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martedì, 29 luglio 2008
interludio in forma d’aforisma
la vita è tutto un gioco ingabbiato in regole in cui ti devi saper muovere per cambiarle e dare senso al percorso per te e per chi ti gira intorno con il segreto o dichiarato intento di intersecarsi per un attimo o fino all’ultimo respiro col tuo tragiludico cammino
lunedì, 21 luglio 2008
La maledetta catena
Quando gli chiesi: “perché cavolo mi aveva messo al mondo, allora?”, mi disse che non lo sapeva, non ne era certo; ma forse a volte si fanno cose insensate solo perché insorge il bisogno di cercare fuori la motivazione che si sente spenta dentro, o perduta in qualche anfratto indisponibile alle sonde della ragione. E così magari, da un momento all’altro, uno si trova un altro moccioso in casa e non sa nemmeno chi è. Tanto strepito per cercare una spinta e poi trovarsi intrappolato tra le maglie di un’altra catena. Un’altra catena…
Me ne uscii sbattendo la porta e mi andai a nascondere nella mansarda vuota. Per tre giorni e tre notti non dissi una parola. Avevo quindici anni, ma me ne sentivo cinque, due o centocinquanta. E poi cosa voleva dire che uno si trova un altro moccioso in casa e non sa nemmeno chi è: a chi si riferiva, quel bastardo di mio padre? Parlava di se stesso o di me, quando sosteneva di non sapere nemmeno chi fosse?
Sono passati più di vent’anni, ci sono tante cose che non ho capito, che continuo a non capire, ma credo sia giunto anche per me il momento di cercare fuori le motivazioni che sento spente dentro; insomma, sì, vorrei avere anch’io un figlio mio, ora. Lo so che non è giusto desiderare un discendente per dare senso al vuoto di esistere, lo so, forse anche lui lo sapeva, ma non posso fare a meno di pensare e volerlo con tutto il cuore; proprio come non poté farne a meno lui. Forse consiste proprio di questa catena di vuoti l’intera esistenza del genere umano, e non potrei contrarrestare il flusso, neanche se lo volessi.
Perciò, stronza tesoro mio, allarga le cosce e fammi entrare. Lascia che io riempia il tuo vuoto col mio vuoto e perpetriamo la maledetta catena, che magari c’è pure gusto, e dove c’è gusto non v’è perdenza.
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Avviso ai lettori (22 luglio)
Questa non è una pagina strappata dal mio diario. Io, in questo pubblico spazio, non incollo mai pagine tratte dal mio diario personale.
Questo è un textículo di invenzione.
Ogni attinenza con fatti e persone esistenti nel mondo extra-virtuale è frutto del caso o di involontaria rielaborazione di frammenti di realtà sedimentati nella memoria o nei sogni dello scrivente.
L'uso della prima persona singolare è da intendersi come mero espediente narrativo. Non siate così ingenui da confondere l'autore col narratore. Non fatelo nemmeno per ischerzo. Semmai, leggendo, usate i fatti narrati come uno specchio deformante per riflettere (su) voi stessi e la realtà che vi fa da contorno.
PS: Mio padre era una persona meravigliosa.
PPS: Un diario io non ce l'ho mai avuto.
PPPS: Lo so che certe volte sono molto antipatico e pedante, e non si capisce dove voglio andare a parare.
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Nota brevissima del 23 luglio
L'avviso di ieri mi suona oggi a excusatio non petita, ma non so bene di cosa mi accusi.
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Seconda Nota del 24 luglio
Dopo una nottata di dubbi e incertezze, stamattina sono giunto a una risoluzione: continuerò a galleggiare nel vuoto, senza chiedermelo nemmeno di cosa manifestamente mi accusino le mie scuse non richieste.
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Nota ulteriore, forse l'ultima della serie,
mentre siamo giunti al 25 luglio (che bene che ti voglio)
Stanotte, all'improvviso, s'è allentata la catena. Per un po', mi sono illuso d'esser libero, ma quando ho disteso la gamba e il piede, mi sono sentito di nuovo inserrato e costretto tra gli anelli. Ho dato uno strattone e…, tutto d'un tratto, una maglia s'è rotta e l'intera parete distrutta.
Ho ancora addosso polvere di cemento e calcinacci. Ma il vero problema è che non so se gioire o sentirmi avvilito per tutta questa libertà che m'è piombata addosso senza preavviso, senza orario e senza bandiera.
Temo di star aprendo le porte agli anarco-insurrezionalisti.
Per un po' me ne starò in silenzio a riflettere.
Magari in riva al mare.
(Intanto, spero d'aver aperto le porte agli anarco-insurrezionalisti.
Insomma, va tutto bene, nel migliore dei mondi possibili.
Mi spiace solo di non esser arrivato a sette note.
A proposito, torno ora da un concerto di tango in cui mi sono piaciuti più i giovani Kantango, con Marzuk Mejiri, che il veterano maestro Luis Bacalov con Annamaria Castelli.
E tant'è. Buonanotte ai suonatori e pure a quelli stonati e fuori tempo come me, che hanno paura d'aprire bocca, toccare corda, percuotere pelli o soffiare note. Ma sarebbero desiderosissimi di farlo. Anche ora stesso.)
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martedì, 15 luglio 2008
Anche quest'anno, come ormai vado facendo dal 2004, ecco a voi una stringata
Rassegna di quattro giorni di Jazz a Pomigliano
Questa era la XIII edizione di un festival che sembra un miracolo di creatività e organizzazione nell'epicentro del degrado e della munnezza campana. Quattro giorni di eventi ad ingresso gratuito nel bel Parco Pubblico di Pomigliano d'Arco.
Ho poco tempo, persino poca voglia, ma mi pare doveroso un breve resoconto ad uso e consumo degli appassionati e dei curiosi.

La serata del 10 luglio si è aperta con Maria Pia De Vito (voce) e Huw Warren (piano) che hanno offerto una esibizione di grande impatto emotivo con composizioni lievi e intense, sperimentali e pur sempre fruibili. Salti dalla musica concreta alla napoletanità. Reminescenze di Ella, Bob McFerrin e Totò. La De Vito è sempre più brava e dà il meglio di sé in queste formazioni più minimali in cui può mettere in scena le sue acrobazie e divertirsi un po' anche col campionatore. Il sapiente accompagnamento di Hugh Warren mi ricorda quello di Mario Laginha con Maria João: reiterazioni, armonie suggestive, unisoni ritmici e melodici, percussioni sulle corde del pianoforte a coda. Per un momento, mi sono ritrovato in un concerto di Lisbona di almeno quindici anni fa (stessa struttura piano voce, simile spazio pubblico ed io che, allora come ora, ero innamorato d'un amore incosciente e sentivo quelle melodie con la sensibilità dei miei fremiti. Lì Maria e Mario, qui Maria Pia e Hugh. Ora risuonava nel jazz la canzone napoletana e mille riferimenti all'Africa e al Brasile; allora riecheggiava il fado e i medesimi mille riferimenti al Brasile e all'Africa. L'eterna Africa... Ma queste sono notazioni del tutto soggettive e personali che non possono trovare ulteriore spazio tra le righe limitate di un resoconto stringato).
A seguire, divertimento, free-style, teatralità e fisicità con l'allegro campionario di stili e ritmi offerto dall'ICP (Instant Composers Pool). Buffo e virtuoso il batterista Han Bennink, un ragazzaccio di 66 anni sempre pronto a passare dall'accompagnamento più tradizionale ad incursioni free e acrobazie circensi. Un po' stanco Misha Mengelberg. Strepitosa versione rallentata, stile funeral march band, di Mood Indigo. Paaaa paaaa paapà Paaa paaa paa... Questo rodatissimo collettivo olandese è una macchina da guerriglia della musica che emoziona e diverte. Soprattutto dal vivo.
A fine serata, Cordoba Reunion, tra gli invasati (come dice il mio amico Alfredo del pubblico più fricchettone, ma simpatico, che solitamente sembra seguire solo l'ultimo concerto della serata in un invaso, un avvallamento del parco, nascosto tra alberi e rampicanti e particolarmente idoneo al consumo di erba e fumo). Esibizione onesta e dignitosa del buon Girotto con altri tre musicisti provenienti da Cordoba: una riuscita fusione di rock progressivo e jazz con svariati ritmi tradizionali argentini (non solo tango e milonga, ma anche danze meno universalmente note come zamba e cahacarera)
L'11 è stata la volta dell'Omaggio a Monk del Pieranunzi/Giuliani Quartet, che si è mosso sulle tracce di capolavori come I mean you, Pannonica, Straight no Chaser, 'Round Midnight e Misterioso. Rosario Giuliani è molto bravo, ma mi è dispiaciuto che in questo contesto suonasse solo il contralto, avrei gradito risentire la voce suadente del suo sassofono soprano. Pierannunzi… suona da par suo, ma a volte sembra come se, preso da horror vacui, sentisse l'esigenza di far uscire dal suo piano troppe note, più del necessario. Sarebbe bastato molto meno per far risaltare le melodie sghembe, viscerali e suggestive dell'immenso Thelonious Monk. (Il mio amico Enzo ricordava opportunamente che Less is More).

Strepitoso e trascinante il Randy Weston African Rhythms Trio con Alex Blake al contrabbasso e Neil Clarke alle percussioni. Ne dirò poco, ma è stato il concerto che mi ha emozionato di più, quello che mi ha fatto dondolare la testa e muovere le gambe per tutto il tempo come un vecchio hipster. Randy Weston è un sulfureo gigante di 82 anni. M'è venuta voglia di risentire qualche suo vecchio disco. Alex Blake è un bassista spettacolare, che suona il suo strumento da seduto, tenendolo curiosamente inclinato e ricavandone accordi e suoni ritmici come se percuotesse e accarezzasse le corde di una chitarra. A fine concerto, Neil Clarke e l'afro-americano-pomiglianese Don Moye si sono seduti uno accanto all'altro, come due compagni di banco, facendo risuonare le quattro congas con avvincenti ritmi africani.
Il quintet Languages di Aldo Farias non ce l'ho fatto ad ascoltarlo, per sopravvenuta stanchezza.

La prima esibizione del 12 è stata quella del Marco Cappelli IDR (Italian Doc Remix) con ospiti Marc Ribot, Dj Logic e Marcello Colasurdo (ex Zezi). Un progetto sfociato anche in un cd pubblicato dall'etichetta di Pomigliano Jazz Itinera e nato dall'incontro delle musiche popolari apportate dal chitarrista locale Marco Cappelli con i "nuovi suoni" di un gruppo di musicisti newyorkesi (Nea Polis meets Nuova York). Il risultato è una insalata di ritmi e melodie nu jazz, klezmer, popolari, funky e dance che qualche volta può risultare indigesta e qualche altra molto stuzzicante e gradevole. Devo dire che in questo momento li sto ascoltando su disco e funzionano meglio che dal vivo, dove alcuni brani sono risultati un po' fracassoni anche per uno scorretto missaggio dei volumi. Sentiti dalle casse del mio modesto hi-fi, i ritmi newyorkesi si sposano meglio con le tarantelle (la celebre montemaranese), i canti a fronna, i documenti parlati e le salmodie.

Subito dopo è arrivata la Gil Evans Orchestra. Il peggio del festival, con Miles Evans che usurpa il cognome di suo padre e il nome di Davis.
Al terzo brano, non ce l'ho fatta a continuare a sentire. E non si trattava di stanchezza, stavolta.
M'è dispiaciuto soprattutto vedere sacrificata in mezzo a quell'orchestrina pop la tromba del buon vecchio Lew Soloff che ricordo in meravigliose band di Charles Mingus con ben altri arrangiamenti e accompagnatori. E mentre mi allontanavo per andare a bere una birra, storpiavano Goodbye Pork Pie Hat, e Charles e Gil si rivoltavano e torcevano nelle rispettive tombe insieme ai miei sensibili intestini.

Infine, l'interessante proposta sperimentale di musica e voce recitante della Nublu Orchestra diretta da Butch Morris. La migliore esibizione della terza serata, in bilico tra jazz e classica contemporanea. Peccato che l'invaso non fosse lo scenario più adeguato per quella musica che necessitava di maggior concentrazione e di un impianto audio che permettesse di far apprezzare meglio il flusso di suoni che passava dalla chitarra elettrica di sinistra a quella di destra attraversando, come un corso d'acqua, i fiati disposti al centro, di fronte al direttore che guidava e reinventava i suoni come un guru di bianco vestito.

L'ultimo giorno è stato quasi interamente dedicato alla O.N.J. (Orchestra Napoletana di Jazz) diretta da Mario Raja e formata da una lunga serie di valenti musicisti campani, tra i quali cito a memoria e a gusto Marco Sannini (tromba), Raffaele Carotenuto e Alessandro Tedesco (tromboni), Giulio Martino e Gianni D’Argenzio (sassofoni tenore), Marco Zurzolo (contralto), Nicola Rando (baritono), Andrea Rea (pianoforte), Pasquale Bardaro (vibrafono), Aldo Vigorito (contrabbasso) e Salvatore Tranchini (batteria).
Il concerto si è aperto con un breve omaggio di Marco Zurzolo al compianto Mario Schiano, geniale, graffiante e inirrigimentabile padre storico del free jazz italiano, anzi, no, napoletano.
Nel corso dell'esibizione si sono aggiunti Raiz (ex Alma-Megretta), Meg (ex 99 Posse), Maria Pia De Vito, Famouodou Don Moye e il trio di Randy Weston. Naturalmente, sono stati soprattutto i due cantanti pop (va be' lo so che gli Alma sono un gruppo dub e i 99 una posse rap/raggamuffin) ad attirare il pubblico meno jazzistico. A mio parere, l'operazione è riuscita meglio con Raiz (la voce di Meg era amplificata male, a volume troppo alto, ed era falsata da una serie di effettacci che producevano uno spiacevole suono da festa di piazza.)
Il concerto, molto lungo, ha avuto momenti esaltanti (un brano da Ex-Voto di Marco Zurzolo, qualche intervento di Maria Pia De Vito e Randy Weston, la reinterpretazione di due classici napoletani: Era de Maggio e Carmela), ma non mi ha convinto del tutto. Nel jazz, l'arrangiamento orchestrale di brani già noti è un'arte complessa basata sulla destrutturazione e ristrutturazione di una composizione per farne risaltare alcune sue qualità che possono essere armoniche, melodiche o ritmiche. È come se io dovessi trovare una nuova chiave di lettura per raccontare una storia già mille volte sentita. A mio parere, la chiave di lettura del maestro Raja era troppo tendente ad emulare lo swing americano, tanto da risultare piuttosto falsa; come se io ora raccontassi la storia di cui sopra con un ridicolo accento americano (ma senza quella consapevolezza auto-ironica che poteva avere ieri un Mario Schiano e oggi uno Stefano Bollani o un Daniele Sepe).
Inoltre, veniva lasciato troppo poco spazio all'estro improvvisativo dei singoli musicisti, costretti a esibirsi in assoli che duravano lo spazio di poche battute. Insomma, avrei preferito sentire meno brani, ma più approfonditamente sviscerati e suonati.
L'ultimo concerto, quello del Flavio Dapiran quintet, non sono riuscito ad ascoltarlo per rischio overdose. E chissà quanti di voi sono riusciti a leggere i miei sbariamienti critici fin qui.
mercoledì, 09 luglio 2008
| A parte gli scherzi, affoghiamo. |
2 riflessioni già apparse sul tumblr
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Allarme tecnodipendenza
Cyberdroghe. Stimolazioni sensoriali psicologiche che arrivano al cervello per vie tecnologiche. Se ne parla molto, ma non abbastanza. Sono davvero pericolose.
Mi viene in mente una vignetta in cui si vedeva un ragazzo che chiedeva al padre una cosa tipo: "Babbo, mi compri un cellulare hi-tech con doppio monitor, fotocamera VGA, lettore mp4, modulo GPRS integrato per navigare in Internet e 64 MB di SDRAM?". E il padre, sprofondato in poltrona col solito giornale, lo guarda allibito e gli fa: "Che ne diresti di drogarti come tutti gli altri, ragazzo mio?"
Va be', queste son battute, ma a ben vedere c'è davvero poco da scherzare. Queste benedette stimolazioni tecno-sensoriali sono un fatto serio e socialmente dannoso. Possono farti perdere il senso della realtà e sottoporti alle più bieche manipolazioni; ti immettono in un'altra dimensione e ti privano della facoltà di discernere; non capisci più cosa succede intorno a te, non sei più padrone della tua stessa vita.
Ho visto uno che dopo otto ore di Mediaset sosteneva che il primo ministro italiano avrebbe salvato il paese.
c a s o c a r f r e g n a
Io sto con la fregna,
io sto con Carfagna,
(Scherzi a parte, mi pare che il nostro ministro delle pari opportunità sia oggetto di critiche assolutamente sessiste; ma mi pare anche che, considerata la situazione e il contesto, tutto ciò sia inevitabile, oltre che più grottesco di ogni tentativo di parodia, sarcasmo o satira partigiana.)
That's berlusconia, folks!
martedì, 01 luglio 2008
Cose che (incredibilmente) sfuggono alla nostra attenzione
oppure che non si sa, non si vuole o non si può vedere
Il colore degli occhi del controllore che ti ha fatto sobbalzare il cuore e che la notte, pensandolo tra le lenzuola bagnate, ti sei sentita vuota "come un tunnel tra le sabbia del Sahara".
Le cose che ho mangiato oggi a colazione e a pranzo e quelle che mangerò a cena (ok, lo so, me lo avrai già detto trecento volte, ma proprio non riesco a ricordarlo).
Le ferite sul braccio del bambino che ti pulisce i vetri.
Il modo di toccarsi il naso e cambiare il tono di voce quando parla di lei.
L'odio nello sguardo del tossico a cui avete negato la monetina dopo che lui vi aveva raccontato una lunga storia di treni persi, neonati a casa, e ora-non-mi-buco-più.
Il pelo pubico degli attori maschi dei film porno, che per quanto ti concentri non sai dire se ce l’hanno una qualche ombra di peluria o sono completamente rasi come indecenti bambini (e neanche riusciresti a dirti se ti piacerebbe di più guardare il loro cazzo spuntare come un albero da un cespuglio o vedere ergersi quella colonna dal pavimento di marmo glabro di una piazza di De Chirico.)
I modi bruschi con cui un padre tratta i suoi figli nello scompartimento in cui leggi svogliatamente il giornale.
Una perversa ombra di malvagità nel sorriso del primo ministro del paese in cui vivi.
Un uomo che, brandendo due fiori, sculaccia una donna (o un altro uomo, questo non lo ricordo nemmeno io) nel pannello centrale del Giardino delle Delizie di Hieronymus Bosch.
Una giovane donna che porta a spasso il suo cadavere con sfrontata nonchalance.
Il suo sguardo quando tu parli di quell’altro o lui di quell’altra e ogni altra possibile variazione.
La terza traccia del cd che ti ho regalato la seconda volta che ci siamo visti e che già preannunciava il nostro finale.
Un'involontaria citazione da A Love Supreme nell'assolo di sax di quel nostro amico di non ricordo dove.
Le rime e gli anagrammi sparpagliati nella prosa che leggi distrattamente senza soffermarti su nessuna parola e su niente.
Le dimensioni delle sue pene.
L'anello al dito.
Le dimensioni del suo pene (in specie quando è al riposo).
Un fremito nella voce, mentre abbassava lo sguardo.
Una parola che ripete in continuazione e che è un chiaro segno di ciò che vuole da te.
Un uomo che si accascia al suolo mentre tu corri a prendere l'ultimo treno.
Lo strano modo in cui qui passo da lui al lei, dal tu al noi, dall’io a non so che e perché.
La ragione per cui continuate a leggere mentre potreste essere altrove e io, chiaramente, potrei pure continuare all'infinito, ma mi fermo qui perché mi duole un dito e preferirei avere altro da fare.
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