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sabato, 31 dicembre 2005
Orizzonte costante Bielefeld, 31.12.1997
Quando riaprì il primo occhio si accorse di non avere più niente davanti a sé, solo la strada, e dietro, altra strada, uguale. Quando restò con tutti e due gli occhi aperti, capì che non aveva senso voltarsi ancora indietro, né tanto meno fermarsi ad aspettare; aspettare cosa? E proseguì verso l’orizzonte. Quanto avrebbe dovuto camminare prima di trovarsi immerso in un altro panorama? Quanto sudore ancora, prima che si innalzasse o sprofondasse la linea piatta che affiorava al suo sguardo sempre alla stessa distanza, malgrado lui contasse una media di 150 passi al minuto? Considerando un’estensione di 70 centimetri per ogni passo, avrebbe dovuto percorrere in 60 secondi più di 100 metri; eppure, sentiva di essere sempre nello stesso posto, immobile, nonostante il movimento di tutto il corpo sulle gambe e l’ondulazione costante della linea orizzontale che si muoveva al ritmo metronomico del calpestio dei suoi piedi sull’asfalto grigio. Conservava dentro la sensazione e la paura di camminare sulle acque di un mare infinito; o di un deserto. Sperava che presto sarebbe successo qualcosa, si sarebbe aperto uno squarcio e sarebbe caduta dal cielo una nuvola, una montagna, un tuono o qualsiasi cosa di questo o di altri mondi possibili. E continuava ad avanzare al ritmo regolare della sua andatura: 70 centimetri; 150 passi al minuto; 6 chilometri all’ora. Il sole scendeva lento e impercettibile al centro della linea dell’orizzonte, scorrendo perpendicolare alla strada e frontale al suo sguardo. Sembrava anch’esso immobile, eppure quando si era ridestato, era sulla sua testa, e ora si stava spegnendo lì di fronte ai suoi occhi. Pensò sollevato che presto quella palla di fuoco si sarebbe sprofondata oltre l’orizzonte e qualcosa sarebbe cambiato intorno a lui. Prima che facesse buio, si assopì e sognò di essere il sole.
Quando riaprì gli occhi, non aveva niente davanti a sé, solo la strada. Anche il sole era sparito dal cielo. Guardò in basso ai suoi piedi, ma non c’erano più neanche quelli. Solo la strada.
Domani comincia un anno nuovo.
gaetano vergara ©© 1997-2005
lunedì, 26 dicembre 2005
consiglio per la lettura Le Ultime Avventure di Gummo
Romanzo dialogico, fantascientifico, allucinato, visionario ed escatologico scritto ed autoprodotto da Raffaele Ventura (che si è preso la briga di spedire centinaia di copie a tutti i lettori del suo blog che ne abbiano fatto richiesta)
“La fine è un orgasmo che possiamo simulare”
Non c’è dubbio, Le ultime avventure di Gummo vanno annoverate tra le mie più interessanti letture di questo 2005; e tra le più sorprendenti. Avevo letto qualche post del blog pseudepigrapha in una decina di occasioni e mi aveva sempre colpito la verve, l’immaginazione ed il gusto spinto per il paradosso rivelatore di Raffaele Ventura, VUE o chi per lui; ma quando mi sono aggiunto alla lista dei fortunati destinatari delle prime copie manufatte del romanzo, non pensavo che avrei goduto di un lavoro così denso e articolato, un’opera breve e condensata dove tanto pensiero, storia del pensiero e immaginazione si tengono insieme in una struttura compiuta e fruibile (nonostante gli ormai famigerati difetti di incollaggio della rilegatura). E la lettura è pure divertente. Per me è stato particolarmente dilettevole seguire tutta la catena di riferimenti impliciti ed espliciti, magari a volte anche inconsapevoli, che si inseguivano di pagina in pagina. È bello veder come le filosofie della storia e le religioni possano intrecciarsi alla letteratura, al cinema ed ai fumetti e farsi finzione (meta)narrativa. (Ecco, mi è uscito quel meta (per quanto parentetico) che è una delle possibili (infinite?) chiavi di lettura delle gummesche avventure). Senza troppo dilungarmi, e agendo solo sul meccanismo imperfettissimo della mia memoria, gioco a mettere in fila i riferimenti che mi sono sovvenuti leggendo (mischio autori, personaggi e interpreti così come mi vengono fuori, come in un delirio da MDEA, la droga sintetica che ha intaccato il sistema nervoso della protagonista femminile del romanzo); ecco dunque la polimorfa sfilza: Gioacchino da Fiore, Donnie Darko, Anselmo d’Aosta, La Bibbia (e soprattutto l’Apocalisse, of course), Paperino, Paperone & Co., Philip Dick, Ridley Scott, Sclavi, Shakespeare, David Lynch, Alice in the Wonderland, Burroghs, Juan Goytisolo (che magari VUE non ha mai letto, ma che è un suo separato dalla nascita per il modo di costruire la narrazione su elementi eterogenei, concreti e astratti), Blake, Lewis Carrol, Elia Spallanzani, Bin Laden, Calderón de la Barca e la sue imitazioni postmoderne culminate in Matrix, Bill Gates, la Cabala, la Torah e il Talmud, la Tempesta e Amleto, Umberto Eco, Jocker, Platone, Marx (Karl e Groucho), Woody Allen, Zenone, Paolo di Tarso, Albert Hofmann, Castaneda, i Byrds e i Beatles, Jung, Gesù Cristo, Sterne, Dylan Dog e Borges. Va be’ mi fermo qui coi riferimenti per non rischiare di continuare ad infinitum (e ad nauseam); il seguito (poco altro in verità) potete leggerlo direttamente in un mio post gemello di questo pubblicato su pseudepigrapha, il succitato blog che a questo libro ha fatto da padre, mentore, mecenate e sponsor.
4 consigli per la scrittura aggiunti il 29.12.2005
Da quanto ho capito, durante le sessioni del Convegno InEditaBlog, i giovani attori della Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova proporranno una serie di performance tratte da alcuni post selezionati da 4 iniziative blog-collettive.

Io, per ora, ho partecipato con tre dei miei testicoli al concorso
un post in 10 righe
Ma mi piacerebbe aderire anche alla riedizione de Il tempo che ho di MassimoSdC (dopo aver partecipato lo scorso anno alla I edizione) ed al festival dadista promosso dall’ineffabile, inarrestabile e irresistibile Zop.
martedì, 20 dicembre 2005
Fata Sbadata - Presto Svanita ( sonetto a ritmo di tamburo )
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com’una guida ch’ha perso la strada, la mia da tanto era già smarrita e non sapevo più tenermi a bada.
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fata sbadata, |
alla ricerca d’una via di uscita, che io sentivo intanto in te trovata dopo tant’ansie di gioia infinita.
gaetano vergara ©© 2005
martedì, 13 dicembre 2005
Lo sciabordio dei ricordi
Dicen que la distancia es el olvido, pero yo no concibo esa razón, porque seguiré siendo el cautivo de los caprichos de tu corazón.
Una vela si allontana all’orizzonte mentre nell’aria si spandono le note vibranti di un sax. Come in un film. Ma la musica si spegne troppo bruscamente e mi lascia sospesa. Giù in spiaggia c’eravamo solo io e lui. Io ero seduta accanto alla riva. Lui spense la radio e si sbottonò i pantaloni. Il primo e il secondo si aprono in un istante. Gli altri sembra maneggiarli a fatica. Intanto io, con la coda dell’occhio, sono tutta assorta a fissare la barca che si allontana all’orizzonte. Nell’attimo preciso in cui si posavano sulla sabbia due gabbiani, lui avvicinò il cazzo alla mia bocca ed io cominciai a leccare e succhiare. Lentamente e senza voglia. Ormai la barca è solo un puntino. Come sempre, facevo attenzione ad ogni fremito del suo coso, pronta ad allontanarmi prima che mi venisse in bocca. Non sopportavo quel sapore acido e quella consistenza gelatinosa; al solo pensarlo mi provoca conati di vomito e voglia di fuggire via. Lontano. Sospinta dal vento di tramontana che mi soffia tra le cosce. Ecco, ci risiamo. Ogni volta che mi trovo con la testa tra le sue gambe, mi torna in mente il giorno che mi tenne racchiusa tra le pieghe del suo corpo ondeggiante. Stavo giocando a nascondino coi miei cugini. Lui, scendendo dallo studio di papà, mi vide accovacciata dietro la sua auto. Fece come se niente fosse (facile per lui che è sempre stato un maestro della simulazione). Si avvicinò alla vettura e mi fece l’occhiolino. Io capii al volo. Mi accompagnò fino alla tana, chiusa nel suo cappotto. E camminando mi accarezzava la fronte e mi spingeva il capo sul suo ventre. Come ora. E come ora io mi sentivo combattuta tra la repulsione e la gratitudine. Desideravo compiacerlo; nelle sue mani mi sentivo protetta; ma avevo voglia di andare via. Lontano. Oltre l’orizzonte. Improvvisamente mi sfila il cazzo dalla bocca e comincia a sbattermelo in faccia, sugli occhi e sulle labbra. Sì, sì, colpiscimi così, picchiami, puniscimi; sono stata cattiva. Lasciamelo riprendere in bocca. Fammi zittire. Riempimi della tua carne. Ma non dire niente a mio padre. Lui si dimena tra le mie labbra, mi sfugge e continua a percuotermi col suo nerbo teso, sempre più teso. D’un tratto, infila tutte e due le mani nella mia maglietta e comincia a palpare. Io torno a succhiare mentre le sue dita rugose si muovono frenetiche, strofinano i miei seni, mi strizzano i capezzoli. Mi divincolo, cerco di liberarmi, ma mi accorgo che ogni mio movimento accresce la sua eccitazione. Allora resto immobile col suo cazzo in bocca e le mani strette sui seni. Mi ordina di baciarglielo, di leccargli le palle, di accarezzargli i glutei. Eseguo meccanicamente ogni suo ordine, fino a quando me lo trovo addosso intento a frugarmi tra le cosce. Spero che non mi infili le dita tra le labbra. Spero che non si accorga che sono ancora secca. Mi dispiacerebbe deluderlo. Vorrei essere più bagnata. Vorrei essere più disponibile, più pronta ad accoglierlo nella mia casa umida. Vorrei sentirmi inghiottita dal mare come quella fottuta barca che si è persa all’orizzonte.
Hoy mi playa se viste de amargura porque tu barca tiene que partir a cruzar otros mares de locura. Cuida que no naufrague tu vivir.
[Libera improvvisazione su La Barca, di Roberto Cantoral, nell’interpretazione di Caetano Veloso tratta dall’album “Fina Estampa (Ao vivo)”, 1994]
giovedì, 08 dicembre 2005
Preghiera laica in stile jannaccesco (perché a Milano c’è pure del bene)
Quelli che sono nella posizione del balcone ma credono d’essere sempre al centro della quistione. Oh, yes!
Quelli che non sanno cosa dire, ma continuano a dirlo senza posa. Oh, yes!
Quelli che per una sera spengono la tivvù per in teatro applaudire il Signor Rossi e l’Impero del Male, però poi lo seguono solo quando si citano i mostri del televisore. Oh, yes!
Quelli che la legge prima di tutto, ma solo quando le manganellate le prendono gli altri, che poi in fondo se la sono pure cercata, Dio mio! Oh, yes!
Quelli che si vendono le interviste mentre la gente fa la fila fuori dal tribunale perché vuol sapere. Oh, yes!
Quelli che per una sera spengono la tivvù per in teatro applaudire il Signor Rossi e l’Impero del Male e ad ogni còlta citazione via con battimani di aperta concitazione. Oh, yes!
Quelli/-le che quando si dimettono è già troppo tardi, porca miseria! Oh, yes!
Quelli che osservano l’uragano da lontano e restano colpiti dalla suggestiva forza del mare. Oh, sì! Oh, yes!
No no, sì sì, beh beh, cioè, ma ma…
Ma verrà il giorno in cui il mare afferrerà alle spalle pure tutti quelli che… Oh, yeh!
gaetano vergara ©© dicembre 2005
Se qualcuno volesse allungare la lista di quelli che, è il benvenuto. Potete lasciare nei commenti le vostre strofe. Se vi va, se vi volete adeguare al ritmo del testo qui sopra, provate a comporre versi di undici sillabe o decasillabi con finale tronco (cioè con accento tonico sull’ultima sillaba).
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