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giovedì, 26 aprile 2007
Bozza per un racconto portoghese
a volte,
la voglia
di raccontarla
ti salva la vita.
Primavera, ore 17,...
A sale sul "Castelo de San Jorge". E' il suo II giorno a Lisbona. La gente è affabile, ma, comunicazione intermittente + comprendere e non comprendere + pochi turisti: totale, solitudine totale.
D'altra parte, era questo che cercava dopo i casini e le boiate.
A sale, passa distratto i negozi di souvenir, uguali in tutto il mondo; ripassa il giorno precedente e la mattinata alla Fundação Gulbenkian, le esplosioni di colori acrilici dell'arte contemporanea, fuori la natura (la Natura) sposata con le forme della nuova scultura. Lo riassale una sensazione di pace e tranquillità - come quando era nel giardino della fondazione. Un vento fresco lo avvolge, sente un fruscio d'acque. Vede le prime mura; sale, gira intorno a quelle pietre e alle piante, all'acqua che sgorga dai punti più impensati; pensa agli Arabi e ai loro miracoli architettonici in Europa; pensa all'America, ai marinai portoghesi, l'Oceano, la circumnavigazione del mondo; e sale, sale e si lascia perdere tra quelle mura e l'acqua e i cigni in uno stagno artificiale e gli uccelli che svolazzano tra le piante.
Ormai non pensa più a nulla che alla natura e oltrepassa un ponticello: leggera salita, il sole si affaccia tra le piante e si proietta sui suoi occhi; lui si ferma, fissa i raggi nell'acqua fluente. Si siede sul muretto del ponte. L'acqua che scorre cristallina riflette i raggi tra le pietre bianche e il verde delle piante. Il fruscio del fiumiciattolo accompagna il leggero crepitio delle foglie. Il "locus amoenus", il "locus amoenus" ripete, senza neanche pensarci; poi si gira alla sua destra e vede i torrioni del castello ergersi nell'aria.
Decide di salire, corre forsennato pensando a battaglie e conquiste, agli orrori occidentali nel mondo. Guarda verso ovest il ponte, il Tago, le case e più in là l'Oceano e l'America. Gli orrori occidentali nel mondo.
Si sposta sull'altro lato del torrione quadrato e fissa le chiese bianche di "San Vicente" e "Santa Engracia", marmoree e candide sembrano un unico perfetto edificio. Si siede tra due merli, fissa la parte sottostante; è alto; lì sotto un uomo cammina piccolissimo tra sentieri silenziosi e deserti.
Pensa di buttarsi; gli trema la testa; pulsa il cervello; fissa stravolto un sentiero in basso tenendo le due mani attaccate alla pietra; si scorge contratto e tremante (gli orrori occidentali nel mondo). Poi torna a ergersi, guardando vuoto la chiesa di Santa Engracia, la cupola perfetta e il Tago - ACQUA CHE SCORRE.
Poi si perse, felice di perdersi, nel dedalo di Alfama; tra i panni stesi, nel saliscendi di strade e scale, nel mormorio della gente; tra bicchieri di vino e di birra, vecchi che vendono pane e ricotta, le donne che pregano e preparano il da mangiare in bassi che sembrano invitarti ad entrare; le mille chiese, le case bianche e i brusii.
[1988]
Ieri è stata la festa della Liberazione anche in Portogallo. A Lisbona, il 25 aprile del 1974, la "Revolução dos Cravos" riportò la democrazia nel paese dopo oltre 40 anni di dittatura.
Me ne sono ricordato, e il ricordo mi ha traghettato verso questa ipotesi di racconto scritta all’ombra del Ponte 25 de Abril, quasi 20 anni fa.
venerdì, 20 aprile 2007
Muito Romântico
tredicesimo frammento
Una rapida mano di carte, una rapida mano e mi trovo perdente. […]
Sapevo benissimo che ogni volo comporta un atterraggio, o una caduta. E sappiamo entrambi che la caduta risulta più dolorosa quanto più alto il piedistallo. Anche se potremmo stare qui per ore a discutere su chi è che cade a picco e chi quello che dà la spinta. Forse chi spinge segue il volatore nello sprofondo. E fino al contatto col suolo non ci siamo ancora fatti niente. La caduta è solo il presagio dello sfracello. […] Epperò non credevo, non credevo di soffrire tanto. […]
Non si può fare un omelette senza rompere qualche uovo. Ma a volte ho la sensazione che qui stiamo facendo a pezzi anche la cucina, mentre intorno a noi frana tutto il palazzo e i cuochi si lanciano ad uno ad uno dalle finestre. […]
Però tu, per amore del cielo che ci scaraventa in testa bufere e raggi di sole, tu, per l’amor del celo, lascia chiuse quelle ante del sesto piano. Un volo verso il basso dal balcone al suolo non vale un solo attimo respirato in due. Un volo dal balcone al suolo non vale un solo attimo respirato.
Un solo attimo. Un solo attimo che vorrei moltiplicato. Che vorrei moltiplicato in due.

venerdì, 13 aprile 2007
Señores, yo estoy cantando lo que se cifra en el nombre.
Mi ricordo, fu a Napoli, in una notte lontana che io lasciai cadere il nome di un tale Jacinto Chiclana. Qualcosa dissi pure della nostalgia per un paese in cui non sono mai stato, delle pagine confuse di un libro e di una milonga arcana. Gli anni ci lasciano vedere le ombre di quello che fu e fummo. Nella semioscurità si distinguono, sfocati, i contorni, ma sfuggono i dettagli. E il dio delle piccole cose sa bene quanto siano importanti i dettagli.
Con me c’era l’uomo-blogger che tra queste pagine conoscete come Alfar. Anzi, senza di lui, non ci sarei stato io, quella sera, e mai mi sarebbe venuto in mente di chiamarmi Jacinto, Jacinto Chiclana.
– Stasera, in una villa… [del cui nome non voglio ricordarmi] si riuniscono degli amici, buona gente; fanno una cosa come un cenacolo letterario.
– …
– Va be', lo so che a te queste cose ti ammorbano, ma stasera si legge Borges. Ho pensato che ti potesse fare piacere...
Io a quei tempi avevo sul comodino l’opera quasi omnia di JLB raccolta nei Merdiani Mondadori. La stavo rileggendo avidamente come fosse la prima volta. Ma ero troppo snob per vedere sprecare qualche verso seduto al lato di un divano. Ed ero troppo snob anche per perdere l’occasione di vedere sprecare qualche verso seduto attorno ad un divano. Così dissi ad Alfar che ci sarei andato, ma non come gaetanovergara, già studente di spagnolo all’Università Orientale di Napoli…; mi stava sedimentando dentro un’idea; un’idea borgesiana. Sarei stato un argentino, un amico argentino di Alfar passato di lì a osservare come gli italiani percepiscono prosa e poesia del massimo scrittore ripoplatense vivente (en aquel entonces, vivente). E a mano a mano la mia fantasia sghemba mi prese la mano e decisi che sarei stato non un argentino qualsiasi, ma proprio Jacinto, Jacinto Chiclana.
Me acuerdo. Fue en Balvanera,
en una noche lejana,
que alguien dejó caer el nombre
de un tal Jacinto Chiclana.
Algo se dijo también
de una esquina y un cuchillo;
los años nos dejan ver
el entrevero y el brillo.
Chissà per quale ragione
mi sta cercando, quel nome;
mi piacerebbe sapere
come sarà stato quell'uomo.
Alto lo vedo e leale
con un animo cortese
capace di non alzare
la voce e di giocarsi la vita.
Mi risuonavano in mente quei versi già mentre bussavo la porta; e feci benissimo la mia parte. Rinforzavo la rotondità delle erre, sibilavo le zeta e le c interdentali, confondevo le b e le v; parlavo di me stesso come di djo (yo); mi inventavo parole in bilico tra italiano e castellano (“el ultimo tecsto di Borges”, “un urlo desgarrante”, “una fantasia sin limite”); mi perdevo tra le preposizioni e gli ausiliari (“la primera volta che ho venuto a Italia…”, “si djo avesi stato lì”), scivolavo sui falsos amigos (li conoscete, no?, tutti quei termini che sembrano simili tra una lingua e un’altra e poi ti ingannano sul più bello). Ad ogni pie sospinto fingevo di chiedere aiuto ad Alfar, da poco rientrato da un Erasmus madrileno, per capire i miei interlocutori o farmi capire da loro. E lui mi faceva perfettamente da spalla.
Ero in uno stato di grazia. Mischiavo cronaca argentina, fantasie letterarie e invenzioni; e a tutti davo una risposta convincente.
In un dato momento, si cominciò a parlare di letteratura. Ed io me ne restai a guardare mentre gli altri si impegolavano in una discussione in cui facevo fatica ad entrare. È difficile prendere posizione sui principi dell’estetica e dello specifico letterario quando si parla uno stentato e fintissimo itañolo.
Passarono delle ore. Alfar continuava a divertirsi, ma io cominciai ad irritarmi; tanto che decisi di interrompere la dotta conversazione e far ascoltare loro La Milonga de Jacinto Chiclana interpretata da Flaco Biondini (avevo portato il nastro con me). In cuor mio, speravo che si fossero avveduti del fatto che si cantava di qualcuno che aveva il mio stesso nome:
Me acuerdo. Fue en Balvanera,
en una noche lejana,
que alguien dejó caer el nombre
de un tal Jacinto Chiclana.
Ma il mio intimo desiderio di essere smascherato andò frustrato. Nessuno avvertì la strana coincidenza di nomi.
Sull’ultimo accordo di chitarra, aprì il secondo (o era il primo?) volume dei Merdiani e rilessi in italiano i bei versi di Borges smorzando sempre più quell’accento pseudo-argentino che ormai mi era venuto a noia:
Sempre è meglio il coraggio,
la speranza mai è vana;
Suoni, allora, questa milonga,
per Jacinto Chiclana.
Niente. Per quanto avessi ripetuto decine di volte quel nome, loro continuavano a non rendersi conto dell'inghippo. Alfar gongolava (anche perché avevo scarse possibilità di contraddire certe cazzate che stava dicendo sul senso della letteratura, il senso nella letteratura e la letteratura nel senso). Allora decisi di rompere l’incantesimo, mi riappropriai della mia parlata italiana e del mio accento periferico-napoletano e dissi di essere quello che ero e sono: gaetanovergara.from.frattamaggiore.provincia.di.napoli…italia. Ebbene, dovetti fare ricorso a tutta la mia capacità persuasiva, e mostrare persino la mia carta di identità per farmi accettare in questa nuova-vecchia veste. La finzione si era talmente sovrapposta alla realtà che risultava più verosimile e credibile della realtà stessa.
Alla fine, i più se ne andarono arrabbiati, qualcuno sorrise sotto i baffi e un paio di persone apprezzarono il gioco borgesiano di Finzioni. Ecchecavolo, Borges stesso aveva proclamato più volte di essere un impostore che prima o poi sarebbe stato smascherato, e aveva mischiato le carte della realtà inventandosi autori, citazioni, mondi ed enciclopedie. Alfar e io stavamo solo perpetrando uno obliquo omaggio al genio degli artifici e delle simulazioni.
Sono passati molti anni. Ma ancora di tanto in tanto mi torna in mente quella serata, che fa il paio con i due giorni in cui sono stato cipriota con tre ragazze di Bruxelles. I ricordi sono così, affiorano all’improvviso, con o senza ragione apparente. Questa volta so di essermene ricordato dopo aver letto un post di Arla in cui si parla del Borges que nunca existió, il Borges che non è mai esistito, e si mettono insieme falsi scoop giornalistici, equivoci, invenzioni di scrittori apocrifi citati da altri scrittori apocrifi in un gioco di specchi deformanti più reale del reale e più borgesiano del Borges che fu ed è.
(Peraltro mi viene in mente, al margine dei ricordi, che qualcuno, forse io stesso, ha affermato una volta, o forse più di una volta, che Arla non esiste, è una mia invenzione ambientata nel paese dalla luna al revés di cui ho struggente nostalgia senza esserci mai stato… E mentre mi viene in mente, dubito di tutto e di ognuno dei miei ricordi.)
mercoledì, 11 aprile 2007
110407
Scoppiò da un momento all’altro
la primavera,
ma lui decise di restarsene
in inverno.
S’era trovato tanto bene
con tutto quel freddo nelle ossa.
sabato, 07 aprile 2007
giovedì, 05 aprile 2007
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A proposito
di numerose analisi
e riflessioni sul tema del desiderio
che stanno crescendo in rete tra blog contigui
il mio modesto contributo che nulla mette e niente toglie
(post semi-autobiografico in attesa di resurrezioni e lunedì-in-albis)
Che penosa pena
struggersi di fame
e non avere cena!
(astenersi, prego,
da letture sessute)
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lunedì, 02 aprile 2007
Mi sveglio ogni mattina con le ossa scricchiolanti. E di giorno, seduto su questa stramaledetta poltrona, mi fa male il culo e la schiena (e dire che mi avevano assicurato che sarebbe stato come sdraiarsi sull’acqua). Quando cammino ho dolore alle ginocchia ed alle gambe. Quando sto fermo, mi fa male tutto.
È il passo inesorabile del tempo: le ossa non reggono; sto cominciando a essere più giovane del mio corpo.

Per favore, non compatitemi e non elargite consigli anatomici o simil-medici. In realtà, le mie ossa sono a posto, a casa ho sedie e poltrone comode e ogni giorno macino chilometri, rigorosamente a piedi, senza alcun tipo di risentimento.
Il testo di cui sopra è da intendersi in senso lato. Come una rappresentazione dell’invecchiamento di una generazione che fa fatica a stare nei suoi panni ed accettare l’inevitabilità delle rughe che arrivano e delle schiene che si curvano.
Io da parte mia resto giovane dentro e fuori, e la cosa mi riguarda più che altro come fenomeno sociologico.
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