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Leggendo ci si allontana dal mondo per comprenderlo meglio <°((gaetano~vergara))°>


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mercoledì, 25 febbraio 2009
 

Poesia d'una fotografia
contro la prosa che dall'alto spia
fuori dal senno della fantasia

Quando i passeggeri vanno via
Negli occhi le valige si guardano
Si sorridono, s'amano e parlano,
Prima in posa, in fotografia,
Poi rimando in questa poesia. 


ovunque, foto ed elaborazione grafica di gaetano 'aitan' vergara (c) 2008

dedicato a te
che
mi
hai
suggerito
più di una rima
mentre scorreva
sui binari l'allegria

 

postato da aitan | 22:29 | Permalink | commenti (46)





domenica, 22 febbraio 2009
 

Una citazione da Facebook
(quando il private blog imita il social net)

Gaetano torna dalle 'Pulle' di Emma Dante al Mercadante, un'operetta amorale bella bella; abbagliante, emozionante, intensa e divertente.



[col senno di poi e coi righi in più che il blog ti dà
Gaetano aggiunge che la compagnia cantante, danzante e recitante interpreta magistralmente la scrittura scenica lacerante e sapiente di Emma Dante; lo spettacolo è puntellato da trovate esilaranti e/o toccanti et, come in tutto il teatro grande, si vede Shakespeare in filigrana e il senso del ritmo non abbandona nemmeno per un momento la messa in scena e l'evento. Qui, come in un circo, come nel grande Teatro d'Arte di Mosca, come in un musical, l'attore deve sapere fare tutto, deve avere un perfetto dominio del suo corpo e dei suoi mezzi espressivi e dimostrare d'essere capace di fare acrobazie senza rete (veramente bravi bravi tutti, ma a me hanno particolarmente convinto la fata cantante Elena Borgogni, Antonio Puccia nella parte di una Moira che mi ricordava Mister Bean, la fata danzante Clio Gaudenzi e Stellina-AntonioTatangelo, al secolo Carmine Maringola, che, oltre ad aver collaborato alle scene, ha saputo far ridere e commuovere come i grandi comici-tragici da Falstaff in giù). Epperò (aspe', mo' veneno 'e difetti), le canzoni non sempre sono all'altezza del testo e del contesto e, come spesso accade a teatro, si economizza troppo sugli arrangiamenti musicali (oppure bisognerebbe imparare a sfruttare la capacità evocativa della musica come si fa con lo scenario: fare della 'povertà' un pregio, invece di usare ingombranti tastiere da vorrei(avere un'orchestra)-ma-non-posso; 'nsomma io credo che bisognerebbe limitarsi all'uso di uno o due strumenti acustici che sappiano far risuonare le corde del pubblico, invece di essere presi da un horror vacui che ti fa riempire di note elettroniche quasi tutti gli spazi acustici (questo, soprattutto, quando la musica accompagna il canto). In questo modo si lascerebbe all'ascoltatore il compito di 'fare il resto' nelle sua propria testa, proprio come si fa con lo spazio scenico dove quattro sedie fanno una stanza, una macchinina telecomandata trasforma il palco in una strada e una croce diventa una chiesa. Vabbe', mi spiego meglio un'altra volta, ché queste sono solo notarelle del giorno dopo; cose che avrei voluto dire tra le 11 e mezzanotte, quando i compagni di poltrona vanno a ballare il tango.)]



postato da aitan | 00:35 | Permalink | commenti (16)





lunedì, 16 febbraio 2009
 

Muito Romântico
trentesimo frammento

Spengo la radio che tengo sempre accesa
perché non voglio stare ad ascoltare i pensieri
che stanno acquattati nei recessi meno accessibili della mia coscienza;

spengo il cellulare,
affinché nessuno venga a interrompere il silenzio in cui mi immergo,
come se qui dentro fosse davvero possibile smettere di sentirti e sentire
(tanto sono sicuro che tu non mi avresti potuto chiamare comunque,
dal momento che non te l'ho nemmeno dato il mio nuovo numero);

tra un po' spegnerò anche questo pc
e l'illusione di avere mille porte e finestre per affacciarmi sul mondo
(non vedo l'ora di liberarmi dal rumore di questa maledetta ventola
che mi ronza in testa insieme ai rimpianti
e ai miei desideri più neri e più veri);

tolgo la spina alla segreteria
(quella ce l'ho da che sono rientrato in patria
(¡caracoles!),
e non ho ancora imparato a metterla fuori uso
premendo uno dei sui trentatré bottoni
o la giusta combinazione dei tasti
che ne decretano la chiusura
(li fanno sempre più difficili questi apparecchi iperdigitali
e io mi sento ogni giorno meno sapiente e più cretino));

spengo tutte le luci e mi accendo la sigaretta che mi offristi tu
la notte in cui si biforcarono i nostri sentieri
(volevamo fumarla insieme, come l'ultimo desiderio dei condannati,
ma ci accorgemmo che avevamo lasciato nel bar i nostri accendini).

Se potessi, mi spegnerei pure i ricordi che mi si arrovellano in testa, ora,
per lasciare che il buio la faccia da padrone in ogni anfratto della mia memoria
e in ognuno dei quattrocento cantoni della mia coscienza.

Perché lo sanno anche i matti, i cavalli e i gatti randagi come te e me che
certe volte può far male anche evocare i momenti migliori della scorsa vita.

E allora, spente a una a una tutte le luci, fumo solo, solo, como un perro solo,
nel freddo di questa notte che mi cala dentro inesorabile come una vendetta.

Fumo lentamente e vorrei si spegnessero
anche le insegne della strada e i fari delle auto.

Se potessi, farei buio soprattutto sulla nostalgia
che mi corrode e mi svuota dentro
come il guscio di un uovo scivolato
nel vulcano di una torta di farina, torti e zucchero a velo.

[...] Penso in una nuvola di fumo che
avrei ancora molte cose da dirti, 
molto amore da dare e da darti,
e continuo a chiedermi
perché ho lasciato che te ne andassi via
come se niente fosse o fosse stato. [...]

Perché non sono saltato sull'ultima carrozza del tuo treno in corsa
pronto a tirare il freno e far stridere le ruote sui binari?

Ti avrei sussurrato all'orecchio:
"¡Estoy todavía aquí, cielo!",
mentre tu ti affacciavi dal finestrino
cercando il mio volto e la mano
tra la gente impalata al andén número 3. [...]
Perché non ti ho rincorso fino alla fermata successiva
gridando contro il trambusto del treno che non potevi andare via così,
che saremmo rimasti sempre insieme accompagnandoci fino alla vecchiaia
in un discorso senza soluzione che avrebbe tenuto acceso ogni canale?
Perché me ne sono stato lì a vederci finire, senza dire una parola?
Mentre è cenere anche questa sigaretta, ormai, ed il fumo
è avvolto dall'oscurità fosca ed impenetrabile
di una notte senza luce e senza luna.
¡Ojalá potessi fumarmi così
tutta la mia malinconia
e questi ricordi che
non sanno più
andare
via
...
o
r
m
a
i
.

 

postato da aitan | 13:00 | Permalink | commenti (34)





mercoledì, 11 febbraio 2009
 

Larger and largely exhausted

Chiamo
al ristorante,
tutto esaurito.
Vado
al cinema,
tutto esaurito.
Riservo
una stanza
in quell'alberghetto che sai,
tutto esaurito.

Cerco
due poltrone al teatro,
tutto esaurito;
anche qui,
ancora,
tutto esaurito,
ovunque,
comunque,
tutto
esaurito.

Vorrei
prenotare
un viaggio
che mi porti
lontano,
lontano,
lontano,
ma tutto esaurito,
tutto esaurito,
tutto
esaurito
sto.

Esausto e sconvolto,
in mezzo a desideri
larger, much larger
than life.

postato da aitan | 17:48 | Permalink | commenti (28)





sabato, 07 febbraio 2009
 

porche attese, poche muse, parche spese

Io credo che sia tra i bianchi che tra i neri
ci siano tanti stalloni senza personalità,
cerca nel mucchio il tuo compagno
scartando quelli più seri e più veri;
loro di certo si intonano al tuo bagno
ed allo stile onorato di questa società
che tu perpetui e io riempio di improperi.

No, basta, che brutti versi! E che palle la poesia! Vorrei cambiare mestiere. Vorrei andarmene in un posto in cui a nessuno sia dato immaginare che scrivo versi, che ho pubblicato libri, che ho vinto premi letterari e convinto la critica più criptica e i soloni più ritrosi e restii. Che palle la poesia! Vorrei non sapessero nulla di me, vorrei arrivare in un villaggio sconosciuto e vorrei che lì, da dietro le tendine delle finestre, tirassero a indovinare il mio mestiere e mi prendessero per un idraulico, un ballerino di salsa o un fantino (che ci ho pure il fisico esile e le gambe arcuate). Che palle, che palle la poesia, e come sarebbe bello se nessuno sapesse che mi guadagno da vivere scrivendo libri e diffondendo in giro articoli e recensioni che imbellettano, esaltano e stroncano i versi altrui (i quali, sia detto per inciso, peggiorano di giorno in giorno e di ora in ora, come capita ad ogni piè sospinto anche a me e a tutto il mondo intorno; ma questo neanche lo posso gridare ai quattro venti, perché far sapere in giro certe ovvie verità non è funzionale alla vendita dei libri e dei giornali e potrebbe fare tanto male al mercato della versificazione nazionale, che già di per sé non è che se la passi tanto per la quale)! Uffa, che palle la poesia, e che freddo spira tra verso e verso. Che palle e che fottutissima rabbia quando vai a letto con qualcuna e lei il giorno dopo vuole che tu lo metta in rima; e insiste come una squillo che ti presenta la sua parcella dopo essersi fatta il suo rapido bidet.

postato da aitan | 16:30 | Permalink | commenti (30)





martedì, 03 febbraio 2009
 

Giresun 21.01.2009
Interludio Breve Bizantino e alquanto Barocco
(in pratica, quasi un enigma che si autorivela)
*


 .
otla'l
osrev
ossab lad isodnevoum
artsinis a artsed ad av
osnes li etlov a ehc
ias ehc acifingis
,esarf atseuq
erid louv
asoc
icsipac
eS
..
.


 *nota al margine del senso
Tante volte le risposte sono sotto i nostri occhi, ma non riusciamo a vederle, perché ci ostiniamo a ripercorrere sempre gli stessi passi, come se il senso fosse unico e uno solo il verso. E pensare che a volte basterebbe un lampo di riflessione per illuminare la realtà di luce nuova!

 

postato da aitan | 19:15 | Permalink | commenti (24)