La XIV edizione del Pomigliano Jazz Festival m'è parsa un po' sbiadita. Magari ero io che ero stanco e un po' fuori fase. (Il fruitore influisce sempre sull'opera d’arte, soprattutto quando si tratta di musica. Le note, con tutte le loro innumerevoli combinazioni, risuonano nelle orecchie di chi ascolta in modi ogni volta differenti, e se sei stanco possono anche suonare sorde o perfino irritanti. Senza contare che il miglior jazz - come anche tutte le musiche che non appartengono a una vasta categoria che frettolosamente etichetterei come easy listening - richiede una partecipazione attiva, uno sforzo interpretativo che è esso stesso gesto creativo e che difficilmente può essere compatibile con un ascolto distratto.)
I lettori della prima ora di questo blog, sanno che quello col PMJ è per me un appuntamento fisso della prima e seconda decade di luglio. Tuttavia, in questa edizione, proprio per i motivi di cui sopra, ho assistito solo alle prime tre serate, e due volte su tre sono andato via prima che finissero i primi due concerti dei tre che questo generoso festival offre ogni giorno (opperbacco, che groviglio di numeri e parole in una sola frase di un paragrafo di due periodi!).
Il concerto che m'è piaciuto di più è stato il primo (il più 'facile', in qualche modo ;o), quello di Marco Zurzolo che citava 'Bandiera rossa', 'Roma nun fa la stupida Stasera', 'Tutu' e 'Caravan', condendo il suo etno-jazz con sonorità latine e africane, echi post-rock e gli immancabili 'standard napoletani', dalla 'Rumba degli scugnizzi' ai ritmi bandistici che accompagnano le processioni della Madonna dell'Arco.
Enrico Rava, col suo new quintet, mi è apparso più spolverato di quando l’ho ascoltato, un paio di mesi fa, al Salone Margherita di Napoli; bravissimi tutti i musicisti che lo accompagnavano, e soprattutto il versatile et virtuoso Petrella; ma, nel complesso, ho avuto la sensazione di star assistendo a un'operazione un po' fredda, più cerebrale che viscerale.
Intensa, invece, l'esibizione in trio di Stefano Battaglia che apriva la seconda serata con il suo progetto dedicato a Pier Paolo Pasolini; alla batteria uno strabiliante Roberto Dani, col suo tipico modo di percuotere pelli, piatti e percussioni etniche alternando bacchette, spazzole, mani e soprattutto silenzi ben assestati. Tuttavia, il doppio ECM che presenta le stesse musiche con formazioni allargate lo sento più emozionante, più coinvolgente.
L'operazione “About a Silent Way”, che si ispira al jazz elettrico primigenio di Miles Davis bagnato in sonorità elettroniche contemporanee alla Nils Petter Molvaer, è un altro di quegli eventi che rendono meglio su disco che in versione live.
Tutt'altro discorso per i tre concerti della terza serata: tanto i classici dell'avanguardia William Parker e Anthony Braxton quanto il gruppo brasiliano di samba-jazz Orquestra Imperial danno il meglio di sé proprio dal vivo. Anche perché questa è musica che si esprime anche con una prepotente fisicità.
Ma al terzo giorno dovevo essere proprio io a essere stremato. E ho deciso di disertare il solito incontro con la ONJ (Orchestra Napoletana di Jazz) dell’ultima serata.
Vi lascio solo qualche fotina scattata (ahimé) col telefonino a ricordo di un’esibizione dell'Anthony Braxton Diamond Curtain Wall Trio che è riuscito comunque a tenermi sveglio con una musica nervosa, ironica, complessa e dal forte impatto dinamico.
Ein Kleiner Rap
improvvisazione concepita alla maniera di don Lorenzo C.
c'è gente contenta / che s'accontenta / oppure gode / e non gli rode, / gode da matti, / tutta la notte, / sotto i tetti / come i gatti / tra i letti sfatti / o anche lavorando / mangiando / facendo altro / e intanto / amando amando amando / anche quando fa giorno / perché la gente gode / e gode in superficie / o a tutto tondo / in ogni angolo del mondo: / a piedi, / in piedi, / in auto, / sulla tavola, / al cinema / e anche qui intorno / perché / anche qui intorno / la gente gode / e quando gode / poi non gli rode / anche se le cose / non vanno bene, / le tante pene, / le stesse scene / dentro e fuori / la tua mente, / mentre la gente gode / gode da matti / e scende a patti / pur di godere ancora / come fa ora / anche qui intorno / alla luce del giorno / in questo caldo da forno / o tra i ghiacciai / ovunque / in ogni tempo / sempre sempre / e dappertutto / la gente / si lamenta poco / o non si lamenta mai / se può palpare / manipolare / penetrare / fare su e giù / sempre sempre sempre / sempre di più / come vorrei / facessimo anche adesso / io e tu / e non se ne parli più / che fa lo stesso / perché è il sesso / l'oppio dei popoli e della gente / e del resto / ce ne frega poco / poco poco / o niente. / e poco e niente / te ne frega pure a te / e non c'è un perché / finché sei qui / vicino a me / e si può fare / si può cosare / manipolare / penetrare / fare su e giù / sempre sempre sempre / sempre di più / sempre di più / sempre di più / perché all I want, now, / eres tú. / oh, yes! /
Che io ora avrei preferito parlare d'amore o discettare dei principi che reggono la struttura di un buon sonetto o la tenuta di un'improvvisazione musicale. Che io ora avrei preferito cercare il tuo amore e celebrarlo in un poema o suonarlo appassionatamente in una ballad che me ne ricordasse l'andamento sinuoso e altalenante come il battito sugli hi-hat di Max Roach e seguaci. Che io avrei preferito fare l'amore con la compiutezza formale di una strofa che ti viene fuori perfetta senza bisogno di cesellature, come un brano composto lì per lì con la forza e la veemenza della passione e l'armonia della sapienza millenaria del lato buono della historia humana. Che io ora avrei preferito essere altrove e tutt'altro fare; ma sto trascorrendo il tempo a parlare di politiche, scuola, decreti e argini contro il dilagare dell'ignoranza coatta e delle persuasioni occulte e palesi tra le menti sopite della maggioranza silenziosa degli italioti.
E ogni tanto provo anche qualche brivido che somiglia alla passione nello stare tutti insieme a difendere un'idea, a cercare di costruire un'alternativa più sana, più vera, più viva.
È successo lo scorso giovedì a Roma. L'ho già scritto da qualche altra parte, lo riscrivo qui, ora, a distanza di un paio di giorni. Quando sono più sedimentate le ragioni e meno forti le emozioni.
Lo scorso 30 ottobre era una giornata di sciopero generale in difesa della scuola pubblica. Eravamo tanti, tantissimi; tanto che si è intasato il traffico in entrata a Roma e i pullman ci hanno lasciato sul raccordo anulare. Siamo arrivati alla metro dell’Anagnina a piedi tra automobili ed autobus, intossicati ma carichi di energia buona. Eravamo tanti, tantissimi. Continuavano ad arrivare schiere di manifestanti anche quando i comizi di Piazza del Popolo erano finiti. Ma in fondo, i comizi, erano la cosa meno importante.
La verità è che non conta se eravamo 100, 100 mila o centinaia di migliaia; eravamo tanti, tantissimi, nonostante i mezzi di dissuasione post-kossighiani e il tempo che minacciava tempeste che non sono arrivate. Ed era nell'aria una potente carica di cambiamento.
Erano belle le bandiere, pacifiche le persone ed il corteo festoso e creativo, nonostante le incombenti preoccupazioni per una crisi che non è solo economica e finanziaria.
Insomma, ha piovuto poco malgrado il governo ladro e ingannevole che ci troviamo e la manifestazione è stata bella e partecipata a dispetto delle malelingue, delle malevole trappole e della cattiva stampa che fa eco alla voce del padrone.
Se questa mia testimonianza non vi basta, se non siete paghi e volete leggere anche qualche resoconto non allineato sui fatti di Piazza Navona di mercoledì, ne ho raccolto qui qualcuno (ma c'è già tanto di più aggiornato e approfondito, se cercate nella rete).
E se volete pure la moseca, c'ho messo anche un video, girato in modo piuttosto scalcagnato e buttato un po' alla carlona nel magma di iutùb (che là Mediaset non c'è ancora arrivata, e forse nemmeno i soci di Gelli ci hanno ancora messo le mani):
[Quelli che suonano e marciano in questo video sono gli Errichetta Underground. Li potete ascoltare e conoscere meglio nel loro spazio web. Sono giovani, sono bravi; fanno una musica klezmer molto contaminata (come è giusto che sia). Io auguro loro di continuare a divertirsi e divertirci suonando e abballando finché non muore il giorno; ogni giorno.]
Va be', per il momento, mi fermo qui.
Arrivederci, grazie per l'attenzione e fozz'itaglia!
Quando gli chiesi: “perché cavolo mi aveva messo al mondo, allora?”, mi disse che non lo sapeva, non ne era certo; ma forse a volte si fanno cose insensate solo perché insorge il bisogno di cercare fuori la motivazione che si sente spenta dentro, o perduta in qualche anfratto indisponibile alle sonde della ragione. E così magari, da un momento all’altro, uno si trova un altro moccioso in casa e non sa nemmeno chi è. Tanto strepito per cercare una spinta e poi trovarsi intrappolato tra le maglie di un’altra catena. Un’altra catena…
Me ne uscii sbattendo la porta e mi andai a nascondere nella mansarda vuota. Per tre giorni e tre notti non dissi una parola. Avevo quindici anni, ma me ne sentivo cinque, due o centocinquanta. E poi cosa voleva dire che uno si trova un altro moccioso in casa e non sa nemmeno chi è: a chi si riferiva, quel bastardo di mio padre? Parlava di se stesso o di me, quando sosteneva di non sapere nemmeno chi fosse?
Sono passati più di vent’anni, ci sono tante cose che non ho capito, che continuo a non capire, ma credo sia giunto anche per me il momento di cercare fuori le motivazioni che sento spente dentro; insomma, sì, vorrei avere anch’io un figlio mio, ora. Lo so che non è giusto desiderare un discendente per dare senso al vuoto di esistere, lo so, forse anche lui lo sapeva, ma non posso fare a meno di pensare e volerlo con tutto il cuore; proprio come non poté farne a meno lui. Forse consiste proprio di questa catena di vuoti l’intera esistenza del genere umano, e non potrei contrarrestare il flusso, neanche se lo volessi.
Perciò, stronza tesoro mio, allarga le cosce e fammi entrare. Lascia che io riempia il tuo vuoto col mio vuoto e perpetriamo la maledetta catena, che magari c’è pure gusto, e dove c’è gusto non v’è perdenza.
Avviso ai lettori (22 luglio)
Questa non è una pagina strappata dal mio diario. Io, in questo pubblico spazio, non incollo mai pagine tratte dal mio diario personale.
Questo è un textículo di invenzione.
Ogni attinenza con fatti e persone esistenti nel mondo extra-virtuale è frutto del caso o di involontaria rielaborazione di frammenti di realtà sedimentati nella memoria o nei sogni dello scrivente.
L'uso della prima persona singolare è da intendersi come mero espediente narrativo. Non siate così ingenui da confondere l'autore col narratore. Non fatelo nemmeno per ischerzo. Semmai, leggendo, usate i fatti narrati come uno specchio deformante per riflettere (su) voi stessi e la realtà che vi fa da contorno.
PS: Mio padre era una persona meravigliosa.
PPS: Un diario io non ce l'ho mai avuto.
PPPS: Lo so che certe volte sono molto antipatico e pedante, e non si capisce dove voglio andare a parare.
Nota brevissima del 23 luglio
L'avviso di ieri mi suona oggi a excusatio non petita, ma non so bene di cosa mi accusi.
Seconda Nota del 24 luglio
Dopo una nottata di dubbi e incertezze, stamattina sono giunto a una risoluzione: continuerò a galleggiare nel vuoto, senza chiedermelo nemmeno di cosa manifestamente mi accusino le mie scuse non richieste.
Nota ulteriore, forse l'ultima della serie,
mentre siamo giunti al 25 luglio (che bene che ti voglio)
Stanotte, all'improvviso, s'è allentata la catena. Per un po', mi sono illuso d'esser libero, ma quando ho disteso la gamba e il piede, mi sono sentito di nuovo inserrato e costretto tra gli anelli. Ho dato uno strattone e…, tutto d'un tratto, una maglia s'è rotta e l'intera parete distrutta.
Ho ancora addosso polvere di cemento e calcinacci. Ma il vero problema è che non so se gioire o sentirmi avvilito per tutta questa libertà che m'è piombata addosso senza preavviso, senza orario e senza bandiera.
Temo di star aprendo le porte agli anarco-insurrezionalisti.
Per un po' me ne starò in silenzio a riflettere.
Magari in riva al mare.
(Intanto, spero d'aver aperto le porte agli anarco-insurrezionalisti.
Insomma, va tutto bene, nel migliore dei mondi possibili.
Mi spiace solo di non esser arrivato a sette note.
A proposito, torno ora da un concerto di tango in cui mi sono piaciuti più i giovani Kantango, con Marzuk Mejiri, che il veterano maestro Luis Bacalov con AnnamariaCastelli.
E tant'è. Buonanotte ai suonatori e pure a quelli stonati e fuori tempo come me, che hanno paura d'aprire bocca, toccare corda, percuotere pelli o soffiare note. Ma sarebbero desiderosissimi di farlo. Anche ora stesso.)
Anche quest'anno, come ormai vado facendo dal 2004, ecco a voi una stringata
Rassegna di quattro giorni di Jazz a Pomigliano
Questa era la XIII edizione di un festival che sembra un miracolo di creatività e organizzazione nell'epicentro del degrado e della munnezza campana. Quattro giorni di eventi ad ingresso gratuito nel bel Parco Pubblico di Pomigliano d'Arco.
Ho poco tempo, persino poca voglia, ma mi pare doveroso un breve resoconto ad uso e consumo degli appassionati e dei curiosi.
La serata del 10 luglio si è aperta con Maria Pia De Vito (voce) e Huw Warren (piano) che hanno offerto una esibizione di grande impatto emotivo con composizioni lievi e intense, sperimentali e pur sempre fruibili. Salti dalla musica concreta alla napoletanità. Reminescenze di Ella, Bob McFerrin e Totò. La De Vito è sempre più brava e dà il meglio di sé in queste formazioni più minimali in cui può mettere in scena le sue acrobazie e divertirsi un po' anche col campionatore. Il sapiente accompagnamento di Hugh Warren mi ricorda quello di Mario Laginha con Maria João: reiterazioni, armonie suggestive, unisoni ritmici e melodici, percussioni sulle corde del pianoforte a coda. Per un momento, mi sono ritrovato in un concerto di Lisbona di almeno quindici anni fa (stessa struttura piano voce, simile spazio pubblico ed io che, allora come ora, ero innamorato d'un amore incosciente e sentivo quelle melodie con la sensibilità dei miei fremiti. Lì Maria e Mario, qui Maria Pia e Hugh. Ora risuonava nel jazz la canzone napoletana e mille riferimenti all'Africa e al Brasile; allora riecheggiava il fado e i medesimi mille riferimenti al Brasile e all'Africa. L'eterna Africa... Ma queste sono notazioni del tutto soggettive e personali che non possono trovare ulteriore spazio tra le righe limitate di un resoconto stringato).
A seguire, divertimento, free-style, teatralità e fisicità con l'allegro campionario di stili e ritmi offerto dall'ICP (Instant Composers Pool). Buffo e virtuoso il batterista Han Bennink, un ragazzaccio di 66 anni sempre pronto a passare dall'accompagnamento più tradizionale ad incursioni free e acrobazie circensi. Un po' stanco Misha Mengelberg. Strepitosa versione rallentata, stile funeral march band, di Mood Indigo. Paaaa paaaa paapà Paaa paaa paa... Questo rodatissimo collettivo olandese è una macchina da guerriglia della musica che emoziona e diverte. Soprattutto dal vivo.
A fine serata, Cordoba Reunion, tra gli invasati (come dice il mio amico Alfredo del pubblico più fricchettone, ma simpatico, che solitamente sembra seguire solo l'ultimo concerto della serata in un invaso, un avvallamento del parco, nascosto tra alberi e rampicanti e particolarmente idoneo al consumo di erba e fumo). Esibizione onesta e dignitosa del buon Girotto con altri tre musicisti provenienti da Cordoba: una riuscita fusione di rock progressivo e jazz con svariati ritmi tradizionali argentini (non solo tango e milonga, ma anche danze meno universalmente note come zamba e cahacarera)
L'11 è stata la volta dell'Omaggio a Monk del Pieranunzi/Giuliani Quartet, che si è mosso sulle tracce di capolavori come I mean you, Pannonica, Straight no Chaser, 'Round Midnight e Misterioso. Rosario Giuliani è molto bravo, ma mi è dispiaciuto che in questo contesto suonasse solo il contralto, avrei gradito risentire la voce suadente del suo sassofono soprano. Pierannunzi… suona da par suo, ma a volte sembra come se, preso da horror vacui, sentisse l'esigenza di far uscire dal suo piano troppe note, più del necessario. Sarebbe bastato molto meno per far risaltare le melodie sghembe, viscerali e suggestive dell'immenso Thelonious Monk. (Il mio amico Enzo ricordava opportunamente che Less is More).
Strepitoso e trascinante il Randy Weston African Rhythms Trio con Alex Blake al contrabbasso e Neil Clarke alle percussioni. Ne dirò poco, ma è stato il concerto che mi ha emozionato di più, quello che mi ha fatto dondolare la testa e muovere le gambe per tutto il tempo come un vecchio hipster. Randy Weston è un sulfureo gigante di 82 anni. M'è venuta voglia di risentire qualche suo vecchio disco. Alex Blake è un bassista spettacolare, che suona il suo strumento da seduto, tenendolo curiosamente inclinato e ricavandone accordi e suoni ritmici come se percuotesse e accarezzasse le corde di una chitarra. A fine concerto, Neil Clarke e l'afro-americano-pomiglianese Don Moye si sono seduti uno accanto all'altro, come due compagni di banco, facendo risuonare le quattro congas con avvincenti ritmi africani.
Il quintet Languages di Aldo Farias non ce l'ho fatto ad ascoltarlo, per sopravvenuta stanchezza.
La prima esibizione del 12 è stata quella del Marco Cappelli IDR (Italian Doc Remix) con ospiti Marc Ribot, Dj Logic e Marcello Colasurdo (ex Zezi). Un progetto sfociato anche in un cd pubblicato dall'etichetta di Pomigliano Jazz Itinera e nato dall'incontro delle musiche popolari apportate dal chitarrista locale Marco Cappelli con i "nuovi suoni" di un gruppo di musicisti newyorkesi (Nea Polis meets Nuova York). Il risultato è una insalata di ritmi e melodie nu jazz, klezmer, popolari, funky e dance che qualche volta può risultare indigesta e qualche altra molto stuzzicante e gradevole. Devo dire che in questo momento li sto ascoltando su disco e funzionano meglio che dal vivo, dove alcuni brani sono risultati un po' fracassoni anche per uno scorretto missaggio dei volumi. Sentiti dalle casse del mio modesto hi-fi, i ritmi newyorkesi si sposano meglio con le tarantelle (la celebre montemaranese), i canti a fronna, i documenti parlati e le salmodie.
Subito dopo è arrivata la Gil Evans Orchestra. Il peggio del festival, con Miles Evans che usurpa il cognome di suo padre e il nome di Davis.
Al terzo brano, non ce l'ho fatta a continuare a sentire. E non si trattava di stanchezza, stavolta.
M'è dispiaciuto soprattutto vedere sacrificata in mezzo a quell'orchestrina pop la tromba del buon vecchio Lew Soloff che ricordo in meravigliose band di Charles Mingus con ben altri arrangiamenti e accompagnatori. E mentre mi allontanavo per andare a bere una birra, storpiavano Goodbye Pork Pie Hat, e Charles e Gil si rivoltavano e torcevano nelle rispettive tombe insieme ai miei sensibili intestini.
Infine, l'interessante proposta sperimentale di musica e voce recitante della Nublu Orchestra diretta da Butch Morris. La migliore esibizione della terza serata, in bilico tra jazz e classica contemporanea. Peccato che l'invaso non fosse lo scenario più adeguato per quella musica che necessitava di maggior concentrazione e di un impianto audio che permettesse di far apprezzare meglio il flusso di suoni che passava dalla chitarra elettrica di sinistra a quella di destra attraversando, come un corso d'acqua, i fiati disposti al centro, di fronte al direttore che guidava e reinventava i suoni come un guru di bianco vestito.
L'ultimo giorno è stato quasi interamente dedicato alla O.N.J. (Orchestra Napoletana di Jazz) diretta da Mario Raja e formata da una lunga serie di valenti musicisti campani, tra i quali cito a memoria e a gusto Marco Sannini (tromba), Raffaele Carotenuto e Alessandro Tedesco (tromboni), Giulio Martino e Gianni D’Argenzio (sassofoni tenore), Marco Zurzolo (contralto), Nicola Rando (baritono), Andrea Rea (pianoforte), Pasquale Bardaro (vibrafono), Aldo Vigorito (contrabbasso) e Salvatore Tranchini (batteria).
Il concerto si è aperto con un breve omaggio di Marco Zurzolo al compianto Mario Schiano, geniale, graffiante e inirrigimentabile padre storico del free jazz italiano, anzi, no, napoletano.
Nel corso dell'esibizione si sono aggiunti Raiz (ex Alma-Megretta), Meg (ex 99 Posse), Maria Pia De Vito, Famouodou Don Moye e il trio di Randy Weston. Naturalmente, sono stati soprattutto i due cantanti pop (va be' lo so che gli Alma sono un gruppo dub e i 99 una posse rap/raggamuffin) ad attirare il pubblico meno jazzistico. A mio parere, l'operazione è riuscita meglio con Raiz (la voce di Meg era amplificata male, a volume troppo alto, ed era falsata da una serie di effettacci che producevano uno spiacevole suono da festa di piazza.)
Il concerto, molto lungo, ha avuto momenti esaltanti (un brano da Ex-Voto di Marco Zurzolo, qualche intervento di Maria Pia De Vito e Randy Weston, la reinterpretazione di due classici napoletani: Era de Maggio e Carmela), ma non mi ha convinto del tutto. Nel jazz, l'arrangiamento orchestrale di brani già noti è un'arte complessa basata sulla destrutturazione e ristrutturazione di una composizione per farne risaltare alcune sue qualità che possono essere armoniche, melodiche o ritmiche. È come se io dovessi trovare una nuova chiave di lettura per raccontare una storia già mille volte sentita. A mio parere, la chiave di lettura del maestro Raja era troppo tendente ad emulare lo swing americano, tanto da risultare piuttosto falsa; come se io ora raccontassi la storia di cui sopra con un ridicolo accento americano (ma senza quella consapevolezza auto-ironica che poteva avere ieri un Mario Schiano e oggi uno Stefano Bollani o un Daniele Sepe).
Inoltre, veniva lasciato troppo poco spazio all'estro improvvisativo dei singoli musicisti, costretti a esibirsi in assoli che duravano lo spazio di poche battute. Insomma, avrei preferito sentire meno brani, ma più approfonditamente sviscerati e suonati.
L'ultimo concerto, quello del Flavio Dapiran quintet, non sono riuscito ad ascoltarlo per rischio overdose. E chissà quanti di voi sono riusciti a leggere i miei sbariamienti critici fin qui.
- E jammo bello, Giua’, ma quanno ‘a appicce ‘sta canna, che a tiene ‘nmano a nu quarto d’ora e nuje te stamme aspettanno comm’a tre baccalà.
- E ja’ Giuà, che cca ‘n’atu poco sparane ‘e botte.
- No, guagliù, nun facite ‘e scieme, m’e succieso ‘na cosa mentre stevo squaglianno ‘a stecca ‘e fummo…
- Matté, Marchetié, chisto nun sta bbuono!
- Tenevo annanze all'uocchie ‘a fiamma d'accendino, quanno all'intrasatto aggio visto ‘o fuoco…, aggio visto fuoco ‘a tutte parte, ‘a munnezza appicciate mmiezz’a via, ‘e baracche d’e zingare, ‘e case noste, fuoco a tutte parte e nuje comm’allaneme d’o Priatorio mmizz’e lampe. N’omme ca se regne ‘e benzina e appiccia 'o micciariello mmiezz’a via pecché vo’ a fatica e nun ‘a trova. ‘Na campagna chiena ‘e bidune e tutta abbruciata. ‘O Vesuvio ca vuttave lampe ‘e fuoco e nuje a sotta ca fujevano mmiezzo a ‘nu fummo nire nire…
- ‘A faccia d’o cazzo, me staje facenno fa fa sotto d’a paura.
- Guagliù, sentite a ‘mme, fuimmecenne, jammuncemme ‘a n’ata parte primma ca se fa troppo tarde.
(dall’Apocalisse secondo Giovanni ‘e coppa ‘e quartiere)
20 Maggio 2008, Napoli Centro
Domani Consiglio dei Ministri Berlusconidi a Piazza del Plebiscito, il centro nevralgico di feste farina e forche borboniche e postunitarie; tra il tempio di San Francesco di Paola e il potere sovrano del Palazzo Reale; alle spalle la musica sacra e profana del Regio Teatro di San Carlo; giù in fondo, il mare.
Brigam Espanha e Holanda / Pelos direitos do mar / Brigam Espanha e Holanda / Por que não sabem que o mar / Por que não sabem que o mar / Por que não sabem que o mar / É de quem sabe amar
Ruggero il Normanno, Federico II di Svevia, Carlo I d'Angiò, Alfonso I d'Aragona, Carlo V d'Asburgo, Carlo III di Borbone, Gioacchino Murat e Vittorio Emanuele II di Savoia convidados de piedra in attesa di Frattini Maroni Alfano Tremonti La Russa Scajola Gelmini Zaia Prestigiacomo Matteoli Sacconi Bondi Bossi Calderoli Rotondi Ronchi Carfagna Fitto Meloni Vito Letta e Brunetta.
Deh!
Chi pe la cimma e chi, / Michelemmà, Michelemmà, / Chi pe la cimma e chi, / Michelemmà, Michelemmà, / pe’ lo streppone, / pe’ lo streppone.
Partenopé '92
vergine svirginata,
passata e repassata,
stracciata, spurcata,
‘nsuzzuta e ‘nzvata,
vutata e arruvutata,
‘gnaccata, cacata,
smerdiata, slabbrata,
afferrata e spertusata
...pe’ tutte li late
passata e repassata
da ‘na mano a ‘n’ata,
spaccata e attaccata
‘na vota e ‘n’ata vota
e gira e gira rota,
va truvanno mo chi e’ stato
c’a cugliuto bbuon’ o tiro,
chillu fatte e’ niro niro
niro niro comm’a cche
e allisciame ‘stu bebé,
piglialo mmocca
e piglialo ‘nganno,
crisce sta canna
e ‘nfizzala ‘nculo
ca po vene ‘a pule
e se fa ‘nu giro pur’essa
e arape ‘sta fessa
ca s’arrape ‘stu cazzo,
e 'a capa do pazzo
va truvanno mo’ che fa
pesce fritto e baccala’,
chiagne e ride Michelemma’
mentre l’onna vene e va’,
ride, ride e rido je pure
ca me fotte ‘e paura
ca dimane ‘stu mare
cu li pisce s’arretire
e ‘o cielo se fa scuro
e se fa triste l’aria,
‘nserrate, fenestrella
‘e Marechiaro,
ca Nanninella e’ morta
e moro je pure!
chiagne ‘o pate d’e criature
e ‘na vergine sverginata
mo che ‘o mare l’ha lassata;
chiagne ‘a figlia
e chiagne ‘o frate;
chiagnene ‘e mamme
e chiagnene ‘e pate;
mentre ‘o mare s’arretire
e se fa triste l’aria
e 'o cielo se fa scura
ma sott’a luna
e Marechiaro
e lacreme regnene
‘natu mare
e affonnano ‘e piscature
int’a chest’acqua sporca,
‘mmiezz’a chest’aria scura.
‘Ncopp’a ‘na barca sulitaria
puorteme viento luntane,
luntane ‘a Napule, luntane a te.
...
Vesuvio, l’Etna chiama, rispondi forte
da Palermo a Milano diffondi morte
‘ncopp’a chest’aria scura,
‘ncopp’a chest’acqua sporca,
ca si ‘o scarpone affonna,
a te, che te ne ‘mporta?
On the clouds it never rains, on the clouds it's always sunny
Come ogni giorno, Angelo il pittore intinse i suoi pennelli nella sua tavolozza che conteneva ogni sfumatura di bianco e di grigio e qualche tenue traccia di giallo e di rosa. Come ogni giorno si trovava al cospetto di un immenso sfondo azzurro da ravvivare, e come ogni giorno si mise sorridente a lavoro. Sempre lo stesso, ma ogni giorno diverso.
Questa volta, aveva deciso di dipingere piccoli sbuffi bianchi cui avrebbe dato corpo aggiungendo lungo i morbidi contorni leggere pennellate di grigio. Ricordava altre nuvole di un giorno bello e splendente come quello di oggi, e sperava che i raggi illuminassero la sua opera come fece allora, prima che giungesse l’annaffiatore a rovinargli il suo capolavoro sotto cascate di acque scroscianti.
Sospeso in aria da forza estranea al mondo degli uomini, cominciò a delineare i contorni del primo batuffolo e, via via, quelli del secondo, del terzo e del quarto. A metà dell’opera si allontanò per vedere l’effetto di insieme e prefigurarsi il finale. Poi abbozzò altri, molti altri sprazzi e, rapsodicamente, in modo sempre più convulso e ispirato, aggiungeva grigi, mischiava le tinte, dava corpo alla sua immaginazione.
Nel bel mezzo dell’opera gli venne da pensare a certi suoi colleghi che avevano cominciato a pitturare a spruzzo usando orribili tinte sintetiche, rulli e compressori, e si disse compiaciuto che con tutte queste moderne diavolerie lui non ci avrebbe mai avuto a che fare, e loro, mai e poi mai, avrebbero potuto raggiungere con quelle assurde scorciatoie il tratto puro delle sue nuvole. Stavano rovinando un’arte millenaria solo per affrettare i tempi, e nella fretta avevano perso la mano e si erano fatti prendere dall’ansia di rinnovare tecniche e paradigmi. Lui invece no, non avrebbe mai cambiato i suoi pennelli di setola e legno per una garrula pistola a spruzzo. Non avrebbe mai e poi mai perso il contatto diretto con la materia: la spinta della mano sullo sfondo ora più resistente ora più morbido e leggero, e i suoi gesti ora lenti ora riflessivi veloci rapidi e guizzanti.
Mentre era immerso in questi pensieri, arrivò Serafino l’annaffiatore tutto preso dal compito di ripulire lo sfondo azzurro, perché fosse pronto per la prossima rifinitura. Il Signore si compiaceva di assistere ogni giorno ad uno spettacolo diverso.
Angelo gli chiese cortesemente di poter terminare il suo lavoro. Serafino si sedette in un angolo e aspettò senza prestare alcuna attenzione all’opera del collega pittore. Ne aveva viste tante di quelle nuvole sempre uguali e sempre diverse da aver perso ogni interesse. Solo la cooperativa dei tintori dell’arcobaleno aveva ridestato qualche volta la sua attenzione.
A lavoro ultimato, Angelo si allontanò senza salutare: restava sempre un po’ indispettito di fronte a tanta indifferenza, e oggi era più irritato del solito, perché quelle nuvole gli erano venute proprio bene e chissà che bell’effetto avrebbero fatto, viste da lontano, illuminate e trafitte dal sole.
Appena si allontanò, Serafino si alzò, prese il suo annaffiatoio e ripulì con grandi scrosci e piccoli schizzi d’acqua le tracce di bianco, grigio e turchese lasciate dal buon Angelo. Come sempre, man mano che Serafino svolgeva il suo compito sorridendo e balzando da un capo all’altro, sulla terra cominciava a piovere e le nuvole sparivano dal cielo come per incantamento.
[Soundtrack:
- Duke Ellington, Under a Turquoise Cloud, 1947
- Domenico Modugno, Cosa sono le nuvole, 1967]
Ieri, come preludio all'odierna festa dei Lavoratori, Mimmo Giuliano (regia), Antonietta Pellicanò (voce narrante), Rosaria Giuliano (cantante), Pasquale Vergara (chitarra) e io (voce narrante) abbiamo tenuto una lettura pubblica davanti a un centinaio di operai, precari, iscritti e delegati sindacali, cui si è aggiunto uno sparuto gruppo di studenti della scuola che ci ha ospitato.
Mi auspico che chi ha assistito a questo evento non abbia fatto solo un’esperienza catartica; perché tante volte la catarsi può essere un modo come un altro per autoassolversi e tirarsi fuori liberandosi dagli spettri della realtà. Vorrei che le parole che abbiamo detto e cantato ieri, insieme a quelle che rimbalzeranno oggi tra piazze e tv, possano servire come una spinta ad agire nel proprio quotidiano e a difendersi quando c’è da difendersi; porca miseria!
Sono stati otto giorni otto tutti dedicati ai suoni, alle armonie e ai ritmi. Una settimana in cui anche le parole più importanti sono passate per le canzoni. E ora vorrei provare a tesserne una rapsodia fatta di ricordi ed emozioni, una suite sulle cose che mi sono passate per le orecchie, per la testa e per quei territori intangibili che chiamiamo cuore, anima o sensazioni. (In verità, è tutta una vita che la musica ha uno ruolo fondamentale nella mia esistenza; tutta una vita che provo a suonare decine di strumenti diversi fermandomi alle soglie della tecnica di base, per acquisire i rudimenti che mi permettono di capire meglio i concerti cui assisto e le migliaia di vinili, cassette e cd che ho comprato, ascoltato, consumato o sentito appena.)
La mia strippata musicale è cominciata lo scorso fine settimana in un modo per me poco canonico: un dj-set in uno spazio suggestivo al centro di Napoli: il Museo Madre: l’antico Palazzo Donnaregina ristrutturato sapientemente da Alvaro Siza per trasformarlo in centro espositivo dedicato all'arte contemporanea. Ci sono andato volentieri anche perché mi è parsa da subito una bella idea questa di cambiare settimanalmente la destinazione d’uso di questo spazio e farne un’enorme discoteca con pannelli appesi alle volute dell’alto soffitto del cortile su cui si proiettano suggestive diapositive. Un po’ meno suggestiva la musica, ma tant’è. Ho provato persino a rimettere in moto gli arti inferiori al ritmo di Bestie Boys, Daft Punk e Figli delle Stelle (pare che anche oggi, come ieri e l’altroieri, aleggi uno spirito da revival che fa contenti vecchi e giovani). Certo mi è sembrato una strana ironia della sorte non andarci con chi è un anno che cercava di farsi portare a ballare, e nemmeno seguire nella milonga chi vorrebbe trasmettere l’insana passione del tango ballato a me, che il tango lo parlo da una vita, ma non lo ho mai danzato e troverei impudica perfino l’intenzione di buttarsi nella mischia danzereccia.
Un paio di giorni dopo ero all’auditorium Bianca D’Aponte di Aversa per sentire il duo jazz formato dalla pianista newyorkese Peggy Stern e dal sassofonista napoletano Giulio Martino. Il loro è un repertorio piacevole composto per lo più da brani originali, salvo uno standard (I wish I Knew), una bossanova firmata Jobim e un gustoso Bésame mucho strappapplausi spietatamente inferto a mo’ di bis al mio cuore che in questi giorni è fin troppo sensibile a certe note romantiche che gridano dentro como si fuera esta noche la última vez. In ogni caso, quella di Stern-Martino è una proposta “post-cool”, lirica, ben suonata, e anche divertente negli echi latini di cumbie, boleri, ritmi cubani e melodie brasiliane. La Stern è una pianista dal gesto molto “economico”, ma efficace. Martino ha un suono denso e pastoso con un soffiato avvolgente e note basse che ti prendono allo stomaco. Da un punto di vista compositivo, ho trovato particolarmente suggestive una ballad della pianista intitolata Thomas e la cumbia colombiana con cui si è aperta l’esibizione.
L’indomani, me ne sono andato al Canto Libre a sentire le Divagazioni a tema unico su Luigi Tenco messe in scena da Alessio Arena che prestava per lo spettacolo la sua voce sia in vivo, per le canzoni, che su un nastro registrato con brani di Cesare Pavese recitati da lui e dalla sua nonna (brillante trovata, questa, che ci ha permesso di ascoltare una bella voce popolare, spontanea e autentica impegnata a interpretare con spiccato accento napoletano brani dolenti e struggenti tratti dai diari di un altro intellettuale morto suicida, e così stemperare la carica retorica della scelta Tenco+Pavese). Con Alessio Arena, sul palco, un quartetto di giovani musicisti che rileggevano il repertorio del cantautore genovese in chiave jazzistica (anche se lasciando poco o nessuno spazio all’improvvisazione), mentre alle loro spalle si assisteva ad un’installazione video. Alessio ha una voce intonatissima che sembra sempre sul punto di spezzarsi; come il Roberto Murolo degli anni migliori, come il Chet Baker di sempre; quasi una voce bianca, si direbbe. Beh, che altro dire, gli arrangiamenti erano gradevoli, il repertorio bellissimo, i diversi media ben integrati, e io, su Vedrai Vedrai e Un giorno dopo l’altro, mi sono commosso alle lacrime.
Il resto della settimana è scorso tra acquisti di cd e spartiti, chiacchieremusicali e non, discussioni musicologiche in rete e miei ignobili arrangiamenti di standard e brani, per così dire, originali; poi ieri è stato il giorno del concerto al Penguin Café di Stefania Tallini; un concerto attesissimo da tutto un gruppo di amici di Napoli e zone collegate che sono (siamo) sul punto di fondare un Tallini’s Neapolitan Fan Club di cui HanginRock sarà Presidente Onorario e io portavoce ufficiale.
E così…, anche se magari qualcuno degli altri astanti era lì solo per mangiare..., anche se quello non era il pianoforte a coda del Quirinale, dove Stefania si era esibita lo scorso 30 marzo..., anche se, prima del concerto, ci aveva detto di essere piuttosto stanca, perché sta lavorando molto (e meno male)..., quando ha cominciato a mettere le mani sulla tastiera, la musica ha catturato tutta la sala e da tavolo a tavolo si è diffuso un silenzio pieno di suoni buoni. Ancora una volta, la Tallini ha messo fuori tutta la sua energia e voglia di comunicare emozioni; e ci ha emozionato.
[Nell’intervallo tra un tempo e l’altro del concerto, mi è venuto da pensare all’apertura verso musiche non inquadrabili direttamente nella tradizione jazz come ad un filo rosso che accomuna Stefania, Peggy Stern ad altre pianiste arrangiatrici compositrici (Carla Bley, Maria Schneider, Rita Marcotulli, Hiromi Uehara...), tutte legate da un interesse niente affatto episodico verso i ritmi latini, la musica brasiliana, le canzoni e le danze flocloristiche e popolari… Uno spunto da approfonfire, o contraddire qui o altrove.]
La scaletta di ieri era più o meno quella in piano solo del concerto alla Feltrinelli di cui ho già parlato su queste pagine, ma con l’aggiunta di una Tarantella composta nel 2001 e dedicata al pubblico napoletano. Grazie. Di cuore.
E meno male che la musica c’è.
aggiornamento musicale domenicale
Sono reduce da un altro concerto e ve lo voglio dire (e un po’ farvelo sentire con le orecchie dell’immaginazione). All’auditorium D’Aponte c’era il “Maciste Trio” formato da Fausto Mesolella (alle chitarre), Vittorio Remino (al basso) e Mimì Ciaramella (alla batteria ed alle percussioni). Suonavano musiche originali mentre su uno schermo si proiettava senza sonoro l’adorabile polpettone di Corbucci/Gentilomo "Maciste contro il Vampiro".
Forse una paio di ore erano troppe per il pubblico medio; alla lunga la sonorizzazione ininterrotta può stancare; anche perché è strano andare a “vedere” un concerto dal vivo e perdersi la fisicità dei musicisti che suonano di spalle al pubblico per poter guardare le scene del film. Tuttavia, io che faccio parte della categoria pubblico scafato, mi sono moderatamente divertito ed ho ammirato il sapiente uso delle dinamiche da parte del trio, i crescendo, i pianissimo, le citazioni che andavano dal Ballo del qua qua alla colonna sonora di Betty Blue, le distorsioni usate a scopo effettistico, le variazioni ritmiche dal reggae al bolero, le atmosfere esotiche fondate su scale arabe e spagnole e, soprattutto, la voglia di giocare con un film così fantasmagorico, eccessivo, fumettistico e surreale intersecando i propri suoni ed effetti speciali alla concitazione delle scene di lotta ed al sentimentalismo degli incontri d’amor.
Nella chitarra di Mesolella risuonavano echi di Ry Cooder, Jimi Hendrix e Marc Ribot. Sua figlia di 8 o 9 anni, guest star, sbadigliava vistosamente e ogni tanto biascicava note da un pocket flugelhorn (l’effetto era il più delle volte anche a tono con la musica, ma sospendo il giudizio sulla scelta circense di tenerla lì sul palco). Mimì Ciaramella era così espressivo da ricordarmi il grande Joey Baron. Vittorio Remino tirava fuori dal basso tutta la sua vasta gamma di potenzialità espressive, ritmiche e melodiche.
La Maresìa di Stefania Tallini
concerto per piano solo e svariate assenze di cui non dico
La maresia in portoghese è l’odore del mare che diventa più intenso quando le acque si fanno distanti a causa del fenomeno dell'abbassamento della marea. Come certi momenti che più si allontanano più diventano nitidi e vivi. Io mi porto dentro i riflussi di questo 29 Febbraio come pura maresia. Sono successe una sacco di cose in questo giorno regalato da un calendario bisestile. Sono successe un mare di cose. Non tutte belle. Ma io mi porto dentro il ricordo della sua musica e di chi alla sua musica mi ha introdotto, e rivedo un tavolo pieno di facce che si spostava da un locale all’altro ed era fatto di bella gente che per lo più non s’era mai vista prima. Potenza delle note e delle loro innumerevoli combinazioni.
Sono arrivato un po’ in ritardo. Non è facile parcheggiare nel centro di Napoli in un giorno di semiblocco del traffico con vigili appostati ad ogni angolo e carri attrezzo pronti per l’intervento (e meno male, vivaddio). Hangin’ era già lì, come ipnotizzata dalle note che uscivano dal pianoforte a mezzacoda accarezzato da Stefania in un magico brano Sospeso. Mi siedo, mi accomodo tra le note e penso subito che ha una felice vena compositiva, Stefania, e un bel tocco di chiara derivazione classica, declinato alla maniera dei migliori pianisti jazz europei e di nonno Bill. Durante il brano seguente, My Friends, mi viene spontaneo usare il cellulare per tirare qualche foto a lei ed alla sua e mia amica che la sta riprendendo alla telecamera. Si può essere belle senza essere vacue.
E’ anche simpatica, Stefania; vedo per la prima volta il suo bel viso quando solleva lo sguardo dalla tastiera e si gira verso il pubblico per spiegare che il brano che sta per suonare si chiama Sola, ma nella sua Roma bisogna stare ben attenti a non pronunciarlo con la ó larga. Su Choro para dois piovono applausi. Il brano è trascinante, nostalgico e struggente come la musica brasiliana che fa eco tra le note. Il tempo è veloce, ma la melodia chiara e distesa. Più tardi sentiremo anche uno Choro cubano tratto da un suo precedente album, ancora più ritmato, ma un po’ meno coinvolgente, un po’ meno avvolgente.
Molto distesi e meditativi anche due dei brani più suggestivi suonati quella sera: Absence e Lontano. Entrambi così evocativi da lasciar pensare a colonne sonore di un film da fare, una pellicola fatta di paesaggi silenziosi, lune malinconiche e campi lunghi. Di tutt’altro andamento Passaggi, ricamato su un basso ostinato che mi fa pensare a certi accompagnamenti percussivi e melodici della mano sinistra di Giorgio Gaslini e Abdullah Ibrahim Dollar Brand, così come la vena latina presente in molti brani mi riporta al pianismo del primo Chick Corea (ma più tardi parlando con lei, mi renderò conto che i primi due non fanno parte dei riferimenti immediati del suo panorama musicale. È sempre così, i rimandi sono lì, tra le note, ma non è detto che chi compone e suona ne sia consapevole; aleggia uno Zeitgeist che ogni ascoltatore afferra in base alla sua enciclopedia personale: è come con la letteratura, l’intentio autoris non deve necessariamente coincidere con l’intentio lectoris. E anche questo è il bello!)
L’atmosfera torna ad addolcirsi con A Veva, una ninna nanna derivata dal cd Pasodoble improvvisato sulle immagini estemporanee di un’artista visuale, Barbara Sbrocca, che ha curato anche la grafica dell’ultimo lavoro discografico di Stefania. Infine, un serrato Improptu e un bis di Girasoli.
(Hangin’, Stefania, mi sono perso qualche pezzo? Ma no, che m’ero rubato pure la scaletta del concerto ;o))
Mentre nella sala risuona ancora l’ultimo scrosciante applauso, per la prima volta nella mia vita mi faccio autografare un cd. Leggo nelle note di copertina un’altra suggestiva definizione di maresia: “la mattina presto e poi, più tardi al tramonto, arriva, come a ondate e in un modo molto più forte del solito, l’odore del mare. È una sensazione dolcissima che nel suo sorprenderti all’improvviso ti avvolge, ti scalda il cuore, ti emoziona” come in “quel momento particolarissimo e inaspettato in cui senti che i suoni prendono forma dentro di te, caldi, certi come un’onda tenera che ti sorprende e ti avvolge… fino a diventare composizione.” E poi quel profumo si spande di nuovo nella stanza di chi ti ascolta. E in quartetto certe melodie sono ancora più belle e si apprezzano maggiormente le dinamiche chopiniane di un paio di brani. Ma come arrangi bene bella bimba, bella bimba, bella bi’! Si sposa perfettamente la tastiera di Stefania col legno del clarinetto di Gabriele Mirabassi e con la sezione ritmica di Gianluca Renzi e Nicola Angelucci. Bravi tutti, bene, bis. E ascoltando ascoltando mi ricordo anche le chiacchiere che vagolavano da un’osteria a una galleria navarra, i bicchieri condivisi (peccato che tu preferisca il bianco) e la carezzevole sensazione che ogni fine è un principio; mentre brindavamo alla dissoluzione del giorno che non c’è e prima di mezzanotte leggevamo frasi di Nitore Andaluso sullo schermo piccolo di un cellulare.
Prima di rientrare a casa mi sono avvicinato al mare e ho lasciato che mi arrivasse sulla faccia il vento. A Napoli il mare sembra sempre lontano o nascosto da case affastellate l’una sull’altra o da cumuli eretti come barricate. Sono pochi i luoghi in cui puoi sentire la maresia fissando l’orizzonte. Ma quella notte, quando l’ho sentita, mi sono seduto, ho sorriso e mi sono reso conto che dentro di me ero ancora pieno di suoni e di pause. È stato allora che mi sono sentito muito obrigado.
Dicevi di essere un gambler,
ma questa volta hai perso,
e la posta in gioco era alta.
Hai bluffato come l’ultimo dei novellini
sperando che io ti facessi fare,
che mi alzassi dal tavolo
e lasciassi il piatto tra le tue grinfie;
ma la posta in gioco
era alta, amico mio,
e la posta in gioco,
la posta in gioco
questa volta ero io.
Dicevi di essere imbattibile,
ma hai perso indegnamente
e forse non lo sapevi ancora
che la posta in gioco
era alta,
perché la posta in gioco
ero io.
Credevi che ti bastasse
mostrarti sicuro di te,
pensavi mi facessi confondere
dal tuo sguardo ammaliante,
vagheggiavi che sarei caduta ai tuoi piedi
sparpagliando al suolo il mio full di re
con un otto di picche e l’altro di cuori.
Contavi davvero di essere invincibile,
povero illuso, ma hai perso,
hai perso disonoratamente,
e la posta in gioco era alta,
più alta di quanto
ci dicessimo,
giocando e
ridendo
tu e io.
Ti sentivi già in tasca tutto il malloppo
e ti carezzavi compiaciuto la tasca
muovendo volgarmente la mano
sotto il tavolo (a un certo punto
ho persino temuto che stessi
per cacciare fuori la pistola),
però si vedeva che le tue certezze
stavano per vacillare,
che cominciavi a perdere fiducia
nelle carte e nella tua capacità
di giocarle a dovere;
si notava che eri terrorizzato,
anche se continuavi a ripetere
di essere un giocatore imbattibile,
un gambler da tavoli pingui,
un vincitore senza macchia né paura.
Io fingevo di crederci
e ti facevo dire e fare
mentre preparavo le mie mosse
più concentrata che mai;
perché lì la posta in gioco era alta,
quella posta in gioco ero io.
A un certo punto hai cominciato
a sudare come un maiale
e ad abbassare e rialzare le carte.
Le guardavi, le riguardavi e le riponevi;
le chiudevi una sull’altra e le riaprivi;
eri inquieto e tremolante,
fissavi il piatto e sollevavi
la mano dai pantaloni:
si vedeva che stavi cominciando
ad avere paura,
era chiaro che eri terrorizzato
e non vedevi l’ora
di arrivare alla fine della partita.
E la fine
non s’è fatta attendere
nemmeno un minuto,
visto che di lì a poco
hai perso la posta in gioco
ed ora mi stai di fronte
che fai tenerezza,
che mi viene voglia
di prenderti la testa tra le mani
ed abbracciarti,
che mi viene da stringerti
al petto e rassicurarti,
che mi viene da baciarti
lentamente la fronte
e dirti di smetterla
con tutte queste
preoccupazioni,
che hai perso,
ma il piatto è
tutto tuo, se lo vuoi,
e la posta in gioco,
la posta in gioco
si consegna ora stesso
nelle tue belle mani
e non aspetta altro
che la prossima puntata
da imbattuto giocatore
e gambler imbattibile,
caro il mio inclito
ineffabile
inarrestabile
campione
senza macchia né paura.
gaetanovergara (c) 2008
(no, in realtà più che altro
l'ho scritto per il gusto di
mettere in calce l'anno d u e m i l a e o t t o che è la prima volta che
lo scrivo e per il momento
mi viene facile, mi pare.)
17 Agosto, Vasto, nella piazza antistante il Castello Caldoresco, dopo la proiezione del Robin Hood disneyano, qualcuno comincia a volgere qualche sediolina verso un pianoforte a coda allontanandola dallo schermo di uno dei quattro palcoscenici a cielo aperto del Vasto Film Festival. Per imitazione, io, la mia compagna e altri facciamo lo stesso. Poco dopo, da una libreria, alle spalle della pedana e di fronte allo sparuto pubblico rimasto in piazza, vengono fuori i tre musicisti suonando una tammorra, un tamburo africano e qualche percussioncina latinoamericana. A ritmo lento ognuno prende il suo posto, gli spettatori da una parte e dall’altra Leonardo De Lorenzo from San Giuseppe Vesuviano alla batteria, il capogruppo Nicola Andrioli al pianoforte e Morena Brindisi accanto al microfono da cui comincia a intonare il canto continuando ad accompagnarsi sapientemente con vari strumentini a percussione. Il pubblico balneare è un po’ distratto, ma l’inizio è suggestivo e promettente, e le promesse non vengono tradite; tanto che, alla fine, chi resta, si riscalda e applaude forte.
Si scivola mellifluamente da un jazz con chiari accenti italo-francesi, alla musica brasiliana e salentina, seguendo il percorso artistico del giovane e bravo pianista e compositore di origine brindisina in pianta stabile a Parigi e reduce da un proficuo viaggio in Brasile da cui ha riportato tante belle melodie firmate Dorival Caymmi, Djavan e Paulinho da Viola (l’interpretazione un po’ afro della Dança da Solidão mi ha commosso in modo intenso e vibrante; sarà che la mia compagna, intanto, si era allontanata per andare ad assistere alla proiezione di Bagno turco in un’altra piazza del Film Festival: Desilusão, desilusão / Danço eu dança você / Na dança da solidão // …Meu pai sempre me dizia, meu filho tome cuidado / Quando eu penso no futuro, não esqueço o meu passado // Quando vem a madrugada, meu pensamento vagueia / Corro os dedos na viola, contemplando a lua cheia / Apesar de tudo existe, uma fonte de água pura / Quem beber daquela água não terá mais amargura. // Desilusão, desilusão / Danço eu dança você / Na dança da solidão).
Ma, bando alle parentesi sentimentali, torniamo alla musica. Nel corso del concerto il batterista fa il suo dovere, è bravo pure nei tempi brasiliani che reinventa a modo suo con piglio convincente; anche se si ha l’impressione che suoni da poco con questa formazione.
Molto più affiatati pianista e cantante. Morena Brindisi ha un bel timbro e usa bene il suo strumento, pur senza essere dotata di un’ampia estensione vocale (almeno stando a quanto ci ha fatto sentire a Vasto); d’altro canto, Anita O'Day insegna, l’estensione non è tutto, soprattutto quando si ha la sensibilità, il buon gusto e il giusto senso del ritmo per prendere l’ascoltatore e trasportarlo nell’altro mondo ricreato all’istante dal buon interprete di turno. Col tempo MB sarà più scaltra, meno preoccupata del pubblico e farà anche meglio. Ne sono sicuro.
Nicola Andrioli oltre al piano suona anche una diamonica da cui trae suoni da musette francese (in qualche brano usa la destra per percuotere il piano, mentre la sinistra percorre la tastiera della diamonica). Bella e malinconica la sua vena compositiva che a tratti ricorda certe armonie di Nino Rota; peraltro, mi pare di ricordare che il maestro Rota esplicò buona parte della sua attività didattica proprio nei conservatori pugliesi; e magari da quelle parti avrà studiato anche Andrioli, visto che a) è brindisino e b) è dotato di un tocco che denota una chiara ascendenza classica.
Mi è piaciuto particolarmente un brano in lingua spagnola e titolo italiano (Amico… non ricordo che) scritto a quattro mani da Andrioli e Brindisi (che lo interpreta con una intensa leggerezza che mi fa pensare al Brasile di Marisa Monte, più che a riferimenti più strettamente jazzistici).
Tutto lo spettacolo è pervaso da una vena che oggi si usa dire etnica, ma io parlerei piuttosto di trasversalità e arte dell’incontro, visto che da sempre la musica ha trovato alimento incrociando il Nord col Sud, l’Est con l’Ovest e il popolare col classico. Suoni un brano brasiliano, lo fondi con un ritmo salentino e scopri una volta di più che negli altri c’è qualcosa di te stesso. Così finisci per ricordare anche quanto rispetto meritiate tu e loro. E chi ti ascolta profondamente condivide con te questa elementare sapienza e si compiace di stare seduto a sentirti e porta il ritmo dondolandosi sulla sedia e muovendo i piedi come morso da una tarantola brasiliana che ha studiato jazz a Parigi e ascolta i dischi di Coltrane, Texier e Veloso Caetano. E per un po’ la tarantola compie il miracolo del sollevamento dai pesi.
(Dopo il concerto quattro chiacchiere in fretta coi musicisti. Devo raggiungere la mia meravigliosa compagna a cui, ironia della sorte e nemesi delle muse, il film di Ozpetek non è nemmeno piaciuto granché: sarà stata l’ora tarda, l’oscurità di certe scene e il sonno incombente. “Cacchio, il concerto ti avrebbe sicuramente preso di più: c’era ritmo da ballare sulla sedia e belle melodie; non era quel jazz di cui non si capisce il motivo du-dad-du-dad …”. Poi, beijos, abraços e fim da solidão, fine della solitudine, almeno per il momento. I due si allontanano di spalle danzando lievemente come in un muto di Charlot. E lui vorrebbe dire qualcos’altro su quello che ha sentito, ma rimanda le parole al rientro sul blog dopo un’assenza non abbastanza lunga, porca miseria!)
Pomigliano Jazz Festival '07
con qualche foto rubata ieri
Il Pomigliano Jazz Festival è giunto alla sua dodicesima edizione di concerti gratuiti suonati a tre al giorno nel bel parco cittadino. E anche quest’anno programma ricco e mi ci ficco.
Ieri sera, inaugurazione festivaliera con grandi punte di interesse e qualche momento di emozione intensa.
Il primo concerto in programma è stato la presentazione dell’ultimo cd prodotto da Itinera, l’etichetta discografica di Pomigliano Jazz.
Si tratta di The Gray Goose, un progetto ispirato al songbook di Hanns Eisler e Bertold Brecht e realizzato da un inedito quartetto costituito da Francesco D’Errico al pianoforte, Claudio Lugo al sax soprano e ai laptop, Don Moye alla batteria e ai cori e Hartmut Geerken, anziano folletto tedesco dedito a recitare brani suoi e di Brecht e a suonare, suonicchiare e martirizzare strane tastiere e vari strumenti etnici, tra cui uno zummarah egiziano a doppia ancia e un cordofono che percuote come un ossesso con un battente per timpano.
Tutto il concerto è permeato di teatralità e di caratteristica gestualità dionisiaca da avanguardia free. D’Errico intreccia i suoi accordi alle suggestioni sonore di Lugo ed alle note, ai rutti e ai singulti prodotti dalla voce e dagli objets trouvés di Geerken. Nell’ultimo brano, si alza per “preparare” le corde del pianoforte a coda (che più tardi riceve un’altra gradevole sferzata da Gaslini che applica sulle corde un foglio ottenendone un suono para-chitarristico). Grande fisicità esprimono sul palco tutti i musicisti, ma soprattutto Don Moye e Lugo, che vediamo contorcersi al sax in consonanza con gli arpeggi che suona inserendo sapientemente note del registro grave che fanno da perno ad evoluzioni ipnotiche e aggressive che ricordano Ayler, Garbarek e Zorn.
I testi di Brecht sono scelti tra i più sensibili ai temi di denuncia sociale, e scandalizza e impressiona l’attualità di certi passaggi (anche quando il quartetto non si preoccupa di attualizzarli facendo il verso a Condolezzi Risi Risi o parlando dei barbari d’America). Particolarmente suggestivi una Solidarity Song, un The Poplar Tree on Karlplatz, una Praise of illegal Work, una Zuppa ed il brano sull’invincibile e immangiabile papera grigia che dà il titolo all’intero progetto.
Convince poco qualche intervento un po’ episodico di Geerken alle percussioni, ma nel complesso il concerto è interessante e tocca vette emozionanti e momenti di grande impatto sonoro nei quali il drumming di Don Moye lascia ricordare le performance più trascinanti dell’Art Ensemble of Chicago, che insieme alle avanguardie europee ed all’ultimo Don Cherry paiono essere un imprescindibile punto di riferimento del gruppo. (Mentre scrivo sto ascoltando il cd del progetto che ho acquistato stesso ieri al PMJ Festival: gli strumentini suonati da Geerken, come mi aspettavo, sono più integrati al contesto, anche se, naturalmente, come in ogni documentazione sonora della musica free si perde quel puzzo di sudore e la traspirazione di quella gioia di creare davanti al pubblico che può passare solo attraverso la dimensione live).
Tra gli spettatori di ieri molte facce annoiate e qualcuno che impreca tra i denti contro il tedesco (che ci mette la faccia, la voce e la calata teutonica, e sembra pure essere il frontman del gruppo. D’altro canto, cosa c’è di più facile che sparare su un tedesco urlante e infoiato?)
A seguire, sempre sul palco centrale del Parco di Pomigliano, il Giorgio Gaslini Chamber Trio.
L’imprescindibile maestro del jazz italiano è accompagnato da due validi musicisti che sarebbe riduttivo considerare una semplice sezione ritmica, due giovani roberti (Roberto Bonati al contrabbasso e Roberto Dani alle percussioni), cui vengono affidati anche importanti momenti solistici.
Dani siede dietro una piccola batteria con appeso un triangolo e al suolo qualche percussione metallica. Il suo è un modo di percuotere pelli e piatti molto particolare, altamente espressivo, con tocchi raffinati scelti con sapienza alternando bacchette, spazzole, battenti e mani. L’uso suggestivo e coloristico dello strumento, la raffinata concezione della dinamica delle percussioni, l’originalità dell’approccio a pelli e piatti e, soprattutto, la peculiare capacità di suonare i silenzi mi hanno fatto ricordare le migliori performance del buon vecchio Joey Baron.
Bravissimo anche Bonati, contrabbassista di chiara estrazione classica che mostra di conoscere lo strumento in tutti i suoi risvolti alternando al tradizionale pizzicato jazzistico un sapiente uso dell’archetto ed intrecciando con scioltezza le sue note alle linee disegnate dalla mano sinistra del maestro Gaslini.
Le composizioni che ci hanno fatto ascoltare ricalcano l’idea di Gaslini della “musica totale”, in cui tutta la linea del linguaggio jazz, dal blues delle origini al free più radicale, si incontra con scioltezza con la tradizione classica europea senza mai snaturarla né snaturarsi. E neanche si sdegnano incontri con la musica pop o con il rock; perché, come ricorda il popolare adagio, l’unica vera distinzione è tra la musica buona e quella cattiva, e siccome dal letame nascono fiori, il buono può nascere in ogni campo e in ogni ambito dell’umana creatività; e così, disgraziatamente, anche il maleodorante e il cattivo (anche se io non so fino a quando potremmo aspettare qui a Napoli e dintorni la nascita dei fiori dal lerciume che ci inonda le strade; ma questa è un'altra storia, e Pomigliano ieri sembrava pulita come una cittadina dell Scandinavia).
Una scorsa al repertorio fa fede di questa concezione eclettica e dell’assoluta mancanza di steccati e confini tra note e note: si va da una suite dello stesso Gaslini (Africa Libera, Addis e Homo Meccanicus) a Yucatan di Sun Ra e a Batterie di Carla Bley; per poi passare al capolavoro dei Doors Light my fire a alla Sicilienne di Fauré e concludere con un divertente Latin Genetics di Ornette Coleman e una Fabbrica della Musica sempre composta dal grande maestro milanese.
A me il concerto è piaciuto molto, a tratti mi sono proprio arrecreato, entusiasmato, appassionato. E questa volta anche il resto del pubblico è apparso più soddisfatto.
Ma mai quanto ha goduto dopo, spostandosi al palco dell’invaso del parco pomiglianese, per esporsi alla musica facile facile da ascoltare ma di funambolica esecuzione e molto ben arrangiata del quintetto di Roberto Fonseca.
Be’, ascoltando questi musicisti presentati come la nuova generazione del Buena Vista Social Club cubano, mi sono divertito anch’io; sebbene non abbia resistito fino alla fine.
Ho apprezzato soprattutto i primi brani, quelli in cui ancora le congas non marcavano i ritmi più tipicamente e ritritamente caraibici e le armonie sembravano voler fare il verso alla scale arabe e napoletane.
Virtuosi tutti i musicisti, da Javier Zalba (clarinetto, flauto, sassofoni) a Omar González (basso), Emilio del Monte (congas e altre percussioni) e Ramsés Rodriguez (batteria). Molto bravo il leader, anche alla voce milton-nascimentiana che creava un'atmosfera oleosa alla Pat Metheney group. Ma si è fatto tardi, e io cominciavo ad avere sonno. E a una certa ora, niente meglio che il silenzio.
Qualche giorno fa, di rientro a casa da un giorno stanco come tanti, mi sono trovato tra le mani uno strano pacco postale, un sorprendente regalo da un paese lontano. Beh, a pensarci bene, non tanto lontano, praticamente alle porte del vecchio continente che ci contiene in tanti stretti stretti da tempo immemorabile; e magari da lì veniamo tutti dai tempi di Noé (i più ferrati tra voi in storia, religioni e geografia staranno già navigando con la mente sulle vette del monte Արարատ, tra cori di animali accoppiati e uno sparuto gruppetto di esseri umani bagnati fradici).
Ma torniamo al pacco. Un paio di lettere inesistenti nel nostro alfabeto mi hanno fatto capire subito che mi era stato spedito da Nariné, la mia giovane amica armena. E poi c’era scritto a chiare lettere che era lei la mittente.
La cosa mi ha sorpreso non poco. Era dalla scorsa estate che non ricevevo sue notizie, ed ora, all’improvviso, eccomi tra le mani un plico su cui c’è scritto FOTO, ma che io intuisco subito essere qualcos’altro.
Evidentemente la scrittura di Nariné dichiarava il falso per evitare che qualche farabutto fosse indotto ad aprire l’involucro nel tragitto e potesse trafugare il prezioso regalo che lei mi aveva preparato da tempo. Praticamente da quando ci conoscemmo più di due anni fa e io le dichiarai da subito il mio amore per i suoni della sua terra (¡qué mujer tan amable!).
Ho spacchettato forsennatamente strappando via chili di nastro adesivo, e mi sono trovato di fronte i cinque pezzi di legno di albicocco levigato che compongono un duduk con inclusa imboccatura di riserva (che questi mica sono ricambi che si possono incontrare giù al supermercato).
Dentro non c’era nemmeno un biglietto di spiegazioni, in puro stile Nariné.
Solo ieri sono riuscito a mettermi in contatto con lei e, tra gioiose ed emozionate risate in cui accavallavamo le voci e i disturbi di linea, ho saputo che si trattava del regalo del SUO matrimonio. Si era sposata da qualche mese con Taron; poi… il viaggio di nozze in Egitto, il natale, il nuovo anno e così, di giorno in giorno, ci è piombata addosso la primavera senza più sentirci né mandarci due righe.
All’inizio non è stato facile nemmeno capire come si montavano i tre pezzi del duduk, ma ora che ci sono finalmente riuscito voglio mandare anche da qui i miei più sentiti auguri a Nariné e a Taron, mi enhorabuena, mis felicidades, sh'norhavor lini, Nariné, para ti y Taron, y sh'norhakal em, muchas gracias.
E voglio dirle che ho approfittato di questa festa del lavoratore per studiare lo strumento, ed a lei dedico le prime note che ne sono venute fuori. Y disculpa si es poco.
Tutti gli altri lettori di questo blog, invece, vorrei invitarli a trasferirsi sul sito http://www.ian.cc per aggiungere la propria adesione alla campagna per il definitivo riconoscimento del Medz Yeghern (il “grande male”), il genocidio armeno perpetrato prima dal sultano ottomano Abdul-Hamid II tra il 1894 e il 1896 e poi dai Giovani turchi durante la prima guerra mondiale. Signori miei, questa è un’altra storia che faremmo bene a tenere a mente, per non essere costretti a ripeterla, per non inciampare un’altra volta nella stessa pietra. E poi, cazzo, se quel progetto criminale fosse riuscito io non avrei conosciuto Nariné, e lei non mi avrebbe mandato quel duduk dai suoni caldi e vibranti, e io non avrei potuto registrare le note di cui sopra (va beh, lo so, lo so, questa avrei pure potuto risparmiarvela; ma andatevi a sentire qualche brano del grande Djivan Gasparian per capire cosa intendo -e che tipo di melodie mi piacerebbe far uscire dallo strumento- quando farnetico di suoni caldi e vibranti).