parte dei riferimenti immediati del suo panorama musicale. È sempre così, i rimandi sono lì, tra le note, ma non è detto che chi compone e suona ne sia consapevole; aleggia uno Zeitgeist che ogni ascoltatore afferra in base alla sua enciclopedia personale: è come con la letteratura, l’intentio autoris non deve necessariamente coincidere con l’intentio lectoris. E anche questo è il bello!)
L’atmosfera torna ad addolcirsi con A Veva, una ninna nanna derivata dal cd Pasodoble improvvisato sulle immagini estemporanee di un’artista visuale, Barbara Sbrocca, che ha curato anche la grafica dell’ultimo lavoro discografico di Stefania. Infine, un serrato Improptu e un bis di Girasoli.
(Hangin’, Stefania, mi sono perso qualche pezzo? Ma no, che m’ero rubato pure la scaletta del concerto ;o))

Mentre nella sala risuona ancora l’ultimo scrosciante applauso, per la prima volta nella mia vita mi faccio autografare un cd. Leggo nelle note di copertina un’altra suggestiva definizione di maresia: “la mattina presto e poi, più tardi al tramonto, arriva, come a ondate e in un modo molto più forte del solito, l’odore del mare. È una sensazione dolcissima che nel suo sorprenderti all’improvviso ti avvolge, ti scalda il cuore, ti emoziona” come in “quel momento particolarissimo e inaspettato in cui senti che i suoni prendono forma dentro di te, caldi, certi come un’onda tenera che ti sorprende e ti avvolge… fino a diventare composizione.” E poi quel profumo si spande di nuovo nella stanza di chi ti ascolta. E in quartetto certe melodie sono ancora più belle e si apprezzano maggiormente le dinamiche chopiniane di un paio di brani. Ma come arrangi bene bella bimba, bella bimba, bella bi’! Si sposa perfettamente la tastiera di Stefania col legno del clarinetto di Gabriele Mirabassi e con la sezione ritmica di Gianluca Renzi e Nicola Angelucci. Bravi tutti, bene, bis. E ascoltando ascoltando mi ricordo anche le chiacchiere che vagolavano da un’osteria a una galleria navarra, i bicchieri condivisi (peccato che tu preferisca il bianco) e la carezzevole sensazione che ogni fine è un principio; mentre brindavamo alla dissoluzione del giorno che non c’è e prima di mezzanotte leggevamo frasi di Nitore Andaluso sullo schermo piccolo di un cellulare.
Prima di rientrare a casa mi sono avvicinato al mare e ho lasciato che mi arrivasse sulla faccia il vento. A Napoli il mare sembra sempre lontano o nascosto da case affastellate l’una sull’altra o da cumuli eretti come barricate. Sono pochi i luoghi in cui puoi sentire la maresia fissando l’orizzonte. Ma quella notte, quando l’ho sentita, mi sono seduto, ho sorriso e mi sono reso conto che dentro di me ero ancora pieno di suoni e di pause. È stato allora che mi sono sentito muito obrigado.
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