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martedì, 30 ottobre 2007
Per il riconoscimento del genocidio armeno
(post político, amistoso y solidario)
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votate qui (here), votate sì (yes)
e, per favore, diffondete colà e costì
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Si tratta di aggiungere la propria voce a quella di chi chiede che anche gli Stati Uniti riconoscano ufficialmente come genocidio lo sterminio armeno perpetrato dai turchi ottomani nel corso della I guerra mondiale. Da sottolineare che questo genocidio è già stato riconosciuto come tale dal Parlamento Europeo ben venti anni fa e, in seguito, anche la Russia, il Canada e svariati altri paesi europei ed extraeuropei hanno appoggiato la causa, condannando, di fatto, l’atteggiamento negazionista dello stato turco.
Ma quello che più scandalizza è che, mentre la Germania ha prontamente riconosciuto e condannato la Shoah vivendo con diffusi sensi di colpa i crimini nazisti, le autorità post-ottomane non solo non riconoscono la verità storica del genocidio, ma arrivano al punto di mettere sotto processo qualunque cittadino turco osi parlarne (il premio nobel Orhan Pamuk è stato vittima di questo atteggiamento censoreo e illiberale che mortifica la libertà di espressione in una nazione che aspira da decenni a far parte dell’Unione Europea).
Il riconoscimento tardivo degli Stati Uniti sembra invece dovuto a biechi motivi di opportunismo politico. Il presidentastro americano e la sua cricca di guerrafondai scaltri e inveterati temono che questa risoluzione possa arrecare danno all’alleanza con un paese come la Turchia che risulta di fondamentale importanza strategica, in quanto membro del patto atlantico fin dagli anni '50 ed in quanto confinante con paesi canaglia come l’Iraq, la Siria e l’Iran.
Come mi scrive la mia amica Nariné, per i politici yankee la questione non è “negare o discutere il genocidio come dato di fatto”, “il problema consiste piuttosto nel dirlo o nel tacerlo. In effetti nessuno di questi politici parla del genocidio, il loro interesse è tutto incentrato sulle relazioni diplomatiche con la Turchia. Non si tratta di stabilire la verità storica, si tratta solo di decidere se vale la pena dirlo o non dirlo. Ed è ridicolo fino a fare male che si ripeta ancora una volta lo stesso gioco di far riaffiorare l’attenzione sulla questione armena quando i politici ne sentono il bisogno come metodo di ricatto, risorsa di riserva per esercitare pressione e spaventare un po’ i turchi se e quando non si comportano bene…” (traduco dallo spagnolo, in attesa del tempo, secondo me non tanto lontano, in cui Nariné impari anche l’italiano).
Insomma, contro la mortificazione della libertà di espressione, contro il negazionismo, contro l’opportunismo statunitense e in omaggio al senso di amicizia e fratellanza che ci lega, aggiungete il vostro sì a questo sondaggio e vogliate scusarmi per l’invadente insistenza.

Piccolo aggiornamento a mezzo stampa e tv
Il Corriere dell Sera pubblica oggi (31 Ottobre) un articolo sulla Turchia del giornalista, scrittore e commentatore politico britannico Christopher Hitchens. L’articolo si chiude così:
“Non dobbiamo acconsentire che la nostra condotta venga condizionata dall’arroganza turca. Faremo anzi un favore alla democratizzazione e modernizzazione di quel Paese se sapremo insistere che vengano ritirate le truppe da Cipro e dai confini dell’Iraq, che la Turchia affronti una volta e per tutte la verità storica sull’Armenia, e che la smetta di comportarsi come se il potere fosse ancora nelle mani dell’Impero Ottomano.”
Senza nulla avere contro il popolo turco, condivido.
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Qui è possibile vedere un servizio televisivo di Francesco Esposito tratto dall'Infedele di Gad Lerner.
venerdì, 26 ottobre 2007
Un precipitoso elogio della lentezza
Voglio ballare la vita al ritmo di un lento,
prendermi il tempo di sentire dove va il vento
e seguire ogni evoluzione della foglia
nel suo movimento: distacco, caduta lieve,
galleggiamento nell’aria, tenue risalita,
discesa altalenante, carezze sul suolo.
Voglio mirare e scrutare ogni sfumatura
del senso senza perdere nella forsennata
fretta il succo e il contorno che in ogni cosa
gravita dentro, in superficie ed intorno.
Voglio vederti venire seguendo ogni passo,
accarezzarti con lo sguardo lasso per lasso,
indugiare sulle tue labbra fuori dal tempo,
misurare di centimetro in centimetro
l’onda che s’allunga crescente sul sentimento
e ogni tratto ed anfratto della pelle tua viva,
e poi voglio ripeterti pian piano all’orecchio
le parole di una tua risposta elusiva
dispersa nella foia d’una notte estiva
oppure nel rombo d’una corsa intensiva.
Voglio vedere gli alberi dal finestrino
venirmi incontro sul fondo di un panorama
di volta in volta altro e un poco diverso
e riavere nello sguardo lo sguardo che ho perso.
Voglio sentire la pioggia che bagna l’asfalto
e ad ogni goccia assaporare il gusto
di non essere morto.
..........................
.....................
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..
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[Scritta frettolosamente all’alba di una nottata insonne e buttata qui così, senza neanche concederle il tempo debito di una limatura (del che mi scuso con lei e con voi (ma tante volte si fanno guai tremendi per il gusto di inanellare un altro ossimoro nella ostinata ricerca del senso.))]
martedì, 23 ottobre 2007
T e n t a z i o n i D e a v ó l i k e (1981)
El deavòl ghe ha la coda longa
un die la poserà tra i tuoi genocci,
il tu’ cor’ cadrà per tera stanco,
più scuri deventeràn i tu’ occi.
El deavòl ghe ha la coda longa
un die la poserà tra le tue mani,
i tu’ pensier saràn sempre men sani,
l’agiterai felice, scuro il domani.
F ü r E v a (f r a m m e n t o, 1982)
per lo triste omo dio creò una luce
la qual si dice poi volle dir donna,
così che l’omo creò indi una prece
che era rivolta a luce sotto gonna
venerdì, 19 ottobre 2007
Il poeta è un mentitore,
e io dico sempre la verità.
“Tra le migliaia
di coloro che sono conosciuti
o aspirano a farsi conoscere
come poeti,
forse uno o due
sono poeti autentici,
gli altri sono finti,
gente che bazzica i sacri recinti
cercando di darla a bere.
Non c'è bisogno che vi dica
che io sono di quelli finti
e questa è la mia storia.”
Così scrive
Cohen,
Leonard Cohen,
in una poesia
che si intitola
Thousands
e che in originale
fa esattamente così:
“Out of the thousands
who are known,
or who want to be known
as poets,
maybe one or two
are genuine
and the rest are fakes,
hanging around the sacred precincts
trying to look like the real thing.
Needless to say
I am one of the fakes,
and this is my story.”
Bondi, invece,
non c’è dubbio,
è poeta,
poeta sommo
e illuminato vate:
Bondi,
Sandro Bondi,
artista autentico
e pregiatissimo:
Bondi Sandro,
padre della patria
e difensore
delle umane lettere,
bardo immortale
quant’altri mai
(salvando la buona pace
del suo insigne, perinclito,
illustrissimo mecenate
del quale qui
non è d’uopo
far menzione,
per quanto
al solo evocarlo
sussulti il cuore
e sorrida
tutt’intero
l’intelletto
e la ragione).
Bondi Sandro,
Esse Bi
come il magno
suo padrone,
che è maestro
di canzone
e vincitor
d’ogni tenzone
(è vero,
l’ho detto,
non volevo
farne menzione,
ma l’emozione
sovrasta
la ragione
e si fa
stupefazione
fino ad aprire
l’uscio
dell’incoscio
e fare del flusso
di pensiero
piovasco,
diluvio
o scroscio).
Che sogno,
che sogno essere
il loro esegeta
o scrivere bugiardini
per l’industria
farmaceutica,
per tutta
la vita!
........
......
....
..
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[uno di questi due uomini è un poeta autentico]
martedì, 16 ottobre 2007
OmBeLiChi e BLOG (reprise)
Ieri, su

è stato pubblicato un mio breve testo molto autoreferenziale, tanto autoreferenziale che in fondo ci si può anche specchiare dentro e ritrovarsi uguali e capovolti.
sabato, 13 ottobre 2007
Muito Romântico
diciassettesimo frammento
È una notte di temporali, ma dentro di me sono più sereno che mai; è una notte che potrebbe pure crollare tutto il mondo intorno, perché si diventa autarchici ed egoisti quando si è in due e tutto il resto non importa e basta; e poi lo sai, anche se bruciasse la città, io sempre da te, da te e da te verrei; e non vorrei altro e altro non voglio da quello che sei e sogno, dal momento che sei tu, tu e tu che io pretendo, voglio e rivoglio, fino a dove finisce il tempo.
scivolano le parole di senso in senso
ma il mio senso ultimo resti sempre tu
parlo-sussurro-urlo in cerca di consenso
e di tutto il resto non mi importa più
ché di te con affetto anche i difetti penso
e ogni volta che scendo risalgo più su
martedì, 09 ottobre 2007
Muss es sein?
Il famoso uomo dal bicchiere mezzo vuoto sta seduto al tavolo di un bar qualsiasi e immerge i suoi ricordi nelle pareti algide del vetro. Quando alza lo sguardo, lo vediamo sudare freddo mentre si perde nel tragitto che va dai suoi occhi a un punto fisso nel vuoto; e siamo certi che non dirà nemmeno una parola. Per lui ri-cordare vuol dire sentirsi passare di nuovo intorno al collo quella corda che gli toglieva il respiro.
Di fronte a lui l’altrettanto risaputo uomo dal bicchiere mezzo pieno lascia scorrere nel cuore i ricordi più belli e sorride beato. (Ma non sembra affatto interessato a noi che gli giriamo intorno e bisbigliamo parole buone per sciogliersi al sole.) Questo vuol dire per lui ri-cordare, ri-mettere nel cuore il passato per riviverlo gioioso (tanto, sempre meglio quello che è già stato che il presente e il presente a venire).
Più in là, in penombra, un maestro scintoista che forse ancora non conoscete osserva in silenzio e immerge quella scheggia di realtà nella memoria di sé e del mondo. Sembrerebbe indifferente agli altri due clienti del bar e a ciò che vedono o non vedono nelle trasparenze dei loro bicchieri, sul suo volto non riuscireste a distinguere né gioia né dolore, c’è solo scritto che così è e così deve essere.
venerdì, 05 ottobre 2007
Vent’anni dopo - Variazioni su tema

Lettera d’amore di un tifoso pentito-ma-non-troppo (versione sportiva)
A te che ti spiegai che una partita senza ritorno non è una dipartita, ma un incontro di calcio giocato su un solo campo e senza rivincita.
A te che mi dicevi che il mondo è una palla e non un pallone.
A te, che non hai mai capito le regole del fuori gioco e non distingui un arbitro da un guardalinee.
A te che credevi che "fare un fallo" fosse un'impresa da scultori del cazzo.
A te, a te che mi hai detto che il tifo è una malattia infettiva dalla quale intendi prendere le distanze.
A te che guardavi solo le magliette e le gambe nude sotto i pantaloncini bianchi.
A te che ho preso a calci nel sedere per vedere se fosse abbastanza gonfio.
A te che vuoi lasciarmi in zona Cesarini alla vigilia del grande evento e non vuoi più farmi un figlio campione.
A te, prometto che eliminerò il calcio dalla mia esistenza; ma ti prego non espellermi, non espellermi dalla tua vita.
gaetano vergara (c)(c) 1987 già pubblicato in lettereinrete

…pentito-ma-non-troppo (versione colta – venti anni dopo)
non è che io ti trascuri e non ti ami abbastanza, in realtà io ti amo più di quanto potrei amare qualunque altra donna, epperò a un dato momento dell’esecuzione c’è qualcosa che si inceppa tra il mio cervello e il cuore e non mi fa più andare avanti né indietro, come un vinile incantato sulla stessa sequenza di note, perché dentro di me c’è tutta una dinamica dei sentimenti, forte, piano, pianissimo, andante, maestoso, allegro, allegro ma non troppo, di cui io parlo e straparlo ma non ho mai capito fino in fondo, anzi forse la verità nuda e cruda è che io non ci ho mai capito niente, altrimenti mica starei qui a scrivere queste sciocchezze e a confondere dinamica e indicazioni di movimento da eseguire a velocità più o meno sostenuta: perché questo sono “andante”, “allegro”, “moderato” e via dicendo, e a dirti il vero già mentre lo scrivevo m’era venuto il dubbio che stavo facendo confusione, come quando, nell’eseguire un pezzo a prima vista, ti fai prendere dalla foga e cominci ad andare avanti senza pensare più alla partitura, e magari non è escluso che tante cose le indovini pure, perché ci sono frasi che se le cominci in un modo per forza in un altro predeterminato modo devono andare a finire, per lo meno dentro quel contesto, ma questo non vuol dire che non si possa compiere una trasgressione che ci porti fuori dalle regole apprese dell’armonia e ci proietti in un’altra dimensione, né va ignorato che codesta trasgressione, se risultasse essere capace di suggerire anche negli altri le suggestioni giuste, potrebbe farsi col tempo anch’essa regola di un’armonia a venire; la stessa cosa che potrebbe accadere tra di noi, tra me e te, amore mio, infatti io sono del tutto convinto che potremmo essere anche noi creatori e custodi di un’armonia nuova, se solo tu non stessi sempre a dire, ripetere e insistere ostinatamente che io ti trascuro per la musica e che non t’amo abbastanza, nemmeno un quarto di quanto sono preso, catturato e irretito dalle sette note (che poi dovrei ricordarti che le note non sono affatto sette; pensa tu che se solo considerassimo i semitoni della scala cromatica già arriveremmo a dodici, per non parlare dei quarti di tono e di tutta la problematica della musica microtonale che per il momento ti risparmio, perché ti voglio bene e non ti voglio ulteriormente angustiare; …e tu, invece, di tutta risposta te ne vieni candida candida con questa vecchia solfa che ti trascuro e non ti amo abbastanza, mentre invece io in realtà ti amo più di quanto potrei amare qualunque altra donna e mentre parlo vorrei che tu ti alzassi la gonna e cambiassimo musica e andamento, anche per un solo momento, o per tutta la vita, come una melodia perpetua che non ti stanchi mai di suonare, sentire e risentire tra le pareti della stanza e quelle del tuo cervello che è bello, che è bello, che è bello)

gaetano vergara (c)(c) 2007
lunedì, 01 ottobre 2007
Siamo le gocce del fiume di Eraclito
In fondo, ognuno di noi è ciò che fa per cambiarsi, per diventare altro. Non esiste e non può esistere un sé statico, immobile e immutabile. Siamo la pioggia che scorre sulla nostra pelle e il modo in cui ce la lasciamo cadere addosso o ci proteggiamo dalle gocce. Siamo la voglia che ci spinge a distruggerci e costruirci. Siamo il vento che leviga le nostre rughe e le creme che mettiamo o non mettiamo sul viso per cercare di arrestare i segni del tempo e le aggressioni degli specchi. Somos las gotas del río de Heráclito. Siamo la capacità di adattarci all’ambiente ed alle circostanze che ci girano intorno; ma anche la tensione ad adattare a noi circostanze e ambienti, siamo, soprattutto quando ambienti e circostanze ci appaiono scomodi e ostili (epperò dovremmo capirlo, una buona volta, che non è possibile trasformare gli ambienti, le circostanze e il mondo senza trasformare noi stessi, senza cambiare almeno una scheggia della nostra propria realtà; dovremmo capirlo, finalmente, che ogni nostro minuscolo cambiamento si riverbera nella stanza, nei vicoli della città, per le strade del paese e nel mondo intero!). Siamo l’attimo in cui viviamo e quello che vivremo l’attimo dopo. Somos lo que hacemos para cambiar lo que somos. Siamo quello che facciamo per cambiare quello che siamo. Dice così Eduardo Galeano, e ci ricorda che l’identità non è un pezzo da museo esposto tutto tranquillo in vetrina, ma la straordinaria sintesi delle nostre contraddizioni di ogni giorno; ed è proprio con questo magmatico coacervo di contraddizioni che dovremmo imparare a vivere e convivere; perfino dovremmo alimentarle le nostre contraddizioni, perché without contraries is no progression. Attraction and Repulsion, Reason and Energy, Love and Hate, are necessary to humane existence. Senza contrari non c’è progresso e si perdono i contorni del senso. E questo era Blake. E questa è la vita, che cambia ogni momento sotto l’azione del tempo, cambia, cambia, todo cambia, y así como todo cambia que yo cambie no es extraño. Cambia lo superficial, cambia también lo profundo; cambia el modo de pensar, cambia todo en este mundo. Cambia el clima con los años, cambia el pastor su rebaño; y así como todo cambia que yo cambie no es extraño.
Riferimenti bibliografici e canori:
- Jorge Luis Borges, “Final de año” in Fervor de Buenos Aires, 1923
- Eduardo Galeano, “Celebración de las contradicciones/2” in El libro de los abrazos, 1989
- William Blake, The Marriage of Heaven and Hell, 1790-93
- Julio Numhauser, Todo cambia, 1982
Intanto, CalMa, Flounder, Herzog, Riccionascosto e compagnia bella hanno appena sfornato il terzo numero di Burán. Liggitavello, magnatavello, e' bbuono comm'e 'o pane, nun costa niente e, goccia goccia, ve cagna 'a vita. [Pecché 'o strizzeco fisso fa 'o fuosso. (Riferimento alla tradizione dei detti antichi napoletani)]
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