Tu ridi sempre, ma io lo vedo quel velo di malinconia che attraversa i tuoi occhi; e so che viene da lontano. Tu ridi sempre e parli molto, ma a me piacerebbe che potessimo condividere attimi senza veli e infingimenti che rigano il viso, come maschere che stringono zigomi ed elmi che fanno male alle tempie. Tu parli sempre e ridi molto, ma io vorrei che tu potessi essere tu senza tristezze e senza l’ansia di farsi vedere allegri e sentirsi parlare, parlare e parlare, come davvero fossero le parole la cosa più importante.
[…] Baciarti tutta dalle unghie dei piedi ai capelli e indugiare sulla piega tra la gamba e il culo; rigirare la lingua nell’ombelico; seguire come la traccia di una caccia al tesoro il percorso dei tuoi nei e assistere al miracolo del capezzolo che si inturgidisce tra la presa delicata dei miei denti.
[…] Dai tuoi occhi socchiusi si dipartono lampare che squarciano il silenzio, e io perdo l’equilibrio e non so più se restare a guardarti o baciarti e baciarti ancora.
[…] Io parlo sempre e rido molto, ma come vorrei che potessimo rinnovarli in ogni momento senza parole, quegli attimi.
[…] Ecco, lo vedi, le parole arrancano ancora in cerca di senso. Ma ora qui l’unico senso sei tu, e io non vacillo, anche se rischio di cadere.
[…] O forse sono già caduto, e spasimo nel sottosuolo rigirandomi nella melma di bava e solitudine che mi sono creato.
ricercando nell’antro oscuro
sonetto astrofico e catastrofico
in bilico tra il cedo e il credo
resto in gioco anche se non vedo
vie di uscita o tracce di vita
in questa strofa trita e ritrita
rincorro nella forma che mi piace
una gabbia in cui mi garbi stare
ma non posso ancor trovare pace
tra le onde di questo immoto mare
cerco il mio altare da immolare
un pensiero che sappia dominare
girando senza posa nella stanza
come se credessi in una struttura
mentre intorno tutto intorno danza
e non dura il verso che non dura
“Mi svegliai al centro esatto della notte con dei terribili crampi allo stomaco e una solitudine irrimediabile intorno a me e dentro ogni cosa.
Nulla faceva rumore e io me ne stavo immobile come chi vuole fermare il tempo. E il tempo sembrava piegarsi alla mia volontà ed era sul punto di smettere di fluire.
In una breve pausa intersecata tra due cavità senza fondo, pensai che avrei voluto ritrovarmi in un mondo con altre regole. Da inventare tra il sogno e la veglia.”
Basta, basta!
Ho paura.
Sto rischiando di sprofondare nei vizi borghesi della profondità. Ho paura di dimenticare quanto sia interessante la superficie delle cose; ho paura di sprecare la vita in immersioni che si concentrano su un solo punto e perdono di vista tanta immensa vastità di orizzonte e senso.
Rileggo, mi guardo le mani e abbasso leggermente la testa in segno di assenso, come se fosse proprio così.
Le dissi che ero stanco, esausto. Basta, le dissi, non verrò mai a vivere con te, ma non andrò nemmeno più da lei. Basta, le dissi, nessuno più mi avrà e seguirò un cammino che è soltanto mio. Adesso, adesso stesso, le dissi, salirò in terrazza, sceglierò l’albero più nodoso e attaccherò il cappio al ramo più alto. Ma basta ora, ora basta, le dissi, e gettai via la cornetta ridendo come un forsennato. E come un forsennato presi la corda dalla stanza delle scope e l’attaccai al ramo più alto dell’albero più nodoso. Mi fermai a guardare e continuai a ridere a crepapelle.
Che ne sapeva la poverina che sul mio terrazzo c’erano solo bonsai?
Qualche giorno fa, di rientro a casa da un giorno stanco come tanti, mi sono trovato tra le mani uno strano pacco postale, un sorprendente regalo da un paese lontano. Beh, a pensarci bene, non tanto lontano, praticamente alle porte del vecchio continente che ci contiene in tanti stretti stretti da tempo immemorabile; e magari da lì veniamo tutti dai tempi di Noé (i più ferrati tra voi in storia, religioni e geografia staranno già navigando con la mente sulle vette del monte Արարատ, tra cori di animali accoppiati e uno sparuto gruppetto di esseri umani bagnati fradici).
Ma torniamo al pacco. Un paio di lettere inesistenti nel nostro alfabeto mi hanno fatto capire subito che mi era stato spedito da Nariné, la mia giovane amica armena. E poi c’era scritto a chiare lettere che era lei la mittente.
La cosa mi ha sorpreso non poco. Era dalla scorsa estate che non ricevevo sue notizie, ed ora, all’improvviso, eccomi tra le mani un plico su cui c’è scritto FOTO, ma che io intuisco subito essere qualcos’altro.
Evidentemente la scrittura di Nariné dichiarava il falso per evitare che qualche farabutto fosse indotto ad aprire l’involucro nel tragitto e potesse trafugare il prezioso regalo che lei mi aveva preparato da tempo. Praticamente da quando ci conoscemmo più di due anni fa e io le dichiarai da subito il mio amore per i suoni della sua terra (¡qué mujer tan amable!).
Ho spacchettato forsennatamente strappando via chili di nastro adesivo, e mi sono trovato di fronte i cinque pezzi di legno di albicocco levigato che compongono un duduk con inclusa imboccatura di riserva (che questi mica sono ricambi che si possono incontrare giù al supermercato).
Dentro non c’era nemmeno un biglietto di spiegazioni, in puro stile Nariné.
Solo ieri sono riuscito a mettermi in contatto con lei e, tra gioiose ed emozionate risate in cui accavallavamo le voci e i disturbi di linea, ho saputo che si trattava del regalo del SUO matrimonio. Si era sposata da qualche mese con Taron; poi… il viaggio di nozze in Egitto, il natale, il nuovo anno e così, di giorno in giorno, ci è piombata addosso la primavera senza più sentirci né mandarci due righe.
All’inizio non è stato facile nemmeno capire come si montavano i tre pezzi del duduk, ma ora che ci sono finalmente riuscito voglio mandare anche da qui i miei più sentiti auguri a Nariné e a Taron, mi enhorabuena, mis felicidades, sh'norhavor lini, Nariné, para ti y Taron, y sh'norhakal em, muchas gracias.
E voglio dirle che ho approfittato di questa festa del lavoratore per studiare lo strumento, ed a lei dedico le prime note che ne sono venute fuori. Y disculpa si es poco.
Tutti gli altri lettori di questo blog, invece, vorrei invitarli a trasferirsi sul sito http://www.ian.cc per aggiungere la propria adesione alla campagna per il definitivo riconoscimento del Medz Yeghern (il “grande male”), il genocidio armeno perpetrato prima dal sultano ottomano Abdul-Hamid II tra il 1894 e il 1896 e poi dai Giovani turchi durante la prima guerra mondiale. Signori miei, questa è un’altra storia che faremmo bene a tenere a mente, per non essere costretti a ripeterla, per non inciampare un’altra volta nella stessa pietra. E poi, cazzo, se quel progetto criminale fosse riuscito io non avrei conosciuto Nariné, e lei non mi avrebbe mandato quel duduk dai suoni caldi e vibranti, e io non avrei potuto registrare le note di cui sopra (va beh, lo so, lo so, questa avrei pure potuto risparmiarvela; ma andatevi a sentire qualche brano del grande Djivan Gasparian per capire cosa intendo -e che tipo di melodie mi piacerebbe far uscire dallo strumento- quando farnetico di suoni caldi e vibranti).