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domenica, 29 gennaio 2006
In the House of Freedom, licet
silvio b. on the air everywhere
“questa è la casa della libertà qui dentro si fa quello che dico io chi non è d’accordo con me lo sparo”

“questa è la casa della libertà qui ogni cosa si fa a piacer mio tra urli, sangue e riso amaro”
silvio madre silvio padre silvio buonuomo che non faceva guardare la tivvù ai figli
silvio padre silvio madre silvio galantuomo dai mille appigli
“questa è la casa delle libertà l’oppio dei popoli a buon mercato si diffonde ogni giorno in tivvù”
ma se fumi una canna è reato e in prigione finirai solo tu
(giuro, proverò a non parlarne più)
Ultimi giorni di legislatura, scatta la tolleranza zero:
- spara se ti entra in casa l’uomo nero (ma assicurati che non sia né un prete né un carabinero);
- stessa pena per eroinomani, cocainomani (salvo immunità governative) e consumatori di cannabis.
lunedì, 23 gennaio 2006
Mother Dialect and Father Language divagazioni sul sistema linguistico napoletano
Ce stev’ ‘nu viecchio e ‘na vecchia aret’ ‘a ‘nu monte aret’ ‘a nu specchio aret’ ‘a nu specchio aret’ ‘a ‘nu mont’ statte zitto ca mo’ tu cont’ Allor’…
C’era un vecchio e una vecchia dietro un monte, dietro uno specchio dietro uno specchio, dietro un monte, statti zitto che ora te lo racconto Allora…
[dalle fiabe orali di mia nonna]
Allora… Scrivo questo post sulla spinta di una felice coincidenza:
- La scorsa settimana, Totentanz pubblica un post sul dialetto partenopeo interrogandosi sull’esistenza di “standard ortografici nella lingua napoletana”.
- Qualche giorno prima, il mio amico Giorgio mi regala due tomi di proverbi e modi di dire dell’area vesuviana, raccolti dal suo amico Raffaele Urraro, già autore di vari testi di saggistica, letteratura e poesia in lingua italiana. L’opera, di elegante fattura, ha il suggestivo titolo di ‘A vecchia ‘ncielo, un’espressione che fa pensare a Chagall, ai lari, ai numi tutelari, alla continuità col passato attraverso i ditt’ antic’ (ma che, ci spiega Urraro, è anche una formula idiomatica che si rivolge ai bambini “quando tossiscono, invitandoli a guardare verso l’alto, nella speranza che una migliore respirazione faccia passare la tosse”).

Leggendo quel post ed i due tomi di Raffaele Urraro editi dalla Loffredo di Napoli, ho messo a fuoco una serie di riflessioni sul mio dialetto materno; ed ora lascio qui qualche spunto. Si ve site già scucciate, cagnate post’.
Prima di ogni altra cosa, chiarisco che parlo di dialetto, e non di lingua napoletana, in linea con una tradizione sociologica che dà lo statuto di lingua solo ai sistemi di comunicazione verbale riconosciuti come ufficiali, istituzionalizzati da centri di insegnamento nazionali e utilizzati anche per produrre documenti di carattere legale, scrivere costituzioni e leggi o dettare sentenze nei tribunali. Il dialetto, invece, è più anarchico, le sue regole variabili da soggetto a soggetto, e, pertanto, mi piace pensare che non possa essere normalizzato né usato per dettare leggi, direttive e normucole (anche da qui deriva quella difficoltà di stabilire un’ortografia standard che era motivo di cruccio per Totentanz). Per tagliare la testa al toro degli equivoci, concludo, provvisoriamente, che il napoletano è soprattutto una “lingua parlata”, ed anche in quanto tale manca di precise regole ortografiche, …come l’inglese (per quanto fin dal XVII secolo si sia diffusa una notevole produzione creativa partenopea documentata anche in forma scritta).
Da un punto di vista strutturale, il napoletano è un sistema molto permeabile e mutevole; nella sua ricchezza di vocaboli si riflette una storia fatta di innumerevoli dominazioni subite a braccia quasi sempre aperte. Sul corpus di derivazione latina si innestano
- lasciti greci (a partire dal toponimo Nea-Polis=Nuova Città)
- francesi (per esempio, buatta, brioscia, bisciù, gattò e sanfasò, derivanti rispettivamente da boite, brioche, bijou, gâteau e sans façon)
- catalano-aragonesi (come riggiola e pastenaca per indicare mattonelle e carote)
- germanici (come spasso da Spass -divertimento- o graffa e raffiuoli, due dolci derivanti da un unico Krapfen)
- angloamericani (sciù -ancora un dolce a forma di scarpa modellato, appunto, sullo shoe inglese- o cresemisso, regalo natalizio in cui si intravedono le forme del Christmas).
Infine, c’è una gran quantità di eredità spagnole che attengono tanto al lessico come alla grammatica. Esempi di ispanismi sono cerasa (da cereza=ciliegia), crianza (=educazione), funtaniere (fontanero=idraulico), ‘ncarrare (da engarrar, agarrar= afferrare), passià (da pasear=passeggiare). Mentre si evidenzia il retaggio spagnolo in caratteristiche grammaticali quali:
- l’accusativo personale (cioè l’uso della a nel complemento diretto riferito a persona: Nun veco a Maria: No veo a María)
- l’uso del verbo tenere per esprimere possesso reale o figurato (Tengo duje figlie: Tengo dos hijos);
- l’impiego del congiuntivo imperfetto al posto del condizionale sia per esprimere desiderio (vulesse), sia nell’apodosi del periodo ipotetico (contrariamente a quanto afferma Urraro, a me pare che attualmente anche il napoletano, come il vesuviano e il castellano, tende a sostituire il congiuntivo al condizionale).
Ma al di là di tutte queste questioni etimologiche e storiche, una delle caratteristiche che mi sembrano più precipue del napoletano e delle sue molteplici varianti localistiche è il fatto che si tratti di un idioma concreto, molto più concreto dell’italiano e, pertanto, molto meno propenso al ricorso ad aggettivi ed avverbi. Anche per questo, chi come me è abituato a parlare dialetto fin da bambino, in situazioni di forte tensione emotiva (rabbia, pericolo, manifestazioni carnali…) si trova più disponibile l’espressione napoletana che quella italiana (mentre per concettualizzare o operare riflessioni, soprattutto di carattere metalinguistico, è raro che si ricorra al dialetto -anche nel caso in cui si esprimano flussi di coscienza a tu per tu con se stessi -più o meno, quello che sto facendo io ora). Insomma, all’ombra del Vesuvio siamo quasi tutti bilingui (e, come dicevo altrove, conoscere due lingue corrisponde a possedere due anime a vedere il mondo da diverse prospettive). Traggo dal tomo dei modi di dire di Urraro qualche esempio in cui si evidenzia come il napoletano preferisca la concretezza di sostantivi e verbi all’astrattezza delle forme aggettivali:
- un vino pessimo e annacquato diventa sciacquatura ‘e votta
- di un tipo giocherellone si dice che tene’ ‘a capa a pazzia
- di uno stupido diciamo che tene’ ‘a capa sulo pe’ spartere ‘e [bb]recchie
- una persona sfacciata e spudorata tene’ ‘a faccia ‘e corne
- un frettoloso tene’ ‘a neve [o ‘a saraca] ‘int’’a sacca.
Aggiungo che una donna bellissima, affascinante, attraente, splendida, in napoletano diventa più prosaicamente una chiavata.
Mentre, tra i proverbi riportati da Urraro, mi limito (per non scocciare troppo i miei quattro lettori) a citare
L’acqua è poca e a papera nun galleggia
in quanto mi pregio di aver tradotto e diffuso questo proverbio in spagnolo in una formula tanto sonora da poter cristallizzarsi nella lingua e diventare essa stessa proverbiale e popolare, fino a far dimenticare del tutto nome e coordinate dell’autore (u' anema):
El agua es poca y el pato no flota.
Infine, osservo che tra il dialetto che si parla oggi e quello che parlava mia nonna ci sono notevoli differenze, ma io porto dentro alcune delle sue espressioni. Mi rivedo a 5 o 6 anni a bocca aperta di fronte a una sua misteriosa richiesta: -Vamm’ ‘a piglia’ o spiccicaturo ‘ncoppa ‘ a culunnetta che mia madre mi traduceva in un più comprensibile (ma meno autenticamente dialettale) -Vo’ ‘o pettine che sta ‘ncopp’ ‘o comodino.
E poi mi ricordo questa sua filastrocca che fa il paio con l’epigrafe iniziale e chiude questo lungo post:
‘A seccia e’ seccia e nun e’ socci’ o padrone sempe ncoccia ncoccia pecché è padrone ten’ tuort e se vo’ piglia’ ragione.
Così che chi è giunto fin qui saprà, attraverso questa mia liberissima traduzione, che:
La pietra è pietra e non è sapere il padrone sempre la spunta la spunta perché è padrone ha torto ed è un gran berluscone.
mercoledì, 18 gennaio 2006
viva l’égalité dépravé!
sinistri figuri a sinistra offrono il destro alla destra per destreggiarsi con sicumera mentre al centro centrano lesti l’obiettivo e se la ridono et pera a pieni polmoni dichiara: evviva, evviva la nostra stirpe di cialtroni, figlia di duci e berlusconi!

[nella foto, un documento inequivocabile ritrae fassino e consorte, un’altra prova del fatto che non c’è differenza tra l’immoralità della destra e quella della sinistra. evviva!]
[dalla radio, ma questo voi non lo sentite, il berlusca strombazza che ‘il presidente del consiglio non può mentire per definizione’ (giuro che ha detto così); da dentro, la mia voce mi ripete che lui, per definizione, non può essere un presidente del consiglio; e mi sento ogni giorno più estraneo, una specie di emigrante in patria mia…]
giovedì, 12 gennaio 2006
Don Moye & friends
cronaca di una serata jazz
Sabato 8 gennaio, di buon mattino, Francesco mi chiama. C’è Famoudou Don Moye in un Jazz Club di Caivano. Suona in trio con Francesco Nastro al piano e Sergio Fusaro al contrabbasso.

Don Moye e Nastro li avevo già sentiti al PJF un paio di anni fa, e mi piacquero più del chitarrista svedese che li accompagnava. Sicuro che ne varrà la pena, decido di assistere a questa loro nuova esibizione in una dimensione più intima rispetto al grande palco di Pomigliano.
Verso le 10 di sera mi ritrovo al Pampero con un gruppo di 12 o 13 amici, per lo più musicisti, o musicofili, e compagne. Quando raggiungiamo il tavolo che abbiamo prenotato sotto il palco, Gino Del Prete e la fidanzata sono già lì a parlare con Famoudou Don Moye. Gino è un giovanissimo batterista, figlio d’arte, che ho conosciuto da poco in una sessione di prove del nuovo combo jazz di Francesco, Luca e Nicola. Mi ha subito impressionato la sua precisione ritmica, il tocco sicuro, il buon gusto e soprattutto una dedizione e una passione per la musica improvvisata piuttosto rara in un ventenne. E mi è risultato ancora più simpatico quando ho sentito che le sue preferenze vanno alle sonorità degli anni ’50 che costituiscono l’ossatura anche del mio gusto jazzistico (a parte il vistoso precedente di Duke Ellington e soci).
Mi piace vedere l’uno di fronte all’altro questo giovane biondo intimidito dal mito, ma sicuro di sé, e la sorridente stazza del sessantenne storico percussionista degli Art Ensemble of Chicago. Mentre parla e sorseggia un cocktail, rivedo Don Moye negli abiti tribali con cui si presentava in scena accanto a Jarman e Flavours, con Lester Bowie in camice da medico della mutua e Roscoe Mitchell in stravaganti giacche borghesi. È vitale e sorridente, si muove al rallentatore, prende in giro tutti e parla molto; ma, dopo che il proprietario del Pampero ne sponsorizza la bravura, intima Gino di tacere, di pensare solo alla musica. E intanto lo stuzzica, lo chiama “fratello ritmico”, annuncia che tra un po’ lo inviterà sul palco ad accompagnare il trio, mentre lui suonerà le congas.
Gino è eccitato, un po’ intimorito ed allo stesso tempo ansioso di aggiungere questa esperienza al suo bagaglio musicale.
Intanto, arrivano Sergio Fusaro e Francesco Nastro.
Nastro e Fusaro sono evidentemente due musicisti di estrazione classica che, come molti jazzisti europei, si sono innamorati della musica afroamericana e cercano un loro accento per declinarla (emblematicamente, Sergio si riscalda e accorda lo strumento suonando con l’archetto le note di una suite di Bach, o qualcosa del genere…).
Poco dopo, il trio comincia a suonare, e cala in sala il relativo silenzio dei jazz club. La musica che viene fuori è fluida, trascinante e mai banale. I musicisti sembrano affiatati. Alternano standard che denunciano una predilezione coltraniana (Impression, Someday my prince will come, All Blues…) a composizioni degli Art Ensamble of Chicago (Odwalla e Villa Tiamo, una dolce e introspettiva ballad in tre quarti). Ascoltiamo anche un’esecuzione di Azzurro che potrebbe trasformarsi in uno standard europeo del calibro dell’Estate di San (Bruno) Martino (d’altro canto solo nella mia discoteca conto già un paio di versioni jazz del celebre brano di Paolo Conte e decine di incantevoli Estati).
Dopo aver apprezzato la buona intesa del gruppo, concentro la mia attenzione su Sergio Fusaro. Il suo contrabbasso offre un accompagnamento preciso e parti solistiche suonate sulle note alte dello strumento con gusto melodico e perizia armonica.
Dal canto suo, Nastro si conferma dotato di buona tecnica, senso del ritmo e capacità di integrazione mimetica con i suoi compagni di viaggio. Lui è un musicista che ha trovato la sua propria voce in uno stile armonico e percussivo; nei suoi grappoli di note, negli assolo e nell’accompagnamento viene fuori un gusto a 360 gradi che va dal be-bop alla musica latina. Suona concentrato: nei solo appare perfino introspettivo, tendente ad uno stato di trance coltraniana; eppure, quando interagisce coi suoi compagni, si mostra divertito ed è prontissimo a dialogare col drumming vigoroso e preciso della guest star americana.
Per lo più Don Moye picchia duro su pelli e piatti, ma fa sentire tutto il suo senso dinamico quando, suonando piano, accompagna sul charleston gli assolo di Nastro e Fusaro con battiti velocissimi e puntuali. Il suo modo di suonare esprime una densa fisicità: l’omone che avevamo visto muoversi al rallentatore su passi incerti, ora domina il palco con sicurezza e muove i quattro arti con sorprendente coordinazione (a parte qualche sbavatura perfettamente mascherata nel flusso sonoro). Dalla sua batteria viene fuori una parte importante della storia del jazz condita di echi poliritmici africani, sonorità brasiliane e senso cubano del tempo.
Nel vederlo e sentirlo suonare così, ad un metro di distanza dal nostro tavolo, Gino mi confessa che per la prima volta l’idea di salire sul palco lo fa sudare, ha paura di non riuscire a esprimersi al meglio. Don Moye, tra un brano e l’altro interagisce con noi, si accorge della tensione del nostro amico ed imita il suo timore portando le unghie di due mani alla bocca e battendo i denti come in un tremito. Trovo la sua gestualità a metà tra un fastidioso atteggiamento da guascone e un senso di sghembo incoraggiamento verso le nuove leve: come dire, ragazzo se vuoi farti le ossa devi vincere la paura, la paura uccide l’anima, senza anima no sound. Gino raccoglie la sfida. Al terzo brano è anche lui sul palco. Il fuoriclasse chicagoano gli cede la batteria e accompagna il trio alle congas. Prima di attaccare col brano, in un paio di secondi, Nastro articola con brevi impercettibili fonemi il ritmo che Gino dovrà tenere, e quando il giovane batterista trasforma quei suoni vocalici in battito di pelli e piatti l’esperto pianista gli fa un amichevole occhiolino di incoraggiamento.
Il nostro amico fa il suo dovere e man mano si rilassa (mentre la sua fidanzata, che prima lo incoraggiava, ora che lui è sul palco, è tesa e immobile). Certo non è facile inserirsi così a freddo in un gruppo già rodato, magari Don avrebbe voluto più interplay col batterista quando fa un assolo di congas, ma Gino suona comunque da par suo e non sfigura.
Dopo il primo tempo, Don Moye invita sul palco anche un percussionista locale, tale Pasquale Palmieri (se la memoria non mi tradisce), all’insegna di un’idea della musica come jam session e confronto che è documentata anche in tante ospitate in dischi italiani che vanno dal quartetto con Marco Zurzolo e Roscoe Mitchell all’ultimo lavoro per big band con Dino Betti van der Noot (ma prima ancora, fin dagli anni ’80 c’erano stati gli incontri con James Senese e Tullio De Piscopo, dei quali imita con perizia la calata dialettale napoletana).
Nell’ultima parte del concerto, i componenti del trio chiamano di nuovo Gino Del Prete sul palco e lui, ormai caldo, suona ancora meglio e con più maestria e scioltezza della prima jam session.
Nel gran finale, ci troviamo di fronte a quattro jazzisti che si passano la palla in un giro di assolo sapientemente guidato da Nastro, e tutto il tavolo in cui sono seduto porta il tempo con crescente orgoglio per il nostro giovane amico di belle speranze.
That's jazz, baby.
sabato, 07 gennaio 2006
Muito Romântico
primo frammento
Io non esisto. Sono una tua invenzione, e a mano a mano che smetti di inventarmi, io sparisco.
Se torni a casa mia, vedrai le mie cosce penzolare prive di gambe ed il braccio sinistro senza più mano né polso.
Mentre scrivo, sento già le dita della mano destra mancare la presa della penna e la testa assentarsi dal corpo pronta a librarsi nell’aria e sparire nel vento freddo di gennaio.
La verità è che non esisto. Sono una tua splendida invenzione.
Un’invenzione che ti sta reinventando a nostra immagine e somiglianza.
Per i lettori hispanohablantes, aggiungo qui la versione rioplatense di questo textículo romántico offerta amablemente da Arla.
Yo no existo. Soy una invención tuya, y a medida que dejás de inventarme, yo desaparezco.
Si volvés a mi casa, verás mis muslos que penden privados de piernas y mi brazo izquierdo ya sin mano ni pulso.
Mientras escribo, siento ya que los dedos de la mano derecha aflojan su presión sobre la lapicera y que la cabeza se ausenta del cuerpo, pronta a liberarse en el aire y desaparecer en el viento frío de enero.
La verdad es que no existo. Soy una espléndida invención tuya.
Una invención que te está reinventando a nuestra imagen y semejanza.
Aggiungo che trovate qui una splendida continuazione di questo frammento che preannuncio essere il primo di una serie esiziale per i diabetici ma dolce come il naufragare per quelli che lo zucchero è vita.
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