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Leggendo ci si allontana dal mondo per comprenderlo meglio <°((gaetano~vergara))°>


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lunedì, 31 luglio 2006
 

La talpa e il mare

La talpa si invaghì del mare quando sentì dire che non aveva colore, ma soltanto riflessi e trasparenze cangianti secondo lo spazio, il tempo e l’umore dei vedenti, quasi mai consapevoli dell’eterno ed eternamente mutevole splendore che hanno la buona sorte di guardare. La talpa si invaghì del mare e maledisse il giorno che nacque talpa, perché in quanto talpa non poteva assistere allo spettacolo della assenza presente di colore, lei che associava al rosso un fervente tepore, ed il giallo era il sapore del pane appena sfornato, mentre l’azzurro spirava dal cielo come brezza mattutina o frescura.
Ma cosa sono le sfumature per chi vive nell’assenza assoluta di ogni sequenza cromatica? E dov’è la misteriosa differenza tra le antinomie del bianco e nero, estremi poli della gradazione del non-colore? Come un grido che diventa silenzio, come il gelo che brucia le dita dello sfortunato esploratore.

Vortex, disegno di gaetano "aitan" vergara (c)(c) 2006


La talpa si invaghì del mare, que es la nada, e si fece acqua, sognando e vedendo la sua sfavillante trasformazione in un vortice di colori che divennero grigi, neri e poi bianchi, prima di essere assenza che avvolge ogni colore.
La talpa si invaghì del mare, ed il mare restò tale e quale, sempre uguale e sempre diverso: forma difforme e animata, colore cangiante secondo lo spazio, il tempo e l’umore dell’inconsapevole chiarovedente. La talpa si invaghì del mare e si fece acqua e sale. Ma anche il sale, disciolto nell’acqua, perse la forma che gli permetteva di farsi toccare o discernere dal chiarovedente inconsapevole.

22121999 

postato da aitan | 22:41 | Permalink | commenti (20)





giovedì, 27 luglio 2006
 

I'm the left eye, you’re the right, would it not be madness to fight?

 (Faithless, 2001)

Lo so, sono malato terminale di ottimismo, ma non posso fare a meno di pensare che se
tu sei l’occhio sinistro e io quello destro, continuare a combatterci, sarebbe pura follia.

Je vulesse truva’ pace;

ma ‘na pace senza morte.

(Eduardo, 1948)

 

postato da aitan | 16:46 | Permalink | commenti (30)





domenica, 23 luglio 2006
 

Muito Romântico
ottavo frammento

Si tradisce solo se stessi. Non siamo di nessun altro. Si tradiscono solo le nostre inclinazioni e i nostri desideri. Nessuno ci possiede e nessuno ci conosce fino in fondo. Non ci diamo mai a nessuno al 100%. Non darti mai a nessuno al 100%, per l’amor del cielo! Non darti mai neanche a me… al 100%. Io, da parte mia, posso solo prometterti piccole e cangianti razioni al 10% e lampi fuggenti al 99 tra intervalli di poco o nulla. […]
Lo so, lo sai, io sono il primo ad essere contrario a quello che penso, a quello che dico, a quello che faccio. La verità è che ora stesso ti vorrei tutta intera, tutta tutta per una sequela di attimi infiniti. Ogni giorno, tutti i giorni, ogni ora, ogni attimo; ma senza promesse né patti scritti con legulei notabili prelati lacrime e sangue. E sai anche che a me delle nozze piacciono sole le mandorle pelate nei confetti. […]

Bisogna essere ogni volta all’altezza della circostanza o avere il coraggio di smettere. Bisogna avere il coraggio di riprendere dopo che si è smesso, se ci torna la voglia. Bisogna avere il coraggio di rispondere ai nostri desideri e affrontare le nostre delusioni.
Bisogna imparare a vivere senza di te, se tu lo vuoi. […]
Pensami. Pensami sempre. Ma pensami poco.
(Così vorrei saper fare io).

 

postato da aitan | 11:21 | Permalink | commenti (28)





lunedì, 17 luglio 2006
 

La serata di sabato del Pomigliano Jazz Festival è stata ricca e intensa.

Logo dell'XI edizione del Pomigliano Jazz Festival

Io non smetterò mai di tessere le lodi di questo festival campano che da oltre un decennio offre alla città dell’Alfa Sud ed alle zone collegate una valanga di note jazz a titolo completamente gratuito. E di concerto, arrivano una serie di iniziative culturali che meritano di essere strenuamente sostenute. Anzi, bando alle ciance, cominciamo tutti a firmare la Petizione a sostegno di Pomigliano Jazz inviando un’e-mail all’indirizzo info@pomiglianojazz.com ed indicando:

- Cognome e Nome
- Luogo e Data di nascita
- Comune di Residenza
- Professione

Ed in aggiunta la dicitura:

Aderisco alla Petizione a sostegno di Pomigliano Jazz.
Autorizzo al trattamento dei dati personali.
Il trattamento dei dati personali avverrà solo per fini istituzionali e nei limiti di legge, secondo quanto previsto dal D. Lgs. 30 giugno 2003
.

Ed ora una mia recensione sentimentale su due dei quattro concerti di sabato.

La serata si è aperta alla grande con il Paolo Fresu Quintet. Un collaudatissimo combo con più di vent’anni di attività alle spalle (qualcuno alle mie di spalle,  quando ha sentito dire al leader che suonavano insieme dall’84 non ha potuto fare a meno di chiedersi ad alta voce: “Ma allora ‘stu guagliunciello quant’ ann’ ten’?”. Fresu a dispetto dei suoi 46 anni sembra veramente un ragazzino, uno spiritello scalzo sempre pronto a passare da una tromba a un flicorno, aggiungere una sordina alla campana e manipolare mixer e campionatori da quel perito perito elettronico che è).

Paolo Fresu

È la terza volta che ho l’occasione di sentire il quintetto dal vivo, e scopro con piacere che riesce sempre ad emozionarmi. Fresu, Cipelli, Tracanna, Zanchi e Fioravanti sono musicisti che suonano coesi, che si ascoltano, dialogano, si passano con grazia e scioltezza il testimone. Magari può risultare un po’ eccessiva l’esigenza del leader di manipolare e moltiplicare con l’elettronica la voce di trombe e flicorni o aggiungere effetti di cristallo infranto al piano di Roberto Cippelli (succede nel brano Kosmopolites), ma l’insieme è gradevole e “ben temperato”. Le improvvisazioni scorrono fluide e narrative, la sezione ritmica accompagna sapiente e suona forte quando forte deve suonare (nonostante Attilio Zanchi fosse reduce da una febbre da cavallo e fino all’ultimo momento non si sapeva se ce l’avrebbe fatta a innervare il concerto con le sue note di contrabbasso).
Nel corso dell’esibizione, Tino Tracanna ha presentato due sue composizioni dai titoli insoliti e immaginifici: “À propos de Monsieur Quenau” (manco a dirlo, improntata su una serie di “esercizi di stile”) e  “Riemann's Maid”. Quest’ultimo brano è dedicato alla domestica del geniale matematico Bernard Riemann, famosa per aver fatto pulizia tra gli archivi del suo datore di lavoro, rendendo così  impossibile l’accesso all’ottanta per cento delle carte del defunto. È un tema dalla struttura molto spigolosa in cui Tracanna, al sax soprano, sembra essere sospeso tra Steve Lacy ed Anthony Braxton, poi la sua voce comincia a intrecciarsi con quella di Fresu in unisoni ed imitazioni che ricordano Don Cherry ed Ornette Coleman, finché, all’improvviso, Cippelli comincia a intervallare accordi al piano elettrico che virano verso un’atmosfera “very Bitches Brew”   (sarà il più trito dei luoghi comuni, ma io nella tromba e nelle sordine di Fresu non posso far a meno di sentire riecheggiare le note del Miles Gloriousus).
In alcuni intrecci tra sax e flicorno, Fresu fa da bordone con note lunghissime che mi fanno pensare alla respirazione circolare praticata dai suonatori di launeddas della sua Sardegna (ma è probabile che, dal punto di vista tecnico, vi stia scrivendo una sonora puttanata).
A metà concerto, apprezzo particolarmente un brano dall’andamento di Tango Marsch che credo sia del batterista Ettore Fioravanti (un valore aggiunto di questo gruppo è costituito dal fatto che ciascuno dei 5 musicisti che lo compongono ha il suo spazio sia come autore che come esecutore: e difatti dal 2004 la Blue Note va pubblicando una serie di incisioni ognuna delle quali è dedicata all’attività compositiva di uno dei membri del quintetto).

Quello che meno mi è piaciuto del concerto è stata la presenza sul palco del pittore  Salvatore Ravo. Intendiamoci, niente contro questo artista performer: poteva anche essere interessante vedere la sua tela cambiare 5 o 6 volte davanti ai nostri occhi ed ogni volta sembrare conclusa e magari farci rimpiangere la versione precedente. Peraltro, a me non dispiacciono affatto i colori violenti e caldissimi dei suoi quadri, tanto che al festival ho anche comprato una t-shirt che rappresentava una sua opera. Ma quello che non mi convince è questa esigenza di contaminare i linguaggi artistici a tutti i costi. Come se la musica non riuscisse ad essere autosufficiente. Una performance jazz è fatta anche della gestualità dei musicisti, dei corpi che si piegano per prendere note impossibili, del dondolio della testa del batterista, degli sguardi compiaciuti. Perché distrarre il pubblico con altro sortendo effetti pleonastici, ridondanti e decorativi?

Se ce la fate ancora a leggere, passo a raccontare il concerto che lo scorso sabato mi ha intrigato di più (omettendo la performance pur gradevole di Pierannunzi e Montellanico, che si sono esibiti al Sound Jazz Cafè di Via Leopardi, a pochi passi dal parco del festival pomiglianese).

Si tratta dell’Avishai Cohen Trio.

Avishai Cohen Trio


Non conoscevo questo gruppo. Ma già mi incuriosiva il nome di chiara ascendenza ebraica del band-leader, anche se nel depliant del PJF non si faceva cenno alle origini del musicista (forse per eccesso di politically correctness o perché, per ovvie ragioni, i natali israeliani diventano ogni giorno più ingombranti, se non sei il nazareno). Si parlava, però, di un artista che “combina gloriosamente le influenze della musica classica e medio orientale e del jazz”. Beh, da quello che ho sentito sabato e che sto sentendo oggi (dopo aver comprato i suoi due ultimi album, autoprodotti) non manca nemmeno l’influenza della musica iberica, delle ritmiche latine e delle melodie più propriamente yiddish (tanto che qualche brano fa pensare ai Masada di John Zorn e potrebbe essere parte integrante dalla sua Tzadik). Un musicista senza confini, insomma; uno di quelli che confermano che i prodotti più belli nascono dalla contaminazione delle tradizioni, da quel crossover che da sempre alimenta la cultura di ogni latitudine incrociando le strade della musica popolare e tradizionale con la classica e col jazz. Nella musica non esistono confini o steccati frapposti tra nota e nota. When people believe in boundaries, they become part of them. È di nuovo il Don Cherry che citavo un post più sotto (“quando la gente crede nelle frontiere, ne diventa parte integrante”). Avishai Cohen lo sa e si muove in piena fedeltà alla linea laica di Terenzio: ’Homo sum; humani nihil a me alienum puto’; per questo la sua musica può farci sentire a casa ovunque (e in nessun luogo).
Dunque, da una ricerca in rete, che parte proprio dal suo sito, ora so che si tratta di un bassista israeliano, ma americano d’adozione; un trentaseienne che ha suonato con illustri personaggi del calibro di Ravi Coltrane, Wynton Marsalis, Joshua Redman, Paquito D’Rivera, Roy Hargrove, Danilo Perez e Chick Corea.
Dall’ascolto del concerto e dei suoi dischi, aggiungo più sostanziose informazioni: ora so anche che Avishai è dotato di una straordinaria abilità tecnica e di un’intonazione che rasenta la perfezione; che dal suo contrabbasso vengono fuori ritmi  incalzanti e taglienti  e melodie cantabili e coinvolgenti; che suona con impeto e vigore, ma non manca di senso dell’umorismo e di un certo distacco ironico; che imbraccia con disinvoltura tanto l'archetto quanto il basso elettrico; che le sue composizioni sono abbellite da cambiamenti di tempo, sottili tessiture armoniche e spassose citazioni; che talvolta gli arrangiamenti peccano in ricercatezza ed effettismi che li rendono alquanto sofisticati ed al limite di uno snobismo patinato che definirei “alquanto unjazzy” (ma non per questo, meno godibile).
Molto bravi e virtuositici anche Sam Barsh e Mark Giuliana che lo hanno accompagnato al piano ed alla batteria in straordinari interplay pieni di brio e vitalità.

Nel corso del concerto, ho trovato un po’ adulatorio e ruffianesco un riferimento ai mondiali di calcio, mentre, dopo un primo imbarazzo, mi è parsa adeguata una litania in cui il trio ha coinvolto il pubblico in un canto di pace. Anche se non sono certo che la maggioranza degli astanti sapesse che senso avesse quello Shalom che stava intonando in coro e cosa significasse, nel caldo di questo luglio, l’emozione del trio che l’accompagnava.

 

postato da aitan | 18:44 | Permalink | commenti (26)





venerdì, 14 luglio 2006
 

The Sound of Surprise
(di come decisi di perdermi la prima del PJF e fui contento della perdita)

A volte mi disamoro per qualche tempo. Passo al tango, ai tropicalisti brasiliani, alle suite di Bach o ai folk songs di Berio… Ma poi torno sempre alla vecchia casa, perché quella casa non ha mura, steccati o barriere. When people believe in boundaries, they become part of them.

Charles Mingus - by aitan

Ci sono molte cose che mi incantano del jazz:

Ci sono molte cose che mi incantano, ma quello che più apprezzo del jazz è la sua capacità di sorprenderti; e quello che è più soprendente è che ti sorprendono anche gli standard che ti sono familiari da una vita: puoi conoscere il pezzo da sempre, cantartelo in testa nota per nota, seguirne l’armonia sullo spartito; ma quando lo sentirai suonare, sarà sempre la prima volta, ci sarà sempre qualcosa che ti coglierà di sorpresa: una soluzione inattesa, una battuta aggiunta o eliminata, un ritmo impensato, un’improvvisazione da mozzare il fiato, un cambiamento di intenzione in corso d’opera.

Per questo stasera, travolto da una serie di piacevoli imprevisti, ho deciso di perdermi la prima del Pomigliano Jazz Festival

 

Un grazie di cuore e di testa (dalla zeta alla a e viceversa) a tutti gli artefici

di questa sorprendente sorpresa che mi ha portato lontano da Pomigliano

consegnandomi ad un Truman Show in cui la vida era sueño e Matrix realtà.

 

(*) In questo contesto la parola sprezzatura va intesa nel suo senso tardo-rinascimentale di “voluta trascuratezza, leggerezza del gesto, facilità, grazia”. Insomma, quella certa nonchalance che fa produrre un gesto virtuoso con disinvoltura e naturalezza, come se niente fosse.

Il termine è stato introdotto da Baldassare Castiglione per definire le qualità del buon e della buona Cortigian@ (1528):

  • "Quella sprezzata desinvoltura (ché nei movimenti del corpo molti così la chiamano), con un parlar o ridere o adattarsi, mostrando non estimar e pensar più ad ogni altra cosa che a quello. […] E, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi" (I, 26).
  • "Questa virtù adunque contraria alla affettazione, la qual noi per ora chiamiamo sprezzatura, [...] è il vero fonte donde deriva la grazia [...]" (I, 28).

Fin dagli inizi del ‘600 ritroviamo questo termine anche per definire la grazia e la scioltezza esecutiva dei migliori musicisti. E da lì questa nobile qualità viene estesa ai pittori dal gesto più naturale e “facile”.

In ogni caso, in questo contesto, ci interessa di più la sprezzatura di giocolieri, acrobati della parola, informatici impenitenti, scrittori, scrittrici, autrici di sorprendenti eventi e perfette padrone di casa.

 

postato da aitan | 02:36 | Permalink | commenti (18)





martedì, 11 luglio 2006
 

interludio a bicchiere di vetro colorato mezzo pieno di vino del salento

la vie en rose

Selfportrait

 Rose est la vie, se rosa sono le lenti e rosato il vino...

Questo disegnino fa parte di una web-galleria visibile (e risibile) cliccando qui (magica rete!).
Seguendo (e tradendo) le indicazioni di pOg, mi sto sbizzarrendo a fare ritratti in stile simil-popart per provare una tavoletta grafica che ho comprato ieri. (Cacchio!, comincio a fare del mio blog un diario pubblico: “ieri ho comprato la tavoletta”, “l’altro ieri m’hanno rubato il monopattino”, “stamattina mi son svegliato, oh bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao ciao”).

(incidentalmente aggiungo che a me il rosa fa cagare)

 

postato da aitan | 19:58 | Permalink | commenti (15)





venerdì, 07 luglio 2006
 

tra le onde di kronos

Prima delle tre o quattro cifre che si muovono minuto per minuto in basso a destra dei vostri monitor, prima delle torri dei municipi e delle cattedrali, prima degli orologi che segnano i vostri polsi e le pareti delle vostre case, prima delle clessidre e prima, molto prima delle meridiane, il tempo fluiva nello sciabordio delle onde e nel movimento ritmico delle braccia dei rematori o nelle mani di chi suona  rispettando l’andamento della melodia e il ritmo che pulsa tra nota e nota (mentre io… fossi una volta che tenessi conto della misura della battuta o del respiro cadenzato dei remi; porca miseria, porca troia e maremma maiala!).

Più o meno questo pensavo, qualche ora fa, mentre fissavo l’orizzonte rotto dalla figura eretta dell’uomo-che-ride-non-solo-dentro, e sentivo che era uno di quei momenti in cui sarebbe bello uscire fuori dal tempo o lasciarsi cullare dalle sue onde, e intanto lasciavo cadere l’occhio al polso e pensavo che presto sarebbe partito l’ultimo treno; che non ho perso nemmeno questa volta.

A proposito, ancora auguri, Ubertosa! 

N.B. Le foto di questo post, se non le ha scattate aitan, le ha fatte zaritmac tra il pomeriggio e la sera del 6 luglio nelle acque del Golfo di Napoli. Oltre a don Gennaro  Caronte, Lella e BB, si nascondono tra le sfigurate immagini le sagome bloggistiche di 8e49, Dido, Flo, e Hangin’. Ma solo loro potrebbero rivelare al mondo i loro veri volti qui palesemente truccati e a bella posta imbruttiti. Del che me ne scuso con la faccia per terra e un sorriso spiaccicato sulle labbra.

 

postato da aitan | 01:17 | Permalink | commenti (14)





lunedì, 03 luglio 2006
 

consigli di celluloide

Unisco un paio di miei consigli a quelli di laguna per morire da soli, al caldo, e magari vedendo un bel film.

Lo scorso sabato, ho cercato un po’ di refrigerio nella saletta piccola del Modernissimo di Napoli (saletta piccola, piccola per davvero: 20-25 posti, di cui 5 inservibili perché piazzati faccia al muro sotto lo schermo grande che grande non è; in modo che, se avete la ventura di trovare posto solo lì, rischiate torcicollo, mal di schiena e crampi alle ginocchia): c’era Diario del saccheggio (título original: Memoria del saqueo) un documentario sulla crisi della democrazia Argentina che spiega più di dieci saggi (intesi in senso cartaceo e in senso carnale osseo e cerebrale).

Locandine di Diario del saccheggio / Memoria del saqueo - Solanas, 2003

Ci sono andato perché ammiro il regista Fernando Ezequiel Solanas, detto Pino, dai gloriosi tempi di Tangos - El exilio de Gardel (era il 1985 ed io uscivo dall’Accademy Astra come stordito e con un’incessante voglia di ballare e parlare che mi portò a tirare mattina in un bar raccontando Buenos Aires a chi voleva sentire, come fossi stato un figlio di emigrati di terza generazione tornato in Europa per sfuggire alla dittatura o alla fame). Poi sono venute le visioni di  Sur (1988) e di El Viaje (1992), e io continuavo ad ubriacarmi con  quelle sequenze accompagnate dai suoni di Piazzolla, Aníbal Troilo, Fito Paez e del grande Goyeneche.

Beh, Diario del saccheggio è molto interessante e ben montato, ma non arriva certo a quei livelli di emozione e forza narrativa. Se ne avete la possibilità cercatevi la trilogia Tangos-Sur-Viaje, fatevi trascinare dalla passione e dall’indignazione e poi, se volete saperne di più, chiudetevi nella sala piccola del Modernissimo e seguite questo ragionamento che illustra le cause della decadenza economica e sociale dell’Argentina (il documentario risale al 2003, ma arriva in Italia solo ora mezzo doppiato e mezzo sottotitolato): assisterete ad una dura critica rivolta alle privatizzazioni selvagge, al liberismo spinto, alla manipolazione del consenso, alla correità del Fondo Monetario Internazionale, alla corruzione  politica culturale e morale, ai tradimenti agli elettori perpetrati da Alfonsín, Menem e compagnia, fino alla caduta del presidente Fernando de la Rúa ed alle conseguenti speranze riposte in Néstor Kirchner. E magari nell’Argentina degli anni che vanno dal 1976 al 2001 rivedrete un po’ del peronismo e della corruzione che imperversa nel vostro bel paese.

 

postato da aitan | 20:05 | Permalink | commenti (22)