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Leggendo ci si allontana dal mondo per comprenderlo meglio <°((gaetano~vergara))°>


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domenica, 30 marzo 2008
 

lente, ma si muovono le nuvole
sul sole che perpendicolarmente
tramonta come ogni giorno verso
occidente / ma a te non importa
niente perché tutto è omai perso
e benedetta sia quest’altra notte
in cui ti riperdi in mezzo a strade
che sono di nessun altro che tue
sperando solo di poter dormire

grito en la noche (c)(c) gaetano aitan vergara
caro m’è ‘l sonno, e più l’esser di sasso / imperciò non mi destar; deh, parla basso

 

postato da aitan | 00:34 | Permalink | commenti (32)





mercoledì, 26 marzo 2008
 

Casi Amari – II e ultima parte

Cambiarono paese nel timore di rappresaglie da parte di meccanici e spacciatori. E furono di nuovo nell'indigenza, affrontando la fame più nera e senza più un tetto al quale ripararsi.
Fu così che decisero di fare un piccolo colpo in una banca del beneventano, ricavando un bel gruzzoletto che investirono in una modesta officina che dedicarono alla memoria dello sventurato fratello Luigi.
Ma anche per loro, anche questa volta, la fortuna fu effimera.
Lei, di nuovo con qualche soldo per le mani, annoiata, senza un amore, tornò a sniffare cobret e cocaina; lui spese tutti i suoi averi in vino e donne, cercando di affondare la disperazione nei culi femminili di alcune infelici amiche della sorella. Ma la disperazione cresceva e arrivò al culmine quando di lì a poco crepò anche Luisa.
Mannaggia la miseria, mannaggia la morte, era davvero la persona più sfortunata al mondo, il destino gli si era accanito contro e lui non riusciva a pensare ad altro.

Eppure la vita continuava, gli uccelli nel campo, le stagioni, il sole, la luna e bla bla bla. Così, prese i pochi soldi che gli erano rimasti ed emigrò al nord. Bussò alla Fiat e gli fu aperto; anche perché aveva dato a un tale gli ultimi risparmi ricavati con la vendita dell'officina; e il tale gli diede un bel calcio nel sedere fino a lanciarlo dritto alla catena di montaggio, dove era ben felice di poter dimenticare la sua disperazione nei gesti automatici dei ritmi di lavoro, tra il rumore intronante di quelle ferraglie, lo stridore costante dei macchinari e i bisbigli dei compagni di stabilimento.
Purtroppo, però, il suo mutismo conquistò l'antipatia del caporeparto, e quando le esigenze di mercato imposero dei tagli nelle spese di produzione, questi preferì amputare il corpo lavoro di quelle membra mute piuttosto che del più ciarliero operaio con tanto di coscienza di classe e rivendicazioni sindacali.

Di nuovo disoccupato, sfaccendato e solo in terra straniera, si trovò a ripensare alla sua sfortuna, i casi fortuiti, le  disgrazie, l'accanirsi del destino su sé e sulla sua famiglia. E pensando pensando, passò un decennio di vita barbona tra le strade di Torino, finché un giorno inciampò nel corpo addormentato di un immigrato tunisino che era lì sul marciapiede a sognare nuove e sconosciute fortune. Fu in quell'attimo che cancellò il suo pensiero dominante, la filosofia pratica che aveva informato l'intera sua vita.
Tutto ciò non poteva essere uno scherzo del destino, non poteva trattarsi di una catena di casi fortuiti, non era solo sfortuna; l'uomo è padrone di se stesso, la fortuna aiuta gli audaci, aiutati che Dio ti aiuta, aiutati che Dio ti aiuta, aiutati che Dio ti aiuta. E così, preso da questo groviglio di nuovi sentimenti, nuove idee, nuove prospettive sedimentate in qualche recondito angolo della sua coscienza, giunse a una nuova e decisiva risoluzione.

E ammazzò il tunisino.

 

postato da aitan | 17:20 | Permalink | commenti (32)





lunedì, 24 marzo 2008
 

Casi Amari – I parte
©©1990 (riduzione blog 2008, praticamente ieri)

Quando il padre e la madre gli morirono di cibo adulterato alla mensa dell'ospedale, pensò che era stato un caso fortuito, uno stramaledetto scherzo del destino.
I fratelli maggiori decisero di punto in bianco che doveva buscarsi una fatica. Lui acconsentì senza dire una parola. La scuola non gli era mai piaciuta.
A dodici anni e mezzo non poté trovare di meglio che lavorare con una paga di 30mila lire a settimana nell'officina di un meccanico; e fu pure fortunato, "che Pasquale con la stessa fatica ne prendeva venti". Ma dopo un paio di mesi il padrone cominciò a chiedergli dei servizietti che l'altro a 20mila lire non richiedeva, e lui, da un momento all’altro, si rese conto che forse tanto fortunato non era stato, mannaggia la miseria.
Dopo due anni la sorella maggiore si accasò con un riverito camorrista che fece da garante per un suo inserimento nel mondo della società onorata. Sembrava che tutto filasse liscio e lui non faceva che ringraziare la loro buona sorte e i buchi del sistema che gli permettevano una vita più che decente, ancora migliore di quando i loro disgraziati genitori erano in vita.
Ma purtroppo, l'esistenza dei guappi camorristi è assai precaria, e in una lotta tra clan il beneamato cognato fu ammazzato, lasciando tutti nel dolore, la povertà e la disperazione.

Lui ritenne che fosse stato un altro caso fortuito e si rimboccò le maniche, si ravvivò i capelli e si truccò leggermente gli occhi e pesantemente la bocca; poi indossò una gonna e una camicetta della sorella e dei tacchi a spillo che gli aveva regalato quel porco del padrone. Era deciso a guadagnarsi la vita per sé e per i suoi mettendo a frutto l'esperienza accumulata in tre anni di lavoro. Ma il meccanico lo vide - ché lui era passato di lì apposta per farsi vedere - e gli offrì una settimana triplicata, magari anche quadruplicata, purché restasse a lavorare in officina. Con tutto lo schifo che provava per quella persona grassa, sudata e volgare, gli parve una proposta vantaggiosa e pensò che, in fondo, la sua buona stella gli era venuta ancora una volta in soccorso.
E in fondo, in fondo, in fondo, il buon meccanico volle andare sempre più a fondo nel suo desiderio e tra una ventola e un pistone si sollazzava quotidianamente col bel quindicenne. Lui, intanto, si era fatto furbo e malizioso, e riusciva a carpirgli qualche extra facendo il prezioso, nonostante stesse cominciando a provarci un certo strano gusto.
Così, il porco finì per mantenere gli ultimi tre o quattro fratelli di quella disgraziata famiglia. E le cose cominciarono a girare di nuovo per il verso giusto, grazie a Dio. Anche Gigino, il preferito, il più piccolo, ora, con qualche soldo in tasca, sembrava più tranquillo. Fu perciò una vera tragedia quando lo presero per qualcun altro e l’ammazzarono a un posto di blocco della polizia. Proprio adesso che si era ravveduto e aveva smesso di rubacchiare in giro…
Ancora una disgrazia, mannaggia la morte fottuta e fetente, un nuovo maledetto scherzo del destino; era proprio la famiglia più sfortunata del mondo. Tuttavia, la vita continuava, continuava la vita, e il dolore frammisto a un leggero piacere a ogni quotidiana penetrazione.

Intanto, la sorella più grande si era messa gonna, camicetta e tacchi a spillo e aveva preso la via del marciapiede; la più piccola, invece, bruciava in un nonnulla la sofferta settimana del fratello in decine di grammi d'eroina. Maledetta mala sorte!
Poi un bel giorno che era su di giri e fatta di coca, la piccola desiderò fare all'amore col fratello, vedendolo col sesso eretto sotto gli stretti pantaloni mentre faceva la sua controra quotidiana prima di tornare a lavoro. Gli si adagiò accanto e gli leccò lentamente le labbra, il collo e le orecchie, strofinandogli di tanto in tanto la mano sui pantaloni. Lui cominciò ad ansimare, e ad ogni sospiro spingeva il suo ventre facendo leva sui fianchi fino a incappare nella mano di lei, che ora si trovava un po' più in alto del suo sesso pronto a scoppiare dagli stretti jeans rossi. La ragazza prese a sussurrargli nelle orecchie frasi d'amore televisivo, tirò ancora un po' di coca, appoggiò lentamente la testa sul suo ventre e gli morsicò lentamente il sesso da sopra la tela dei pantaloni; poi, tutto di un tratto, tirò giù la cerniera, sbottonò i jeans rossi e cominciò a denudarsi anch'ella ripetendo "sì, sì; sì" a intervalli regolari e con respiro affannoso.
Quando si svegliò non ebbe il tempo di capire che stesse accadendo che già il suo seme cominciava a fuoriuscire dalla bocca di Luisa e ad imbiancarle il viso. Sentì ogni muscolo vibrare. Un fascio di onde provenienti dallo zenit e dal nadir del suo corpo confluivano lungo la curva del suo pene per liberarsi nella bocca di lei impegnata a contenerle. Con il viso ancora imperlato, la sorella lo strinse in un abbraccio nervoso e lo baciò ripetutamente; ed egli rispose languido e fremente ai suoi baci. Continuarono ad amarsi fino a farsi male, mentre lui giurava che non sarebbe più tornato all'officina e lei dagli spacciatori. Ma Luisa non era destinata a mantenere quel giuramento celebrato tra le lenzuola di un amore profondo che non trovò mai più il cammino per ripetersi.

postato da aitan | 19:28 | Permalink | commenti (12)





giovedì, 20 marzo 2008
 

Quel bel mattino di codesto racconto qua successero un sacco di queste cose
(storiella minima, iperromantica e pasqualina)

Se Leandro Caputo quel mattino avesse sentito la sveglia, non ci sarebbe stata ragione di scrivere questa storia. Perché quel mattino, se avesse sentito la sveglia, Leandro Caputo avrebbe avuto il tempo di prepararsi la sua colazione, come ogni giorno, e non avrebbe messo piede nel bar dove conobbe Filomena Arlacchi e se ne innamorò perdutamente tra un cappuccino e un bigné. E se non l’avesse mai e poi mai conosciuta la bella Filomena Arlacchi, a quest’ora Leandro Caputo fu-Armando avrebbe continuato a condurre una vita così calma e piatta da non esserci ragione di riportarla qui in un racconto né riferirla a chicchessia nello scompartimento di un treno, nella sala d’aspetto di uno studio medico o in un bar di periferia. Questo lo scrivo perché la vita di Leandro Caputo fu travolta da quell’incontro fin dalla prima mattina che si trovarono a parlare seduti allo stesso tavolo di un bar di periferia, e lui fu subito rapito dalla bellezza di Filomena, tanto che gli venne una strana voglia di raccontarsi, lui che di solito era poco o niente loquace.
In verità, Leandro Caputo fu-Armando-e-Velia-Eleutaria non ricorda nemmeno lui come fu o come non fu, sa solo che da un momento all’altro si trovò a descrivere per filo e per segno episodi meravigliosi di una vita non sua, e man mano che li descriveva si convinceva che era sua quella vita, mentre lei, la Arlacchi, lo ascoltava incantata, ed entrambi non si accorgevano che il tempo passava.
E ne passò tanto di tempo, ma tanto tanto tanto di quel tempo che Leandro Caputo dimenticò che era in ritardo sul lavoro, poi, tra una chiacchiera e l’altra, dimenticò pure che doveva andare in ufficio e, finalmente, lo perse del tutto quel suo fottuto lavoro cui aveva dedicato tutta la sua scialba vita pre-arlacchica. Cominciò così, quel bel mattino, la storia stupenda e intrigante di Leandro e Filomena, una storia piena di treni, sale parto, balere di periferia e rotonde sul mare che io ora vi racconterei in tutti i meravigliosi dettagli se non avessi paura di perdere il mio di lavoro, perché, dio mio, mi sto attardando troppo su questa pagina e già sono in ritardo di un quarto d’ora, io che di solito sono il primo ad arrivare in ufficio e mi chiamano il Caputo Spacca-Minuto.

 


postilla pasqualina

In occasione della santasettimana, ho voluto scrivere un racconto ad uovo di pasqua, che lo ricevi, guardi ammirato i riflessi della carta argentata, lo spacchetti, lo frantumi mettendo in bocca qualche pezzetto di cioccolata che è al latte e tu l’avresti preferita fondente (oppure è fondente e tu l’avresti preferita al latte), e poi arrivi finalmente all’involucro di plastica fetente che contiene la sorpresa. Ti avventi sulla scatoletta per paura che qualcuno arrivi prima di te, la apri voluttuoso e come ogni anno resti deluso.

auguri di buona pasqua da aitan (c)(c) 2008


Santapasqua, è così difficile trovarsi di fronte a un finale buono, e le sorprese finiscono sempre per deluderci!


 

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lunedì, 17 marzo 2008
 
to vote or not to vote
note di politica paesana, provinciale e universale

Berlusconi – Ci copiano!
Veltroni – Ci copiano!
I Nostri Coglioni – Ci scoppiano!

Fue por esa época que se le oyó decir: «La única diferencia actual entre liberales y conservadores, es que los liberales van a misa de cinco y los conservadores van a misa de ocho.» (1)

Che tradotto in italiano vuol dire che Berlusconi e Veltroni c’hanno entrambi rotto i coglioni.
Che parlino di fame, di sviluppo sostenibile e di occupazione e non di beghe di partito, aria fritta e religioni! Che illustrino programmi seri – con tanto di metodi e strategie di attuazione – non vaghe promesse senza coperture logiche e finanziarie! Che siedano intorno a un tavolo di trattative, ad una scrivania o al tavolino di un bar per concepire strategie di cambiamento dell’esistente, non per leggere sondaggi e dire sempre e solo ciò che la maggioranza vuole (o vorrebbe) sentire (senza contare che la maggioranza generalmente sente ciò che i telegiornali governativi o i media dei Berlusconi, dei Caracciolo, degli  Agnelli e dei Ciarrapico lo abituano a voler sentire; e non è che stia sempre lì a maturare idee proprie su ogni cosa, lo stramaledetto 50%+X. Tante volte la maggioranza ondeggia e sventola come soffia il vento dei potenti, degli imbonitori e dei mercanti).

La maggioranza,
la maggioranza sta.
come una malattia
come una sfortuna
come un'anestesia
come un'abitudine

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità
di verità.
(2)

Oppure se ne stiano zitti e muti, tutti questi politicanti di partito, e lascino che ci autogoverniamo in pace; suddivisi in piccole comunità di intenti e sentimenti. Ci lascino diventare così adulti e responsabili da decidere per noi stessi, senza la balia ingannevole dei loro lerci interessi.

Insomma, qualche giorno fa un amico mi implorava: “Non facciamo i fessi, questa volta bisogna esprimere un voto utile!”
Questa volta, un’altra volta, una volta ancora, il naso turato e un voto utile, un voto utile…, ma se io mi sto chiedendo se sia il caso di esprimerlo, un voto, o restarmene a casa, affacciato alla finestra a vederci decadere lentamente. Che magari c’è pure gusto a vedere l’Occidente crollare sulle sue macerie in attesa che accada qualche altra cosa.

 


(1) Traduzione letterale: Fu in quell'epoca che lo si sentì dire: "L'unica differenza attuale tra liberali e conservatori, e che i liberali vanno alla messa delle cinque e i conservatori alla messa delle otto." (Gabriel García Márquez, Cien años de soledad, cap. XII, 1967)
Per i più pedanti aggiungerò che quella frase, deve essere una specie di amara barzelletta piuttosto diffusa in Colombia, visto che la ritroviamo anche attribuita al poeta colombiano Jorge Gaitán Durán. E non a caso Jorge Gaitán dirigeva a Bogotá la rivista "Mito", sulle cui pagine apparivano, tra gli altri, testi di Álvaro Mutis, de Sade, Ezra Pound, Paul Eluard e dello stesso García Márquez.
Carlos Fuente ricorda infatti che
intorno ai lontani anni cinquanta, quando ancora il narcotraffico non imperava e le guerriglie nascevano dalla speranza, una sera, in Messico, Jorge Gaitán  […] disse: «I liberali e i conservatori muoiono soltanto se sono poveri e contadini. La guerra si fa in campagna. I liberali e i conservatori delle città si danno del tu, vanno agli stessi matrimoni e sono soci degli stessi club. L'unica differenza, dice una barzelletta, è che i liberali vanno alla messa delle sei, così nessuno li vede, e i conservatori a quella di mezzogiorno, così li vedono tutti».
(in Carlos Fuentes,
Muerte de un Guerrillero, 2004)

(2) Sono versi tratti da Smisurata Preghiera (1986) di Fabrizio De André e Ivano Fossati, ispirata alla poetica di Álvaro Mutis ed in particolare alla sua Summa di Maqroll il Gabbiere. E così si chiude il cerchio sudamericano che aleggia su questo post postqualunquisto e ademocratico. Che poi io stanotte me lo sono sognato De André che mi ripeteva: “Berlusconi, Casini, Bertinotti, Veltroni… Ma come si può essere così coglioni da non capire che non ci sono poteri buoni.”

 


 

postato da aitan | 17:57 | Permalink | commenti (26)





giovedì, 13 marzo 2008
 

Mattino:
illumino incensi all'altare di Aldo

(1987)

Non c'è scrupolo
Né crepuscolo…
No!
Ma neanche allegria.
Che sia una poesia?
Boh?

Parole
Parole
Parole

Giochi di prestigio
In bilico sulla fantasia.
Ma saltimbanchi
Si può anche morire.

Ploffff !

 

postato da aitan | 13:14 | Permalink | commenti (14)





sabato, 08 marzo 2008
 

‘E pazzielle pe’ criature
(Verbale nr. 232)

- Signo’, che scalogna, che sfortuna. Nun ce pozzo penzà, nun ce pozzo penzà. E aggio jettate pure 15 mila euro. Oh, 15 mila euro, ca mica so’ ficusecche.
- Embé, sì, effettivamente, 15 mila euro… Che uno cu ’na somma ‘e chesta se potesse fa pure nu fatto do suoje.
- Ma po’, che v‘aggia dicere… si uno ce penza bbuono, cheste nun è niente. Tante che so’ e denare? Chille mariteme, cu quatto o cinche Natale comme si deve, m'e porta n’ata vota a casa 15 mila scorze, accussì… vennenno ‘e pazzielle mmiezzo ’a via ‘ncopp’e bancarelle ‘e Via Foria. Pecché aje voglia ‘e dicere ca ce sta ‘a crise, ma chelle e pazzielle pe’ criature se venneno sempe.
- E va ‘bbuo’, però miettele uno ‘ncoppa ‘a nato, 15 mila piezze.
- No, no, cumma’, ve l’aggio ditto, nun è pe’ solde: ‘e denare nun so’ niente; però je ce songo rummase troppo malamente. Nun ce pozzo penzà, ‘o veramente nun ce pozzo penzà. Sto chiagnenne da matina a sera. E mariteme nun magne cchiu; ca chille fa cheste e chelle, ma chesta vota c’aveva mise ‘o penziero pure isse. Nuje già c’ha facevano ‘nnanze all’uocchie, tutta linta e pinta, che avevame fa crepa’ ‘e mmiria a tutto ‘o quartiere. Che chella ‘a gente è malamente, e se spogna a fresella: chelli cose ’e dicere: “Tié,  tié, nuje ‘a tenimme e tu no” e ‘e te schiaffà sempe a robba loro ‘nnanze ‘e piede,  sule pe’ te fa rusecà.
- Uhé, ma v’avissera penzà che pure je…
- No, no, cummà, vuje site sempe stata n’ata cosa.
- Eh…
- E menu male che a nuje nun c’hanno acchiappate, si no mo’ steveme pure ‘ncarcere, int’e cancelle, ‘nchiuse prigiuniere, senza avé fatto niente. Pecché, signo’, nuje niente avimma fatte. 
- ‘O sacce, ‘o sacce, chella ‘a legge tante 'vote è malamente: addò vede e addò ceca…
- E po’, dico je, tu stato italiano, che t’a piglia a ffa cu 'a povera gente, che nuje già simme nate sfurtunate.
- …
- No, no, nun ce pozzo penzà, nun ce pozzo penzà, che scalogna, che scalogna, che ciorta nera! L’avevame scartata mmiezzo ’a tante, c’era piaciuto o culore, janche, e nun avimma fatte quistione 'e prezze. Tutto in contante, 15 mila euro uno ‘ncoppa ‘a n’ate, “e altri 15 alla consegna”. Accussì c’aveva ditte chella signora. “Non vi preoccupate, non vi preoccupate, ca qua se ne pigliano due o tre alla settimana e nun è succieso mai niente.” Nun è succieso maje niente, nun è succieso maje niente… e propio mo’ s’aveva scetà a criatura?
No, no, è ‘na cosa troppa brutta.
Tu te pienze che ‘a fine da semmana ‘a tiene pure tu cca, comme all’ata gente..., comme a tutte quante...; t'a vide 'nnanze all'uocchie ca te regne 'a casa e pure 'a vita... E invece niente. Appiccia a televisione e siente dicere: Operazione Ladri di bambini a Nocera Inferiore. E vide che hanno arrestato a chella signora. E se songo perdute 15 mila scorze e pure a speranza da tené pure tu ‘na criature, che ‘a piglie ‘mbraccia, jesce pa’ via, vaje annanze e areta pe’ quartiere, ‘a faje magnà e ‘a digne ‘e tutte chello ca tu nun ‘e tenute: ce daje ‘na muntagne ‘e pazzielle, ca chelle a nuje nun ce mancano e nun ce ponno mancà… ‘e pazzielle.

 


 

Utenza 081 788 63 84 (in uscita)

Data

Posizione

Sintesi delle conversazioni

7 Marzo 2008 - h.19,45

Bobina 5  -
Nr. dei giri 1056

[Manca la prima parte della telefonata, forse registrata su un’altra bobina che non mi è stata consegnata.
Tutta la conversazione è svolta in dialetto.
]

La titolare dell'utenza 0817886384 racconta ad una conoscente (forse una sua comare di cresima o di battesimo) di una trattativa per comprare qualcosa, presumibilmente una bambina o una bambino (lei dice “una creatura"). Ha anticipato 15.000 euro ed altri 15.000 avrebbe dovuto versare a fine trattativa. Parla di una non ben definita signora che avrebbe fatto da intermediario per la transazione. Alla fine della conversazione comunica con rammarico che, avendo ascoltato in televisione dell’Operazione di Polizia Ladri di bambini, si è vista svanire il suo sogno e se la prende con lo Stato e le sue leggi che sembra considerare inique e vessatorie.


 


 

postato da aitan | 17:24 | Permalink | commenti (29)





martedì, 04 marzo 2008
 

Muito Romântico
ventunesimo frammento

senza di te, la vita è un errore

Catene di incomprensioni che mi tengono attaccato a questa sedia come chi aspetta la dis-soluzione pensando di non poter trovare altro in questa vita e disperando che ce ne sia un’altra altrove o in qualche altra dimensione del tempo o dello spazio in cui ci trasciniamo esausti e con scarsa o nulla compagnia. […]
Va be’, lo so, sto esagerando, mi faccio prendere dal romanticume e comincio a debordare, ad esondare a uscire fuori dagli spazi del senno e dello stramaledetto buon senso comune. Dovrei fermarmi, accartocciarmi in un angolo della stanza ed aspettare che passi. Dovrei tornare cosa, farmi pietra e non sentire niente come nell’attimo prima della creazione. Dovrei, ma ho freddo, ho un freddo tremendo che viene da dentro e si scontra col gelo di fuori. Ho freddo, ho un freddo insinuante e solitario, un freddo irrimediabile e smisurato che mi prende alle spalle e si diffonde in tutto il corpo e tra gli interstizi bui dell’anima e le insensatezze della ragione. […]
Catene di incomprensioni, vuoto senza senso e freddo, un freddo che ci vorrebbe solo la tua coperta azzurra, per mitigarlo un po’.

La mia vita con te è un errore.
Ma senza sarebbe un orrore
che non oso immaginare.

postato da aitan | 21:27 | Permalink | commenti (41)





domenica, 02 marzo 2008
 

La Maresìa di Stefania Tallini
concerto per piano solo e svariate assenze di cui non dico

La maresia in portoghese è l’odore del mare che diventa più intenso quando le acque si fanno distanti a causa del fenomeno dell'abbassamento della marea. Come certi momenti che più si allontanano più diventano nitidi e vivi. Io mi porto dentro i riflussi di questo 29 Febbraio come pura maresia. Sono successe una sacco di cose in questo giorno regalato da un calendario bisestile. Sono successe un mare di cose. Non tutte belle. Ma io mi porto dentro il ricordo della sua musica e di chi alla sua musica mi ha introdotto, e rivedo un tavolo pieno di facce che si spostava da un locale all’altro ed era fatto di bella gente che per lo più non s’era mai vista prima. Potenza delle note e delle loro innumerevoli combinazioni.

Stefania Tallini - fotina di gaetano "aitan" vergara 2008

 
Sono arrivato un po’ in ritardo. Non è facile parcheggiare nel centro di Napoli in un giorno di semiblocco del traffico con vigili appostati ad ogni angolo e carri attrezzo pronti per l’intervento (e meno male, vivaddio). Hangin’ era già lì, come ipnotizzata dalle note che uscivano dal pianoforte a mezzacoda  accarezzato da Stefania in un magico brano Sospeso. Mi siedo, mi accomodo tra le note e penso subito che ha una felice vena compositiva, Stefania, e un bel tocco di chiara derivazione classica, declinato alla maniera dei migliori pianisti jazz europei e di nonno Bill. Durante il brano seguente, My Friends, mi viene spontaneo usare il cellulare per tirare qualche foto a lei ed alla sua e mia amica che la sta riprendendo alla telecamera. Si può essere belle senza essere vacue.

Stefania Tallini - fotina di gaetano "aitan" vergara 2008

E’ anche simpatica, Stefania; vedo per la prima volta il suo bel viso quando solleva lo sguardo dalla tastiera e si gira verso il pubblico per spiegare che il brano che sta per suonare si chiama Sola, ma nella sua Roma bisogna stare ben attenti a non pronunciarlo con la ó larga. Su Choro para dois piovono applausi. Il brano è trascinante, nostalgico e struggente come la musica brasiliana che fa eco tra le note. Il tempo è veloce, ma la melodia chiara e distesa. Più tardi sentiremo anche uno Choro cubano tratto da un suo precedente album, ancora più ritmato, ma un po’ meno coinvolgente, un po’ meno avvolgente.

Stefania Tallini - fotina di gaetano "aitan" vergara 2008

Molto distesi e meditativi anche due dei brani più suggestivi suonati quella sera: Absence e Lontano. Entrambi così evocativi da lasciar pensare a colonne sonore di un film da fare, una pellicola fatta di paesaggi silenziosi, lune malinconiche e campi lunghi. Di tutt’altro andamento Passaggi, ricamato su un basso ostinato che mi fa pensare a certi accompagnamenti percussivi e melodici della mano sinistra di Giorgio Gaslini e Abdullah Ibrahim Dollar Brand, così come la vena latina presente in molti brani mi riporta al pianismo del primo Chick Corea (ma più tardi parlando con lei, mi renderò conto che i primi due non fanno parte dei riferimenti immediati del suo panorama musicale. È sempre così, i rimandi sono lì, tra le note, ma non è detto che chi compone e suona ne sia consapevole; aleggia uno Zeitgeist che ogni ascoltatore afferra in base alla sua enciclopedia personale: è come con la letteratura, l’intentio autoris non deve necessariamente coincidere con l’intentio lectoris. E anche questo è il bello!)
L’atmosfera torna ad addolcirsi con A Veva, una ninna nanna derivata dal cd Pasodoble improvvisato sulle immagini estemporanee di un’artista visuale, Barbara Sbrocca, che ha curato anche la grafica dell’ultimo lavoro discografico di Stefania. Infine, un serrato Improptu e un bis di Girasoli.

(Hangin’, Stefania, mi sono perso qualche pezzo? Ma no, che m’ero rubato pure la scaletta del concerto ;o))

Stefania Tallini - fotina di gaetano "aitan" vergara 2008

Mentre nella sala risuona ancora l’ultimo scrosciante applauso, per la prima volta nella mia vita mi faccio autografare un cd. Leggo nelle note di copertina un’altra suggestiva definizione di maresia: “la mattina presto e poi, più tardi al tramonto, arriva, come a ondate e in un modo molto più forte del solito, l’odore del mare. È una sensazione dolcissima che nel suo sorprenderti all’improvviso ti avvolge, ti scalda il cuore, ti emoziona” come in “quel momento particolarissimo e inaspettato in cui senti che i suoni prendono forma dentro di te, caldi, certi come un’onda tenera che ti sorprende e ti avvolge… fino a diventare composizione.” E poi quel profumo si spande di nuovo nella stanza di chi ti ascolta. E in quartetto certe melodie sono ancora più belle e si apprezzano maggiormente le dinamiche chopiniane di un paio di brani. Ma come arrangi bene bella bimba, bella bimba, bella bi’! Si sposa perfettamente la tastiera di Stefania col legno del clarinetto di Gabriele Mirabassi e con la sezione ritmica di Gianluca Renzi e Nicola Angelucci. Bravi tutti, bene, bis. E ascoltando ascoltando mi ricordo anche le chiacchiere che vagolavano da un’osteria a una galleria navarra, i bicchieri condivisi (peccato che tu preferisca il bianco) e la carezzevole sensazione che ogni fine è un principio; mentre brindavamo alla dissoluzione del giorno che non c’è e prima di mezzanotte leggevamo frasi di Nitore Andaluso sullo schermo piccolo di un cellulare.

Prima di rientrare a casa mi sono avvicinato al mare e ho lasciato che mi arrivasse sulla faccia il vento. A Napoli il mare sembra sempre lontano o nascosto da case affastellate l’una sull’altra o da cumuli eretti come barricate. Sono pochi i luoghi in cui puoi sentire la maresia fissando l’orizzonte. Ma quella notte, quando l’ho sentita, mi sono seduto, ho sorriso e mi sono reso conto che dentro di me ero ancora pieno di suoni e di pause. È stato allora che mi sono sentito muito obrigado.

postato da aitan | 22:38 | Permalink | commenti (28)