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Leggendo ci si allontana dal mondo per comprenderlo meglio <°((gaetano~vergara))°>


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sabato, 29 ottobre 2005
 
Tra qualche ora calerà la Notte bianca di Napoli. Nell'attesa, mi intrattengo raccontandovi una riuscita rappresentazione de Le intellettuali di Molière per la regia di Arturo Cirillo. Ho assistito lo scorso mercoledì alla prima al  Nuovo Teatro Nuovo, ma trovo solo ora un po' di tempo per  discettarne e rievocare alcune delle emozioni che mi ha suscitato.

Una scena de Le Intellettuali di Molière dirette da Arturo Cirillo.Ero partito con lo scetticismo di chi teme che si troverà di fronte ad un allestimento salottiero di sapore archeologico. Ma è stato bello potersi ricredere di scena in scena.
Le intellettuali è uno spettacolo denso e buffo, basato su una classica commedia di Molière (Le femmes savantes) che la regia, la magistrale traduzione di Garboli e la recitazione hanno contribuito a riportare in tutta la sua modernità senza ricorrere ad inutili riattualizzazioni (tipo Don Chisciotte in panni no global, Otello talebano e Faust in gonnella) o eccessivi anacronismi (a parte le brioche scartocciate da bustine di plastica e la musica di accompagnamento che mette insieme clavicembalo ben temperato e chitarre elettriche distorte).
Nelle note di regia, Cirillo specifica opportunamente che "lo spettacolo non sposa una tesi, o un partito, si cerca di stare dalla parte di tutti e contro tutti, perché grazie alla grandezza di Molière ogni personaggio ha le sue ragioni che convivono con una bella dose d'ipocrisia. I moventi sono nobili i fini ignobili."

Se vi fate una passeggiata al Teatro Nuovo di Napoli prima del 6 novembre, vi troverete al cospetto di un bel testo già di per sé pieno di spunti polemici sulla guerra dei sessi, il valore di uso e di scambio della cultura, il potere del sesso ed il sesso del potere, le acrobazie e le ambiguità del linguaggio, il fascino irresistibile della moda, la pedanteria, l'arroganza, l'arrivismo e l'ignoranza; il tutto rappresentato a un passo frenetico e convulso che ravvicina la parola di Molière ai ritmi ed ai (non-)sensi della contemporaneità.
La scenografia, essenziale ed allusiva, è fondata su grandi specchi deformanti usati in funzione di paravento e quinte; la gestualità è stilizzata, sincopata e coreografica; la recitazione, piena di citazioni, che vanno dalle mani portate alla fronte in deliquio à la Francesca Bertini alla parlata trattenuta e incespicata in stile Pietro De Vico. Il tutto pervaso da una teatralità che allude, come sempre in Molière, alla teatralità della vita stessa (doubling, travestimenti, marionettismo, ritmo serrato, passi di danza e tempi comici che nascondono sfondi di tragedia).
Lo spettacolo funziona come un bel motore di riflessioni profonde rappresentate con leggerezza delirante, ed alla fine nessuno ne esce vincente: né gli uomini (arrapati, arrivisti e arruffoni) né le donne (arrendevoli, velletarie e tiranne), né gli intellettuali (falsi e vacui) né i potenti (smaliziati e machisti); ciascuno sembra guidato dalla sua voglia di affermazione e da una scaltra volontà di potenza che annulla l'arbitrio altrui in un serrato duello verbale. In mezzo a tante parole, la scena di una schermaglia amorosa scandita dal ritmo di una sculacciata l'ho trovata perfino eccitante -anche se gli attori erano supervestiti in abiti e parrucconi à la Gatta Cenerentola sotto cui sudavano vistosamente.

Il regista, Arturo Cirillo,  interpreta anche la parte di Trissottino, un intellettuale della tradizione dei Tartufo, Arturo Cirillo sotto il parruccone di Trissottino.uno di quei vacui uomini di cultura capaci di irretire donne saccenti e insoddisfatte di ogni età (tutti eredi delle vacue tirate del Dottor Balanzone, con tratti che si ritroveranno più tardi nel Mr. Casaubon di George Eliot, nel Rudin di Turgeniev e nell'estensore delle presenti note).
Bravi anche gli altri interpreti, impegnati in una recitazione acrobatica, citazionista e corale nella quale spiccano le voci di Giovanni Ludeno, nella parte del padre, e Monica Piseddu, che impersona  magistralmente gli eccessi di Amanda, la figlia filosofa (nonostante un paio di innocenti papere forse indotte dalla tensione della prima napoletana). Nella edizione di Molière la parte della madre (Filaminta) era interpretata da un uomo, qui è il ruolo di Belisa (la zia zitellona) che viene recitato dall'attore Rosario Giglio; mentre nel finale è lo zio Aristo a fare da deus ex machina travestendosi da notaio, e con questo giungono a tre i ruoli interpretati da Michelangelo Dalisi: zio/notaio e Vadius, un poetastro noioso e vendicativo che in una buffa scena passa dal panegirico del collega Trissottino all'invettiva denigratoria.

Ovazione finale del pubblico generoso (tra cui, volentieri, mi includo).


postato da aitan | 13:18 | Permalink | commenti (19)





sabato, 22 ottobre 2005
 
L'amico insanguinato

Giochi il tuo gioco e ti diverti  a schivarla, a schifarla, a metterti di lato e fuggirla.
Ti pare così poco importante, innecessaria,
perfino molesta come la mosca che ti gironzola intorno al cervello.
Sarebbe uguale averla o non averla.
Da un momento all'altro potresti togliertela di dosso e farla finita.
Quand'ecco che ti raccontano per filo e per segno di quel tuo caro amico,
ed ora che lui la sta perdendo ti sembra la cosa più importante e la vorresti infinita.
Oppure piangi solo per invidia.

Intorno a lui tutto era immobile. Il freddo penetrava in ogni cosa, ma non c'era un alito di vento. Solo il movimento stanco dei suoi occhi dava vita a quelle colonne di cemento ed alle auto parcheggiate al bordo del marciapiede.
Era sceso in strada proprio per questo: sapeva che a quell'ora, non ci sarebbe stato nessuno a rompergli le palle. Sua moglie dormiva, cercava di dormire, o forse era crepata sotto un'overdose di sonniferi. Ma questi non erano fatti suoi. Erano molti mesi che aveva smesso di contarle le gocce nel bicchiere; e lei aveva smesso di chiedere.
Dunque, un uomo solo in una via gelida; una moglie riversa sul letto di casa; il buio della notte e un'atmosfera desolata da post-disastro atomico. C'erano tutti i presupposti perché la sua potesse diventare una storia nera; un giallo in piena regola; un hard-boiled con sangue, sesso e personaggi misteriosi: su quella strada si dispiegavano tutti gli ingredienti per sospendere il tuo fiato, attento lettore, tutti gli ingredienti per sospendere il tuo fiato in un clima di attesa palpitante scandita dalla voglia di sapere.
Ma un momento dopo lui sollevò il piede e si guardò la scarpa ruotando la suola verso la traiettoria degli occhi. Aveva calpestato una cacca di cane.
Mentre alzava la bocca al cielo pensando un'imprecazione adeguata a rompere quel silenzio, scivolò al suolo come cade una pera matura dal ramo.
Il mattino trova la sua testa schiantata sullo spigolo del marciapiede ed una scarpa che osserva la scena a qualche metro dal corpo insanguinato.

...ora che lui la sta perdendo
ti sembra la cosa più importante
e la vorresti infinita.
Oppure piangi solo per invidia.

gaetanovergara ©©  2005

postato da aitan | 17:06 | Permalink | commenti (17)





giovedì, 13 ottobre 2005
 

il tempo di una sfogliata ancora calda (o quasi)

Intorno al 10 Ottobre (giorno più, giorno meno) è stata pubblicata la quinta puntata di sacripante!, rivista on-line di scritture in metamorfosi.

link alla rivista on-line "sacripante!"Per ora ho avuto solo il tempo di sfogliarla (se mi lasciate passare un verbo così antico per l'atto di scorrere, senza soffermarvisi, le pagine di un periodico la cui pubblicazione non ha sprecato neanche un albero), ma posso già dire che la quinta uscita non mi pare meno interessante dei quattro numeri che l'hanno preceduta. Ciò, malgrado la redazione abbia avuto l'ardire di pubblicare nella sezione dei contrappunti senza rete una mia libera improvvisazione sulle note di The End of a Beautiful Friendship (di Donald Kahn e Stanley Styne) intitolata Il tempo di uno standard ben suonato.
Se avete tempo e voglia, mettetevi comodi, sfogliate sacripante! da cima a fondo e soffermatevi sulle pagine su cui l'istinto e la ragione vi consiglieranno di soffermarvi. Io lo farò tra un attimo, ora stesso!

 

postato da aitan | 22:59 | Permalink | commenti (20)





sabato, 08 ottobre 2005
 
Per Angelo e per i suoi compagni

Link al blog dedicado alla memoria di Arcangelo Di Sarno (23.7.1989 - 7.10.2005)

Che l'asfalto pietroso non rubi più nessuno di voi alla vita!
Se credete che sia destino, fottetelo, arrivateci corazzati al contatto col suolo.
Se credete che sia destino, fuggitelo sui vostri piedi, non lasciate che vi prenda tramortiti sulla pece indurita dal sole.
Io non credo che sia destino, io credo che siamo tutti fatti per morire vecchi, quando i rimpianti sono più dei desideri.
Io non ci voglio credere al destino avverso e crudele che potrebbe prendersene un altro da un momento all'altro. Ora stesso.
Io credo che siamo tutti destinati a morire vecchi, quando ancora non riesci a crederci che possa finire tutto da un momento all'altro, ancora così giovani e forti.

 

postato da aitan | 21:26 | Permalink | commenti (16)





domenica, 02 ottobre 2005
 
La ballata di Max

Il giorno che mi ammazzerò
i treni arriveranno
con qualche minuto di ritardo.

Max faceva lo spazzino, ma disse ad Angela che lavorava nella City. Nei fine settimana, all'Hyppodrome, tra ginfizz e coca, giocava a fare lo yuppie. Una botta di vita e via; chi si è visto si è visto. E la mattina di nuovo in stand-by fino all'imbrunire del week-end a venire.
Eppure questa volta la notte aveva un altro sapore: all'improvviso le luci intermittenti della discoteca illuminavano una serie di abbacinanti promesse che fino ad allora non si era permesso neanche di sognare. Angela era entrata di soppiatto nella sua vita e già la testa gli fremeva e le gambe levitavano lievi. Senza bisogno di impasticcarsi o ondeggiare tra cocktail e superalcolici, da un momento all'altro ogni cosa  assumeva una luce più vera e più pura.
Caspita, era proprio uscito fuori di testa, ed era più bello della più belle delle feste di alcol, droga e fiche fresche!
Nel buio della notte, ripensò tutto il tempo a quel bacio, ai suoi occhi liquidi, al profumo delicato di frutta e menta che lo aveva riportato tra gli aromi intensi dei suoi dodici anni; mentre all'Hyppodrome era tutto un chiasso infernale di tecno e cristalli infranti senza sensi di colpa né attimi di ripensamento o pietà.
Gli sembrava di conoscerla da sempre, Angela, e continuava a chiedersi come avesse potuto vivere fino ad allora senza quel sorriso spalancato sul mondo.
Si erano sentiti accordati e consonanti fin dal primo passo. Avevano chiesto lo stesso drink e riso nello stesso momento. Avevano ballato per quattro ore stretti stretti come in un tango. Fino a quando lei era sparita lasciandogli stampate sulla fronte le labbra umide di rum e saliva.
 
Al mattino, arrancando tra scope e secchi, Max si trovò in mano un biglietto con una sequenza di numeri. Stava passando a lucido le cabine di Oxford Street, piene come sempre di adesivi attaccati ovunque per pubblicizzare pizzerie take-away, lavanderie self-service, massaggiatrici orientali, lolite calde e scambi bi- omo- e tri-sessuali. Si fermò, si grattò la testa e sorrise. Era certo che si trattava del suo numero di telefono. Sicuramente glielo aveva fatto scivolare in tasca mentre ballavano.
Gli sembrò il suggello di una nuova primavera senza più pene né noia. E decise che l'avrebbe chiamata al più presto; allora stesso. Voleva invitarla a cena e confessarle tutto al lume di una candela. Era convinto che lei lo avrebbe capito. Angela non era il tipo di persona che si formalizza sui particolari. Non avrebbe infranto tutti quei sogni per una innocua bugia.... Eppure, nel fondo delle sue insicurezze più scure, temeva ugualmente di perderla. Proprio ora che stava entrando a ritmo di marcia nell'incanto di un futuro che fino ad allora non avrebbe neanche osato sperare…
Pensava di staccare qualche adesivo ancora e poi… Improvvisamente, l'occhio cadde su un messaggio inequivocabile: ANGIE, ANGELO DIABOLICO: 748 -lo stesso prefisso- 84 85 67 -il suo numero-. CHIAMA PRESTO!!!

Quel mattino, Max pulì la cabina da cima a fondo come non aveva fatto mai.

Il giorno che mi ammazzerò
i treni arriveranno
con qualche minuto di ritardo.

Il tempo di spazzare

il mio corpo dai binari.



Nota e Note
Questo testo, e soprattutto i versi che lo aprono e chiudono, sono per me una sorta di ossessione con cui mi confronto da quattro o cinque anni.
Già ne era apparsa una traccia in una delle voci della collina pubblicate un paio di mesi fa su questi schermi.
La prima versione presentata sul web è in spagnolo e risale al 2001.
(Los hispanohablantes
pueden leerla aquí  y notar que es bastante diferente, pero muy parecida, a esa nueva adaptación italiana
.)
Seguendo il filo rosso dell'ossessione, ho persino provato a mettere in musica la parte in versi della ballata. Complice il solito bicchiere di troppo, ho l'impudicizia di far ascoltare qui, a chi ne avesse la pazienza, la curiosità e il coraggio, una versione di meno di un minuto in cui me la suono e me la canto stonando e articolando voce e chitarra fuori tempo.

gaetano vergara ©© 2001-2005

postato da aitan | 22:18 | Permalink | commenti (18)