|
giovedì, 28 giugno 2007
interludio senza parole
eccetto queste sei o otto
che ora diventano dodici

interludio di scarsa mole
nonché piuttosto stupidotto
e zeppo d’errori matematici
conditi di zeppe, zeppole
e orrori metrici
(perché, mi consenta,
son già più di trenta
e intanto che conto,
vanno oltre
le quaranta,
mentre l’alba
volge al tramonto
e la mente canta
fino alla parola
numero sessanta)
sabato, 23 giugno 2007
Muito Romântico
quindicesimo frammento
Continuo a girarci intorno e a creare giri di parole in cui perdermi mentre ripenso ai tuoi occhi.
I tuoi occhi,
i tuoi occhi
limpidi
intensi e neri
che sanno frugare
così a fondo
tra i miei pensieri.
Continuiamo a parafrasare e ad alludere.
Nella solitudine delle nostre case vuote, ci diciamo cose false buone per ingannarci per un momento e darci un po’ di pace per dormirci su e tornare a sognare di noi, inevitabilmente.
Continuiamo a ripeterci parole in cui non crediamo e a ostentare indifferenze attaccati ai fili del telefono.
I tuoi occhi,
i tuoi occhi
liquidi
immensi e veri
che vagano
come
l’acqua
al mare
dei miei desideri.
Fingiamo che tutto sia finito. Fingo che non ci sia mai stato nulla. Fingi che va bene, va bene così. Fingiamo, alludiamo, ostentiamo indifferenza. Ci inganniamo. Ci diciamo e ripetiamo che va bene, bene così.
I tuoi occhi,
i tuoi occhi
limpidi
immensi e seri
che tante volte
si fanno
fregare
dalle pene
e sempre
sempre
sempre
si lasciano
frugare
dai miei desideri.
Ma quando dicendo e ripetendo le nostre labbra si avvicinano, i profumi si confondono, gli aliti si incontrano, i sensi ci confondono e le anime si confrontano, allora non c’è via di scampo né altra soluzione: torniamo a fonderci e le parole non hanno più senso. Torniamo a fonderci. E non conosco modo o mondo migliore.
I tuoi occhi,
come vivrò
senza vederli
domani?
mercoledì, 20 giugno 2007
"Nondum matura est"
ovvero Il Monaco Sordo e La Volpe Faconda
Il monaco sordo vide la volpe che tendeva all'uva e simulava disprezzo e scoppiò a ridere dentro di sé. Fuori nessuno avrebbe detto che il monaco trovava la scena risibile, ma dentro era una tempesta esilarante di grida, sbuffi e cachinni.
Quando la volpe cominciò a sentirsi osservata, abbassò gli occhi e fece l'indifferente. Finse di trovarsi lì per caso e cominciò a muovere lo sguardo dai fiori agli alberi di mele e ai pampini, come se niente fosse. Il monaco, invece, non si peritava di nascondere che la sua attenzione era tutta rivolta a lei. La fissava con insistenza, con quella sfacciata indifferenza che in genere si dedica alla contemplazione di un quadro o di un paesaggio, ma non a un essere vivente - per quel pudore che abbiamo a incontrarci o scontrarci per troppo tempo con lo sguardo che sta davanti a un'altra vita. Ma il monaco sordo non era neanche sfiorato da questi problemi, e continuava a fissare la volpe inerme.
Sotto il fuoco crepitante di quello sguardo, la povera creatura cominciò a sentirsi trapassata dalla luce oscura di quegli occhi mobili e penetranti. Si fece forza, raccolse tutta la sua arte della finzione e gli si avvicinò cercando di celare il suo ingombrante imbarazzo.
"Bella giornata, vero?", disse charmant cercando di rendere la sua voce quanto più bella e brillante. Non sapeva ancora che il monaco non avrebbe potuto sentirla, e continuò a parlare del più e del meno: dell'uva non ancora matura, del fatto che la frutta le piaceva più guardarla che coglierla, delle quattro stagioni, del tempo e del suo scorrere inesorabile. Ed il tempo scorreva. Inesorabile. Mentre il monaco sordo continuava a fissare i movimenti eleganti della bocca della volpe senza distinguerne il suono di alcuna parola.
In verità, se anche avesse potuto sentirla, non sarebbe stato per nulla interessato a quegli sproloqui e a tutte quelle insulse giustificazioni recitate ad arte e con perfetta intonazione. Quello che il monaco desiderava era guardarla, tenerla tra le mani, baciarla dappertutto, accarezzarle il pelo fulvo, strofinarle le dita sotto il mento fino a farle chiudere gli occhi e stringere i denti nell'estasi e nella fantasia amorosa del dopo. Quello che al monaco interessava era conquistare quella bella preda né acerba né matura, esercitare su di lei il suo potere, dimostrare attraverso lei la sua esistenza, vivere, vivere in lei e sentire con tutti i sensi a sua disposizione il brivido dell'amore che muove le montagne e prova, in fondo, anche l'esistenza di un'estasi divina che lui credeva e sperava infinita nel tempo ultraterreno che lo aspettava dopo la vita. Intanto, la volpe continuava a parlare dei fiori, dei pampini, dei balconi delle case e degli alberi di mele, senza soffermarsi su nulla in particolare.
Lui aveva capito fin dalla prima visione di quell'animale allungato sotto i tralci della vite del monastero, che era all'uva che lei tendeva. Ma la bella creatura era troppo orgogliosa per rivelarlo perfino a se stessa. Il monaco aveva letto di quella tipologia caratteriale animale sui libri degli antichi precristiani. E la sua intelligenza e la sensibilità che aveva a supplemento dell'insufficienza uditiva, gli fecero subito associare il corpo della volpe esteso e allungato al desiderio dell'uva.
Nel frattempo, il suo proprio desiderio gli si estendeva ed allungava sotto il saio, urtando le due estremità del cordone che gli stringeva la vita. Per distrarsi dai suoi bassi istinti e per attirare l'attenzione ammirata della volpe, il monaco si avvicinò alla vite, tese in alto la mano e strappò un grappolo di uva bluastra. Ne mangiò qualche acino assaporandone lentamente e intimamente il gusto cangiante: la liscia pellicina, la polpa dolce e saporita, l'agre legnosità dei vinacciuoli, il retrogusto aspro e delicato; la prospettiva della trasformazione in succo, in mosto, in vino, in prezioso distillato: la grappa miracolosa del fratello Ubaldo; il dolce sciroppo di fra Consalvo; le marmellate balsamiche delle sorelle carmelitane: tutto, tutto ciò appalesava la grandezza e l'infinita bontà celeste; tutto ciò dimostrava meglio di qualsiasi prova pseudo-razionale che Dio esiste ed è buono grande e misericordioso.
Intanto, la volpe vagheggiava di avere delle ali per innalzarsi più in alto delle mani di quell'odioso omaccione di un metro e settantotto di statura. Che soddisfazione sottile sputargli sulla chierica lucente i vinacciuoli e le pellicine ben ripulite nel liquido salivale! Che gioia umiliarlo e farlo rodere nell'invidia dicendogli che i grappoli più si trovano in alto più sono buoni! Come sarebbe stato bello vedere il mondo da lì sopra, abbracciare con lo sguardo un cerchio più ampio di terra!
E mentre si trastullava a concepire con la mente siffatti desideri, sentì il suo corpo librarsi nell'aria sospinto da una forza estranea e misteriosa. Sentì la sua testa tra i pampini e i viticci, le zampe a contatto coi grappoli e una stretta forte intorno allo stomaco. Solo quando stava per ingurgitare il primo chicco, si rese conto che era finita nelle mani del monaco. Il primo istinto fu quello di gridare. Era sul punto di ordinargli di metterla giù; ma il desiderio di assaporare l'uva sconfisse quell'impulso fino a farle spostare l'attenzione dal monaco al chicco che stringeva tra i denti acuminati. Per oltre un'ora, se ne stette buona buona a mangiare quell'uva buonissima, matura al punto giusto, migliore di quanto la sua capacità di astrazione fosse riuscita a immaginare e pregustare. E per oltre un'ora il mondo si fermò intorno a lei. Nulla esisteva al di fuori di quel nettare e delle papille gustative che le permettevano di percepirlo.
Da sotto, il monaco la vedeva inebriarsi di quel succo tanto ansimato e piangeva dal piacere.
Quanto sono monche le nostre parole! Quanti meravigliosi messaggi si sprigionano dalle grate del nostro corpo! Quale vocabolario, quale grammatica, quale poesia avrebbe mai potuto aiutarlo a esprimere l'esaltazione, il piacere e la soddisfazione che emanavano da quel viso e si riflettevano nei suoi occhi e lo scuotevano tutto in vibrante sintonia.
Mentre il monaco era immerso in questi pensieri e sensazioni, la volpe fu finalmente paga e tornò a riattivarsi la sua percezione del mondo esterno. Si guardò intorno come vedendo per la prima volta ogni cosa. Vide il monaco fissarla rapito. Guardò in quegli occhi pieni di estasi e desiderio e se ne innamorò fulmineamente.
Per la prima volta sentì crescere dentro di sé una maturità nuova e silente.
sabato, 16 giugno 2007
Dipinto impossibile
Provai più volte
a immortalarla,
era impossibile,
una sinuosità di linee,
una cosa realmente stupenda…
Provai più volte,
la prima volta fu qualcosa
di odiosamente stupendo,
ma non reale
Provai più volte,
anche ora,
e anche ora
inutilmente.

Provai più volte,
volti belli e senza espressione,
volti belli e schifosamente belli,
volti belli e bellamente apatici.
Provai più volte,
anche ora,
e anche ora
inutilmente.
(c)(c) 1980
------
---
-
lunedì, 11 giugno 2007
Per norma universale
ogni persona normale
vuole sentirsi speciale
per quell’essere normale
che sente egli speciale
o che sente ella tale
(perché è nei sessi uguale
la norma universale).
Ma, dio, come vorrei sentirmi io
normale, speciale e normale
senza di grazia pagare fio
o precipitare giù per la scale
dall’elevato piedistallo mio
su cui assurgo e mi innalzo
nel bene e nel male
con l’animo in soffitta
e il cuore scalzo.
A proposito di scale,
di sale e di sconfitta,
oppure pure a proposito
di tutto tutto e di niente,
che suona pure
più divertente:
“Felice chi è diverso”,
diceva il buon poeta,
“essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune”,
e io non sono immune
da cotanta verità
(checché ne dica
e pensi
quell'affettuosa
mia amica là).
Qua qua qua, qua qua, qua qua.
E con questo io ti lascio,
e ti lascio tale e quale,
come lascia sconfitto
il malato terminale
l’accogliente suo ospedale
che non lo salvò dal male.
Perché qui tutto cambia
e ogni cosa resta uguale,
senza pepe e senza sale,
come tanti anni fa.
Qua qua qua, qua qua, qua qua.
[ (c)(c) marzo - aprile 2007
con piccole aggiunte odierne ]
lunedì, 04 giugno 2007
Las líneas del sino
Gibraltar, 13-08-2016
Forse nell’incidente è morta anche la zingara di Granada che mi lesse dentro un grande carisma e un karma disperato. Il velivolo militare si è schiantato sull’accampamento gitano alle pendici del Mulhacén. Lo avrete sentito anche voi, non c’è stato nessun superstite né tra i passeggeri né tra gli abitanti del villaggio.
Ora vi chiederete perché, tra tanti morti certi, me ne stia qui a parlare proprio di quella zingara; che magari lei se ne sta ancora da queste parti a scorrazzare tra i vicoli scrutando mani e sguardi. Ebbene, signori miei, non lo so; nemmeno io sono in grado di dare una risposta precisa ai miei perché. So solo che improvvisamente ho rivisto il suo viso impietrito e il gelo che le percorse gli occhi nel momento stesso in cui prese la mia mano tra le sue e cominciò a scandagliare le linee del mio destino.
Fu un attimo; appena incrociai il suo sguardo atterrito, mi tirai indietro scappando via senza un perché.
Ho continuato per tanto tempo a cercare un senso tra i solchi del palmo della mia mano. E continuo con accresciuta ansia ora che lei ha azionato l’ordigno piazzato sul volo Alicante-Armilla delle 7 e 05 di ieri.
Sarebbe dovuto precipitare nel deserto dell’Almeria. Non è facile, forse non è neanche possibile, interpretare i disegni del Vendicatore, Colui che é cosciente di essere l'Altissimo, il Paziente, il Padrone del Reame, il Possente, Colui che solo tiene conto e mantiene il conto di tutte le cose. Mentre noi non siamo niente e non ci è dato sapere che piega prenderà la linea e quando e come si farà retta la curva del nostro cammino.
Non lo dico per scusarmi, perché non ci sono uomini davanti a cui debba chiedere perdono o formulare scuse, ma vi assicuro che, per quello che ne sapevo io, non era prevista nessuna vittima tra la popolazione civile.
|
|