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venerdì, 28 dicembre 2007
Meditations on a Zen Tower
Al centoquarantasettesimo stadio della sua meditazione vide una formica sorridere mestamente dall’alto di un grattacielo di New York.

Osservava tutto quel brulichio di persone, la formica, e sentiva il passo assordante degli aerei che le svolazzavano sulla testa. Al piano di sotto due umani, forse una donna e il suo uomo, gridavano come forsennati coprendosi l’un l’altro la voce. Dal groviglio di strade sottostante le automobili ingolfate in una catena di ingorghi manifestavano la loro insofferenza con strepiti di clacson e motori. Tutto questo guardava e sentiva, la formica, e pensava che nella sua prossima vita mai e poi mai sarebbe voluta precipitare nel novero insensato degli umani.
Assorta in queste considerazioni, la sventurata sentì appena il piede di John Kilby che la schiacciò di soppiatto giusto un attimo prima del crollo.

Il centoquarantottesimo stadio suonò come un’orazione, affinché si esaudisse l’ultimo desiderio della formica, ed anche quello di John Kilby, che voleva tornare a fumare.
martedì, 25 dicembre 2007
Il raggiungimento della conclusione
(mentre dicembre sta finendo e un anno se ne va)
Basta, ho deciso, chiudo! Ci stavo pensando da un bel po’, ma fino ad ora non riuscivo a giungere a una risoluzione così ferma e decisa. Forse non sentivo ancora crescermi dentro quest’impulso così prepotente da spingermi all’azione e non lasciare entrare più niente e nessuno.
Sono stato lì lì una decina di volte, però poi mi sono sempre trattenuto. Ma adesso no, adesso è diverso, devo chiudere e chiuderò; è venuto il momento; la faccio finita! Non ha senso restare aperti se ci si sente costantemente in balia delle correnti e di tutto quello che viene. E poi mi girano già intorno troppi segni che mi sussurrano e gridano che questo non è il tempo adatto per esporsi tanto. Questi sono tempi da piloni nel deserto e torri d’avorio. Sì, sì, è giunta finalmente l’ora di non lasciare entrare più nessuno, qui dentro, e nemmeno un alito di vento o la coda lunga di uno spavento. In questo stesso preciso istante mi alzo in piedi e accosto la stramaledetta porta che sto pensando di serrare già da un paio d’ore, ma non mi veniva fatto di alzare il culo dalla poltrona. E già che ci sono, chiudo anche le finestre. Ché tante volte si chiude una porta e si spalanca un portone. O centinaia di imposte. Dirette o indirette.
Deh!
venerdì, 21 dicembre 2007
Fu un attimo, solo un attimo, e tutto il mondo si dissolse. Tutto il mio mondo, per lo meno. Dopo restavano solo frammenti che fluttuavano nell’aria e tanta polvere da coprire il cielo intero.
L’indomani sorridevo al vento che mi scompigliava i capelli di fronte a una nuova prospettiva.
martedì, 18 dicembre 2007
millenovecentosettantanove
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L’aria
è gelida,
rigida, stabile
più di sempre.
Il nero è invanamente
tentato di sciogliere
da un albero pieno di luci.
É Natale!
[Cavolo, che versificatore triste, ero, a 13 anni!
(La forma alberosa, però, gliel'ho data solo ora,
a quei tempi là ero troppo serio per indulgere
a certi vezzi ed a tanti altri vizi della senilità...)]
martedì, 11 dicembre 2007
Muito Romântico
diciannovesimo frammento
Da allora faccio mille cose. Vado avanti e indietro. Salgo, scendo e cerco parcheggio. Gonfio palloncini e soffio il vetro. Mi diletto e mi dileggio. Vedo gente, tanta gente, ma non mi fermo davanti a nessuno e non mi soffermo su niente. Frequento teatri e palestre. Qualche volta faccio l’orso in uno zoo e sogno un ingaggio al circo equestre. Mi tengo in forma col footing e lavoro a più non posso. Passo da una riva all’altra e mi affaccio a centinaie di finestre diverse, anche se fuori mi sembra tutto lo stesso. Spesso leggo libri e giornali, sfoglio enciclopedie, divoro riviste specializzate e indugio sulle figure femminili dei fumetti argentini e giapponesi. […] Ogni giorno alterno flessioni a riflessioni e sorrisi a pianto. Pianto fiori a febbraio che raccoglierò tra aprile e maggio. Piango fuori al pollaio sperando di diventare un po’ più saggio. Viaggio, viaggio molto: Olanda, Uzbekistan, Uganda e Barcellona, anche Barcellona finalmente. Ma le considero tutte distrazioni. E non riesco a distrarmi da te nemmeno per un momento.
venerdì, 07 dicembre 2007
Interludio pensoso ed alquanto contraddittorio (come la vita, più o meno)
Per sottrarsi al mondo non c'è mezzo più sicuro dell'arte,
e non c'è mezzo più sicuro dell'arte che ci leghi al mondo.
(Goethe, Le affinità elettive, 1809)
Dato il numero finito delle pagine dei libri, i tipi che abitano la realtà romanzesca non potranno mai contenere le infinite sfumature che brulicano e fermentano sulla crosta e negli anfratti della realtà fenomenica.
Ma in fondo (e pure in superficie) non sono loro, non sono quei pupazzetti, il fulcro dei romanzi e di tutta questa immensa mole di scritti a penna, stampa e tastiera che ci allontanano dal mondo con l’intento, più o meno nascosto, di aiutarci a comprenderlo meglio.
La materia della letteratura è il linguaggio,
i materiali del linguaggio sono le parole
e le parole…, parole sono.
Parole, parole, parole.

Parole che rincorrono fatti,
fatti che si fanno parole,
parole in cerca di fatti nuovi
che si faranno di nuovo parole
in una spirale virtuosa che non ha fine
e non si saprà mai dove sia cominciata e perché.
Ragion per cui sospendo il giudizio e mi taccio.
Almeno per il momento. E passo a scorrere una pagina nuova
o a trascorrere un altro lasso di vita mordendola a fondo prima che sia finita.
Che poi il senso è tutto qui. Anche se non ho mai capito come si giunga a questo “qui” benedetto
e cosa mai ci faccia io in mezzo a codesto ingorgo vorticoso di parole che sedimento come la lumaca la bava.
martedì, 04 dicembre 2007
Moderatamente Mistico
Vorrei pregare
vicino al mare,
e poi
vederti
lasciarmi
cadere
| in ogni luogo, |
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in ogni cosa, |
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sempre
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(e sempre
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di più)
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