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venerdì, 29 febbraio 2008
vivo tutti i miei giorni aspettando godot
(e magari lui arriva all'improvviso un 29 febbraio di un anno non bisestile)
in un giorno che non c’è, un blog che non esiste
(da un’iniziativa di Effe di Herzog e Zena Col Favore delle Nebbie)
Affrettatevi a leggere: la vita di questo blog dura solo un giorno,
e il primo marzo tutte le nostre parole scompariranno
nel buco nero di questo giorno che c’è e non c’è.
(E a quelli che non l’hanno letto,
racconterò che il mio racconto era bellissimo.
E magari qualcuno ci crederà o farà finta di credrerci.)
mercoledì, 27 febbraio 2008
(caramelle non ne voglio più)
ormai sono fatto di parole
come un tossicomane all’ultimo stadio
cercando un’altra dose.

domenica, 24 febbraio 2008
Para i dossi, aitan, / se non vuoi che i dossi / parino te
Non ci posso pensare. E’ tutto il giorno che sono fisso sullo stesso pensiero, che mi arrovello nella stessa idea, fissa fissa fissa e dominante. Mi scervello, rimugino e non posso pensare ad altro, m’hanno fatto inceppare i pensieri. Io dico che se non sono in compagnia non penso, che non sono in grado di riflettere o ponderare se non c’è nessuno che si confronta coi miei pensieri; sostengo da tempo che quando sto da solo mi metto in pausa, sto in stand-by, o leggo; e quando non leggo, scrivo o ascolto musica. Penso che penso solo quando parlo e quando scrivo. Glielo dico, glielo dico e glielo ripeto che penso che io penso solo quando parlo e quando scrivo, ma loro niente, non mi credono. Io per pensare ho bisogno di un interlocutore, o di un foglio. Così glielo dico, gli dico anche che io per pensare ho bisogno di un foglio o di un interlocutore. Ma loro no, tutto il tempo a contraddirmi, a dirmi che questo non è possibile, che tutti pensano, perfino io, che cogito ergo sum, che l’uomo è un animale pensante, che senza pensiero non c’è vita umana. Sì, l'uomo è un animale pesante, e io ancora stamattina a ingarbugliare i miei pensieri coi loro. Io qui, da solo, a pensarci e ripensarci su, a congetturare, ipotizzare e scervellarmi come un matto scatenato, e loro chissà a chi o a cosa penseranno questa sera. Basta, basta, non ci posso pensare, non ci posso pensare.
martedì, 19 febbraio 2008
Mille e una notte ancora
Mille e una notte mi sono alzata dal suo letto e mi sono seduta a questo secrétaire scrivendoti parole d’amore.
Mille e una notte, mille e una notte lui mi ha chiesto cosa stessi scrivendo nel raggio fioco di una candela, e io ho finto di essere impegnata in un altro racconto, un altro racconto. E fingendo fingendo per mille e una notte ho inventato un altro e un altro racconto per nascondere le parole d’amore che andavo scrivendo a te e che ti scrivo ancora, tesoro mio. Per mille e una notte, mille e una notte e un’altra ancora, questa in cui gli leggerò l’ultimo mio racconto d’amore.
sabato, 16 febbraio 2008
anche se noi ci crediamo assolti,
siamo lo stesso piuttosto coinvolti
soldatini scarsi, eserciti s-cadenti e individui di bassa levatura,
carne umana in ferma obbligatoria, soldati di leva, soldati di ventura,
sempre as-soldati sono, e non riesco a concepire motivazioni più consone alla realtà, all’intelligenza e ai tempi
(altro che patria);
e poi… qui basta che si intraveda un piatto di lenticchie che tutti saltano allupati sul tavolo;
oppure come lupi combattono, per il gusto umano troppo umano di sterminare, sopraffare e vincere;
mai per la gioia di vivere
(povera patria);
spero di non essere così e di non diventarlo mai;
spero di non covarmelo dentro acquattato, il mio limite ignoto;
preferisco di gran lunga restare il bambino scemo del villaggio globale,
e vorrei tanto, ma proprio tanto tanto, che nessuno si offendesse e tutti si sentissero chiamati in causa,
almeno un po’
(“toni pacati in campagna elettorale”,
sono d’accordo,
ma dovremmo prima suicidarne qualche migliaio)
(patria infelice,
patria lordata
vituperata e deturpata,
che quasi quasi divento
pure io patriota di tanto vederti
sballottata, sfregiata e sbigottita)
martedì, 12 febbraio 2008
Un foglio tra le foglie
I
Gli alberi in fila sul ciglio della strada, una folata di vento spazza via un foglio tra le foglie, un camion che lascia nell’aria un rumore di ferraglia. Sono le cinque del mattino ed io passeggio verso l’alba, mentre tu dormi tranquilla tra le lenzuola sfatte. Forse ora tendi una mano verso il mio cuscino e ti sorprendi di trovarlo vuoto; oppure distendi le braccia ed occupi diagonalmente tutto il letto. Magari all’improvviso sei assalita da un attimo di contentezza, e non sai nemmeno perché; mentre io passeggio prendendo a calci le foglie ad una ad una, indifferentemente.
II
Gli alberi in fila sul ciglio della strada, di fronte a me l’alba; avanzo lentamente senza sapere dove e mi chino per raccogliere un foglio tra le foglie. Si calma il vento. Rallento il passo, dispiego la pagina e mi soffermo sulla scrittura che attraversa tutto il foglio diagonalmente. Osservo i caratteri come di fronte ad un disegno astratto o a una foto fuori fuoco. Non provo neanche a leggere; come se si trattasse della mappa di un mistero tormentoso e angosciante redatto in una lingua che non so, e nemmeno voglio saperlo.
III
A quest’altro punto mi impunto, mi blocco sull'ultima frase che mi sono detto, che mi sono scritto. Ti rivedo distesa nel letto mentre mi siedo su una panchina col mio taccuino in mano. Rileggo una volta ancora la mia frase, mi sento fuori fase e da là fuori mi grido dentro due strofe che non so da dove vengano né quando o da chi furono scritte:
Dici di essere un libro aperto per me
ma so che dietro hai un mondo di fogli
che non mi fai sfogliare.
Figure cuneiformi, astratti geroglifici,
linee sconosciute con arcane illustrazioni.
E dici di essere un libro aperto...
IV
Rientro a casa e metto sul fuoco la macchinetta da due tazze. Tu stai ancora dormendo e non mi va di interrompere il tuo inquieto riposo. Magari ti sveglierà l’odore del caffè e ti farà piacere.
giovedì, 07 febbraio 2008
vrvs 020208
quando deciderò di sprofondare
all’inferno, lo farò per via roma
verso scampia, tra tossici in coma
e vele di cemento senza mare

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