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Leggendo ci si allontana dal mondo per comprenderlo meglio <°((gaetano~vergara))°>


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lunedì, 26 giugno 2006
 

Un’e-mail dalla Siria e un textículo egiziano

Qualche tempo fa, si tratta di mesi ormai, un amico siriano mi ha mandato uno di quei messaggi circolari che aiutano a riflettere su come gira il mondo mentre la bocca e gli occhi accennano una smorfia o un amaro sorriso che si fanno specchio di quello che sentono la testa e il cuore.
Oggi mi è capitata nuovamente tra le mani l’e-mail originale. È scritta in inglese: Rashad studia economia e finanza a Damasco, in un’università americana che alterna corsi in presenza a corsi a distanza, e si dibatte tra il fascino per la cultura made in USA (film-hollywoodiani, pepsi-‘n-coca-cole e berretti-da-baseball) e l’odio per la politica estera gringa (qualche volta racconterò a chi ancora non lo sa come la parola gringo sia nata in Messico a memoria perenne dell’espressione: “Green go home!”).
Ok (0 Killed / Orl Korrect), la smetto con le divagazioni e vi faccio leggere questa storiella esemplare appositamente tradotta in italiano per i non anglo-leggenti (ma magari avrà già fatto il giro dei vostri PC attraverso altri canali):

  New York. Un uomo passeggia per Central Park. Improvvisamente, davanti a lui una ragazza viene aggredita da un pitbull. Lui le corre in aiuto e ingaggia una battaglia col cane. Dopo una strenua lotta, riesce ad uccidere l’animale e salva la vita della ragazza.
Un poliziotto che ha assistito a tutta la scena, gli si avvicina e dice:
— Sei un vero eroe, domani potrai leggere su tutti i giornali: “Coraggioso concittadino di New York salva la vita di una ragazza.”
Con un filo di voce, l’uomo sussurra:
— Sì, ma io non sono di New York!
— Ok, amico, allora scriveranno: "Coraggioso americano  salva la vita di una ragazza."
— Ma io non sono neanche americano!
— Benedetto ragazzo, di dove cavolo sei, allora?
— Io… sono pakistano!
Il giorno dopo, in prima pagina: "Islamic extremist kills innocent American dog." (Ovvero "Estremista islamico ammazza un innocente cane americano.”)
 


Come postilla e per affinità tematica, traduco (dallo spagnolo, questa volta) anche un mio textículo di argomento islamico pubblicato su Ficticia a novembre del 2005 (il va sans dir che per gli hispanohablantes è preferibile leggere la versione originale, che suona anche meglio):

 

La tawba di Tarik

Seduto in un caffé di Roma, Tarik sorseggia il suo primo cubalibre. Mohammed ci ha proibito il  vino, ma non ha detto niente del rum.
Da uno schermo tre metri per due, Shakira muove il culo in una parodia della danza del ventre che lo riporta al Cairo della sua infanzia. Si rivede bambino, impegnato a vendere hashish ai turisti in cerca di piramidi e percezioni primordiali; si ritrova davanti a un televisore in cui sgambettano due gemelle bionde; rivive l’emozione del momento in cui si rende conto di avere abbastanza soldi per il viaggio, alhamdulillah.

Al secondo bicchiere, è un clandestino di 18 anni che approda sulle coste di Lampedusa a bordo di un gommone libico. Molti compagni sono rimasti nelle acque del Mediterraneo; uno ha appena esalato l’ultimo respiro sulla sua spalla. Grazie ad Allah, all’indegno Tarik è toccata una sorte migliore. Ed ora soffia  lontanissimo il vento lugubre di quel mare.
Così ha voluto l’Onnipotente e a lui, al misero Tarik, è andata proprio bene. Ma’Ashallah, Ma’Ashallah! Sia fatta la sua volontà!
Grazie a Dio, lavora da tre mesi in un International Service Point. E gli resta tempo per studiare, mentre gente di ogni parte del mondo chiama in ogni parte del mondo e naviga nella realtà parallela di Internet. No, non può proprio lamentarsi, è un lavoro pulito e ben remunerato, alhamdulillah!

— Cameriere, un altro cubalibre!

Bevendo il terzo bicchiere, Tarik sa già che domani  si vestirà di valori assoluti e si lascerà scoppiare nel metrò. Inshallah!

 

Aggiungo un piccolo glossario esplicativo per i non arabo-edotti e mi scuso per l’involontaria babele che si è venuta a creare in questo post (effetto secondario della realtà globale che lo sottende):

 

Alhamdulillah = “Grazie ad Allah”.
Inshallah = “Se Allah vuole”.
Ma’Ashallah = “Sia fatta la volontà di Allah”.
Mohammed = Maometto (che in italiano suona etimologicamente denigratorio, come una contrazione di Mal-commetto).
Tawba = Pentimento e scelta della giusta via, azione di rivolgersi ad Allah e abbandonare gli errori chiedendogli perdono per averli commessi e impostando un cammino di purificazione (ecco, una tawba è più o meno questo; ma sarei grato a chi, musulmano o esperto del Corano, volesse correggere o integrare queste sintetiche ed approssimative definizioni).

 

 

postato da aitan | 19:11 | Permalink | commenti (20)



 

Finché c’è tempo, andate a votare.

Non fate i fessi!

(Pare che quella di oggi sia una partita decisiva.)

 


 Aggiornamento delle 19 e 30

Qui fuori è tutto un delirio di botti e cori. Non mi aspettavo tanta esultanza per questa vittoria.
E dire che qui in Campania si è votato meno che altrove…

 



 

postato da aitan | 08:31 | Permalink | commenti (11)





martedì, 20 giugno 2006
 

Muito Romântico
settimo frammento

despertar el alma dormida

Eri chiusa in una piramide di vetro. Le nostre mani aderivano alla stessa porzione di parete fredda. Parlavi, parlavi, però a me non arrivava suono. Ti ho fatto segno di usare il microfono. Lo hai fatto. Ma dal mio lato si percepivano solo fruscii, monosillabi rotti, rutti elettronici e sibili strazianti da effetto Larsen. Ti ho scritto su un pezzo di carta di accendere il computer, digitare QA e premere F10.
Finalmente il suono suadente della tua voce ha cominciato a rianimarmi ed accarezzarmi l’udito. Hai schioccato un bacio sui vetri. Anch’io l’ho fatto. La piramide si è disfatta ai nostri piedi. Le tue labbra sono venute a contatto con le mie e si sono intrecciate avide. I nostri corpi si sono fusi e confusi tra il rumore di pezzi di vetro infranti e lo scoppio del monitor fracassato al suolo con unità centrale, mouse, tastiera e dischetti. Ci siamo risvegliati su un tappeto galleggiante nelle acque del Mar Rosso. Abbracciati a Lisbona. Diretti in Australia o dentro di noi.

 

postato da aitan | 19:49 | Permalink | commenti (18)





giovedì, 15 giugno 2006
 

“Cos’è l’endecasillabo?”, mi chiedi,
con l’occhio fisso nella mia pupilla.

L’endecasillabo è una gabbia
in cui mi adagio e mi piace stare,
come cullarsi al suono del mare
avvolto tra orizzonte e sabbia.

(Sono catene anche le tue braccia
ed il vento che soffia sulla faccia;
catene il vizio che ci attira
e la terra su cui la vita gira.)

L’endecasillabo è la struttura
che ingloba col senso la parola
e marca il tempo e l’andatura
assunta dal pensiero che s’invola.

L’endecasillabo è una gabbia
con spranghe di vento sale e nebbia.

(Son invece sonetto i quattordici versi
che precedono questo greve alessandrino
e questi altri buttati giù a come viene,
senza regole lacci né lacciuoli,
andando però a capo prima che s’esaurisca
il rigo o il filo tenue del pensiero
che s’invola - o s’incavola.
Ciò nondimeno, va detto che chi prende il ritmo
tira fuori metri classici e assonanti
anche quando non conta, o conta poco.)
E conta poco il resto
se poco conta
e canta poco
o nulla.

..
!

 

“Cos’è l’endecasillabo?”, ripeti,
mentre fissi nella mia pupilla
la tua pupilla nera.

“Cos’è l’endecasillabo! E me lo chiedi?
L’endecasillabo sei tu,
amore mio.”

..
.

(Così lei si allontana
felice e soddisfatta,
mentre tu non puoi sapere
com’è buono il cacio con le pere,
figurarsi quell’endecacaspito!,
ma contando le sillabe
eviti la conta delle pecore
per conciliare il sonno
che arriva con affanno
come ogni santa notte
di ogni beato giorno.)

Va bene, basta ora,
mi tolgo di torno
prima di tornar
padron di me
e dei miei
troppi
se,
...
i miei
doppi me.

Pe-re-pé
pere-pé
perepé

. . . e
chest’
è. .

.

postato da aitan | 00:17 | Permalink | commenti (30)





domenica, 11 giugno 2006
 

di isole, arcipelaghi e rimandi

La rete è fatta anche di rimandi ad altri fili della comunicazione che si intrecciano coi nostri o vanno per il loro verso preoccupandosi poco o nulla del senso.
Il senso cresce (il senso cresce in mano a lei) in un’intricata matassa di file che si ingarbugliano, che si incontrano, che si riperdono, ma potrebbero tornare a incontrarsi in ogni momento.
La rete è l’arte dell’incontro; come la musica; come la vita.
La musica di insieme, la vita e la rete sono metafore dell’arcipelago: un mucchio di isole unite dal mare che le separa.

Tutto questo scrivo di buon mattino, dopo un giorno denso denso, senza troppo preoccuparmi della direzione (il senso) che prendono le mie parole, usando meccanismi associativi ed abusando di un linguaggio allegorico che tante volte può servire per indagare nuove derive del senso (l’allegoria invola e svela il significato ultimo di quanto vado dicendo, di quanto vado scrivendo).
Tutto questo, all’alba di due feste che non vi dirò, in cui ho rivisto geeènte e rimesso in  comunicazione la mia con altre isole (in fondo facciamo tutti parte di un solo immenso arcipelago contenuto nel cerchio conchiuso del terrarum orbe).
Tutto questo, perché m’ero seduto dietro la tastiera per ordire una trama di rimandi tra i fili della rete. Volevo, voglio, ed ora lo faccio, darvi due notizie dall’arcipelago telematico, indirizzarvi su due isole maravigliose.

 

Notizia e deriva numero 1
Laguna, giovane blogger (non so a voi, ma a me sembra giovane un blogger poco più che diciottenne) è stato premiato con una settimana di vacanze-studio a Salamanca e un tot di libri in lingua originale per il suo racconto Quisiera no estar aquí.  Il premio gli è stato consegnato ieri mattina alla Feltrinelli di Napoli nell’ambito dell'edizione 2006 di ¡Cuéntanos un cuento!, concorso letterario in lingua spagnola dedicato a Ines Bellomia. E vederlo così mani-festa-mente emozionato è stato una festa nella festa.

Logo dell'Associazione Napoletana Ispanisti “Ines Bellomia”

Un’altra commovente cerimonia è stato ricordare Ines una volta di più, che è sempre una volta di meno ed un segno forte della sua mancanza. Credevamo di avere tanto tempo...

 

Notizia e deriva numero 2
Zaritmac ha messo in rete un labirinto di parole, segni, sogni, bisogni che si intrecciano; un sito delle mille meraviglie con scatole cinesi disegnate in grafica low-fi; un caleidoscopio di narrazioni nei cui meandri è piacevole perdersi; una foresta in cui vagare come i cavalieri erranti alla ricerca del senso. Ed errando senza rotta, si impara, si percorrono nuove esperienze sensoriali che restituiscono frammenti di sé e di noi.

Logo del Maritac (sito web di Zaritmac)

Attenzione, non siate pigri, lo sforzo ripaga: come in ogni labirinto che si rispetti, gli ambienti si confondono e ci confondono e si moltiplicano gli specchi; come in ogni labirinto che si rispetti, ci si muove tra le stanze senza mai sapere precisamente dove ci si trova e, da un momento all’altro, si perdono le bussole e le chiavi.

(Perché la vita intreccia i sensi ai senza, l'urlo alla lirica, l'amaro al mare, e mescola tutto con amore.)
zaritmac, Controcanto, 16 maggio 2006


postato da aitan | 08:18 | Permalink | commenti (26)





lunedì, 05 giugno 2006
 

Racconto u-morale in forma di dialogo

- Ti dico che no, non è così; per me la volontà di soddisfare le proprie voglie è qualcosa di concreto, come il pane che quella tipa stringe tra i denti e le sue guanciotte rosee che accompagnano la masticazione. Vedi come è bella?

- Io, se la guardo, mi viene da vomitare. E la trovo scomposta e ridicola. Sono sicura che è una di quelle donnette scialbe, pronte a correre dietro al primo omino che le fissa negli occhi e le fa qualche apprezzamento volgare sul colore dei capelli o sul modo di muovere il culo.

- Omino… donnetta… Ma come fai a dire certe cose? Come fai a sputare sentenze senza sapere un cazzo? Io, invece, non sono sicura di niente e di nessuno. Per me, l’unica certezza è il desiderio.

- Ah sì…iii? E allora vallo a dire a chi mangia senza appetito da decenni che il desiderio è una certezza.

- Ma io non parlavo di fragole e gelati. Mica esiste solo la fame alimentare…

- E tu diglielo, diglielo che l’unica certezza è il desiderio, a chi non ha più voglia di niente e non gli viene di farlo nemmeno se arrivasse qui Johnny Depp a leccarla tra le cosce.

- Va be’, va be’, ti stai infrigidendo; ma avrai altri desideri… Come è possibile che si possa vivere senza impulsi e senza darsi da fare per soddisfarli?

- Tu vedi tutto dal punto di vista della fregna che ti ribolle tra le gambe.

- Sei proprio una stronza! Guarda che sono desideri anche le piramidi, le torri e le cattedrali che svettano al cielo.

- Sciocchezze, chiacchiere, romanticherie. Magari la felicità è non averne di desideri. Oppure averne solo di quelli semplici semplici, alla nostra portata. Ma non lo so. La verità è che anch’io non so niente; forse ho ancora meno convinzioni di te. Nonostante tutte quelle sicurezze che mi attribuisci.

- …?

- Insomma, tu ripeti che il desiderio è l’unica tua certezza. Io ti dico di più; io, so solo che finché resto qui, non si interrompe il respiro e il cuore batte.

- Basta, basta! Taci!

- Cosa?

- Taci, taci, ti ho detto! Sono stanca. Mi sono scocciata di sentirci… Mi sono scocciata di sentirti.

- Ma…, ma…, ma sei impazzita? Cosa fai?

- Desidero che tu la smetta, mi offendono le tue parole, desidero che il tuo cuore la smetta di battere.

- Ti prego, metti giù quel coltello che mi fai paura… Ti prego, ti prego, non badare a quello che dico…, dimentica tutte queste cretinate…, io parlavo solo così per parlare… Lasciami, lasciami…

- Ogni impulso è un dovere! Voglio pace, desidero silenzio, voglio solitudine e l’avrò!

 

postato da aitan | 00:01 | Permalink | commenti (20)