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mercoledì, 23 marzo 2005
Pasqua 2075 - Uno sguardo sulle usanze occidentali (da un articolo apparso sull'Eco della Manciuria)
Mentre impazza la primavera e noi siamo impegnati nei nostri lavori quotidiani, in tutta l'Unione di Ponente i genitori nascondono in giardino nidi e ghirlande ripiene di uova e coniglietti di peluche. La tradizione occidentale, estranea alle consolidate conclusioni della biologia ed ai più elementari principi dell'educazione, vuole che siano gli stessi coniglietti a depositare quelle uova. Ma se nella sostanza gli usi e costumi restano immutati, nella forma anche le tradizioni sono soggette ad evoluzione (secondo Lao Tse, ogni tradizione è un'innovazione di cui si è persa memoria); e così quelle uova che un tempo erano di autentico guscio, tuorlo e albume, oggi sono di surrogolata di cacao made by Nestlé Kinder Division (che come tutti sanno, dopo aver scalzato la Kola Kina e la Pepsi Uan, è ormai il più grande colosso alimentare del nostro glorioso Impero del Sol Crescente).
Per i bambini occidentali è molto facile trovare quei nidi di surrogolata; visto che i loro genitori li nascondono apposta perché li si possa trovare rapidamente e senza sforzo alcuno (il che è tipico del sistema educativo dei paesi dell'Ovest e della fiacchezza che ne segna i costumi). Peraltro, quasi tutti i bambini occidentali, quando hanno tra le mani le uova, sono esclusivamente interessati alle sorprese che vi sono celate, e gettano via la gustosa surrogolata di cacao che le contiene.
In questo modo allegro e gioioso, quelli dell'altro lato del mondo perpetrano nei giorni festivi lo spreco che è all'origine del loro declino.
Eppure, non tutto è spiegabile con i nostri parametri orientali.
Pare che in certe circostanze la sorpresa racchiusa nel guscio sia un giardino pieno di piante, rondini, arcobaleni e vera frutta di stagione. Ma una volta che ci sono dentro, i bambini dell'Unione non si fermano a guardare il panorama. Preferiscono cercare un altro nido stracolmo di ovetti e conigli. E quando finalmente lo scovano, si buttano sull'uovo, lo aprono, entrano in un altro giardino, cercano il nuovo nido, scoprono un altro uovo e, dentro l'uovo, nulla più.
In realtà, le feste possono essere molto tristi sotto quella ed ogni altra latitudine. Soprattutto quando si è bambini.
Anche per questo da noi preferiamo tenerli occupati per più di otto ore al giorno.
Libero adattamento di un testicolo ispanico che scrissi un paio di anni fa con il titolo di Los huevos de Alemania (e che era ancora peggio di questo, ragion per cui non oso consigliarvene la lettura e vi saluto con un augurio di buon riposo e miglior divertimento).
domenica, 20 marzo 2005
Il tempo che ho (io et al.)
Il tempo. Il tempo che ho fugge. Ed anche quest'altro momento è fuggito.
Passa il tempo. Passi. Passi risuonano nella mente. Tutto passa e passa. Come il raggio che ogni giorno ti trapassa. Come l'alba che non è mai la stessa. Passa, tutto passa e cambia.
Cambia. Cambia ciò che è superficiale e cambia anche il profondo; cambia il modo di pensare, cambia tutto in questo mondo, e così come tutto cambia che io cambi non è strano. Cambia tutto cambia tutto cambia Cambia cambia Cambia tutto
Tutto passa e cambia nell'eterna ruota dell'essere. E forse non tornerà mai più. Come non torni e non tornerai tu.
Intanto, il tempo.
Il tempo è un peccato sprecarlo. Ed ho paura che stai peccando anche tu, ora stesso... "Signore, Signore, io ho tempo!", recitava il poeta fedele; ed io condividevo, a modo mio, anche se grazie a dio restavo ateo come una campana.
Intanto, il tempo.
Il tempo che ho io non è un galantuomo e mi scappa di mano come l'ultimo dei malfattori. Il tempo che ho, quello che è mio davvero, è di ozio e mai di negozio; perché quello che ho io è tempo che non vuole farsi denaro.
Intanto, il tempo.
Il tempo che cura tutte le ferite, finisce sempre per massacrarci tutti: mentre cerchiamo di ammazzarlo, lui sta ammazzando noi; goccia per goccia. E mentre finiamo, lui fa maturare le cose, demolire le chiese e diroccare le case.
Il tempo, il tempo che abbiamo, passa passa e se ne va; e noi con lui, porcoddio, porcoddio e porco io che mi crogiolo in tante immani inanità!
D'altronde le cose sono così, succedono, ed alle cose che succedono ne succedono altre, ed alle altre, altre. In una successione che non trova pace né fine (e nemmeno confine). Ecco, credo che continueranno a succedere cose davanti, dentro e dietro di noi che torneremo a osservare il tempo passare rilevando che il tempo passa. E passa lento nelle giornate di maltempo e fuggitivo ogni volta che va bene. Bene, sia come sia, anche nella burrasca il tempo passa e lascia più impronte quando vola.
Ma se io ho scritto un post così lungo è solo perché non ho avuto tempo di scriverlo più breve. Del che me ne scuso senza lasciarvi peccare oltre nella coltre di parole che rubano il tempo usato per parlare.
gaetano vergara © 2005
Questo è un altro testo improvvisato in adesione ad una proposta di Massimo SdC che ci aveva invitati a scrivere qualsiasi cosa (più o meno breve) che abbia come titolo "Il tempo che ho".
mercoledì, 16 marzo 2005
Una Finestra sul Paese
Una moltitudine di teste di coglione che sperano nel vento buono di una riforma che promette nuove tasse e miglior vita.
Un soldato, eterna carne da cannone, che si spara con la sua stessa arma.
Un presidente che giudica da solo il suo operato brandendo alla tivvù un contratto di cui sarei anch'io contraente (sono o non sono un italiano?), eppure a me nessuno ha mai chiesto niente; ché altrimenti avrei palesato che l'unico cambiamento apprezzabile è stata la crescita dei capelli sulla sua testa (e intanto la mia resta calva e liscia proprio quando sarebbe più utile una fitta capigliatura che arrivi a coprire gli occhi e ci impedisca di vedere oltre, lasciandoci immaginare veritiera ogni rappresentazione del belpaese diffusa dal potere.)

domenica, 13 marzo 2005
Il tempo che ho(una querelle crono-meteorologica)
- Il tempo che ho è mio e mi appartiene, ne sono signore e padrone e non può sfuggirmi di mano; io lo governo e soltanto io lo posso fermare. Ed anche di te posso fare quello che voglio quando e come mi pare, perché nelle mie mani è anche il divino e l'umano diventare.
- Ma smettila con la tua supponenza. Il tuo tempo lo fermo in un istante, mi basta un fulmine o un temporale per bloccarti nelle stanze dell'Olimpo e non lasciarti più sbraitare.
- Ricorda, figlio ingrato, che se io non lascio fluire il mio tempo, il tuo se c'è sole sarà sole perenne, e se c'è vento, vento senza fine.
- E tu sappi che, se osassi sfidarmi, ti fulminerei con una delle mie saette prima che possa pensarlo.
- "Prima" e "dopo" sono io che li governo.
- Ma ti muovi anche tu in uno spazio che è mio, e senza forme, oggetti, cielo e terra sotto i piedi non percepiresti neanche la durata del tempo e i cambiamenti che ogni attimo porta e comporta...
Impegnati nella contesa, Kronos e Zeus dimenticarono di mandare sulla terra Primavera.
Ed io, il tempo che persi a inseguirli sull'Olimpo è quello che trovai al riparo del freddo che fa fuori.
Senza farmi troppe domande, questo testo l'ho improvvisato in adesione ad una proposta di Massimo SdC che ci invita a scrivere qualsiasi cosa (più o meno breve, poco importa) che abbia come titolo "Il tempo che ho".
Mi pare inerente al tema anche questo mio vecchio post di un paio di primavere fa. Se vi resta ancora un po' di voglia e tempo...
mercoledì, 09 marzo 2005
Storia dell'indifferenza
Nel 1910 il giovane moralista si scandalizzò di fronte a quel quadro astratto e immaginò concetti sovversivi incasellati in rette e spirali dai violenti colori.
Nel 2001 suo nipote non vide nulla e se ne fregò altamente del fatto che glielo appendessi al muro o lo gettassi tra i rifiuti maleodoranti di bucce di banane, piatti di plastica e pannolini sporchi che ormai non si lavano più nemmeno in famiglia.
gaetano vergara © 2002-05
Versione originale: Historia de la indiferencia
domenica, 06 marzo 2005
L'ultimo ritratto
Trago dentro do meu coração,Como num cofre que se não pode fechar de cheio,Todos os lugares onde estive,Todos os portos a que cheguei,Todas as paisagens que vi através de janelas ou vigias.Ou de tombadilhos, sonhando,E tudo isso, que é tanto, é pouco para o que eu quero.
(Fernando Pessoa / Álvaro de Campos,
" Passagem das horas", 22.05.1916)
Erano due settimane che spiavo i suoi movimenti e lo vedevo sedersi, aspettare e ripetere lo stesso rituale senza quasi articolare parola. Erano due settimane, ma quel giorno presi finalmente il coraggio di fermarlo all'angolo di un porticato di Plaza Mayor e chiedergli ragione del suo comportamento.
Senza scomporsi mi disse che la sua ricerca durava da anni, e non solo nel rettangolo di quello scorcio madrileno. Aveva ripetuto il medesimo cerimoniale a Montmartre, a Piazza San Marco e sul Ponte di San Karl; lo aveva rivissuto sui gradini di Piazza Navona e sul Ponte Vecchio; e ci aveva provato e riprovato ad Alexander Platz, a Covent Garden, sulla Prospettiva Nevkij e in decine di altre strade, ponti, punti e giardini che non riesco a ricordare.
Mi spiegò che aveva sudato tutta la vita per lasciare ai figli, ai nipoti e ai nipoti dei nipoti un segno tangibile della sua presenza nel mondo; mi raccontò che fin da ragazzo aveva sognato di realizzare un lavoro persistente, un monumento, un'opera immortale che lo consegnasse alla memoria dei tempi.
Aveva inaugurato negozi e ristoranti in cinque continenti. Aveva edificato case e ripopolato foreste. Aveva fondato ospizi, scuole e case di cura. Aveva girato il mondo in lungo e in largo, lasciando ovunque biglietti da visita, fotografie, registrazioni, assegni, contratti e tracce digitali di ogni tipo. Aveva commissionato a mediocri mercenari della scrittura articoli e libri per pubblicarli a suo nome. Aveva adottato bambine e bambini bianchi, rossi e neri e sponsorizzato il restauro di opere d'arte di ogni paese o cultura. Aveva battezzato centinaia di gatti, cavalli, tigri ed uccelli e inseminato donne di tutte le razze e colori per imporre il proprio nome e il cognome di suo padre e del padre del padre di suo padre. Aveva schizzato la sua firma sui muri, l'aveva incisa sugli alberi e nella pietra, l'aveva tatuata sulle braccia dei carcerati e sulle natiche delle puttane. Aveva lasciato dappertutto impronte, segni, parole, suoni e immagini; ma ancora non era riuscito a soddisfare l'ansia che lo consumava. Ancora non era convinto che la memoria di lui, delle sue gesta o almeno della sequenza di sedici lettere che componevano il suo nome potesse resistere al logorio del tempo per più di un paio di generazioni.
Era per questo che a 89 anni vagava come un ossesso tra i ritrattisti di mezza Europa, posando per decine di riproduzioni al giorno e consumando gli ultimi residui della sua fortuna nell'acquisto della sua immagine variamente ripetuta.
Mentre se ne stava seduto di fronte a un minuto caricaturista orientale, mi confessò che sperava che tra quei giovani mestieranti potesse nascondersi un Modigliani, un Bacon, un Picasso, un Van Gogh, un Goya, un Tiziano, un vero artista, insomma, qualcuno capace di immortalare le linee del suo volto contro l'usura inesorabile del tempo. Tante reiterate delusioni gli avevano fatto capire che solo pochi potevano resistere all'erosione dei secoli. Dentro di sé sperava che, se non un suo ricordo, per lo meno la sua immagine potesse finire conservata a futura memoria (per quanto deformata, reinterpretata e mutilata), magari anche solo tra la polvere di un museo di periferia.
Pensava che se non c'era riuscito con le sue mani e tutto l'ingegno di cui era dotato, poteva ancora contare sulle capacità creative di qualcun altro. Ma gli cresceva dentro il timore che quegli artisti da strada rivelassero altrettanta imperizia degli scrittori mercenari cui si era affidato per il passato.
E mentre se ne stava a parlare seduto, una lacrima rigò il suo volto effigiato su quell'ultimo ritratto.
gaetano vergara (c) 1993-2005
mercoledì, 02 marzo 2005
Napoli, Sabato 26 Febbraio, Galassia GutenbergScrivere fuori o dentro la rete?Moderato dibattito - II parte
Alla fine del mio primo resoconto, avevo scritto che avrei continuato a parlarvi dell'incontro galattico il giorno dopo ( domani), il giorno dopo il giorno dopo ( dopodomani) o mai ( domai o dopodomai). E, invece, contraddicendo allegramente tutte e tre le promesse, torno a scriverne oggi, a tre o quattro giorni di distanza.
Lo faccio perché, MMMMMM, credo che, rispetto allo scorso anno, quell'incontro abbia avuto Meno Mordente Ma Molti Messaggi Memorabili che potrebbero volatizzarsi, se qualcuno (chi se non io) non si prendesse la briga di fermarli su un nastro registrato, su una memoria di massa, su un foglio o su una di queste pagine mobili ( nel parlato, le parole si scrivono sull'acqua, in rete le scriviamo sulla sabbia; ma è bello che di tanto in tanto ci sia qualcuno che si trovi a passare prima della prossima onda.)
Dunque, da quello che mi ricordo, quel 26 febbraio, il primo a discettare fu Vittorio Zambardino presentandosi come giornalista e professionista del web pagato per scoprire come trasformare la rete in commercio. Cercando di assumere il tono provocatorio dello scugnizzo simpatico, VZ si compiaceva nel definire i blogger come un'avanguardia ideologica ed i blog come un mezzo fatto apposta da un élite di scienziati perché un élite di persone di cultura possa sentirsi élite. Più tardi avrebbe affermato come una sorprendente scoperta la differenza tra il suo status di giornalista con un editore alle spalle pronto a garantirne la qualità della scrittura, rispetto ad un blogger che deve sempre stare a conquistare e meritare l'attenzione del lettore. A suo parere, molti dei più celebri blogger radicali si sarebbero prima o poi istituzionalizzati (secondo il classico percorso che, da incendiari, ci vede trasformati in zelanti pompieri). In ogni modo, il fulcro del suo intervento si basava sul concetto di disintermediazione: è forse il caso di spiegare che la parolona bi-suffissa sta a indicare la sparizione di intercessori, intermediari e mezzani; in pratica, come le compagnie aeree possono raggiungere i loro clienti scavalcando distribuzione ed agenzie di viaggi, i blogger possono arrivare ai lettori senza che si frappongano di mezzo editori o librai. (Dunque con la disintermediazione abbiamo raccolto un'altra declinazione del concetto del superamento del guardiano della soglia portato alla ribalta da Tiziano Scarpa lo scorso anno. (Anticipo che nelle battute finali del dibattito Gilgamesh ha informato il pubblico galattico che in realtà quel concetto risale alla scuola di McLuhan che già aveva parlato da qualche altra parte, non a Fuorigrotta, di gatekeeper molto prima di quel fatidico 14 Febbraio del 2004)).
Mentre VZ si trastulla col telefonino ed Herzog si ripete la teoria dell' intelleguale, Giuseppe Granieri esordisce ricordandoci che i blog rappresentano un network di 10 milioni di persone che (tutti insieme animosamente) formano una (meravigliosa) macchina per interpretare la realtà. A suo parere, in rete cambia molto il rapporto tra chi scrive e chi legge, ma non viene intaccato l'atto creativo che resta tale e quale a quello dell'era pre-bloggistica. Di seguito GG rievoca le primitive esperienze di Fabula e di Bookcafe, quando si cominciò a capire che la rete rappresentava una nuova occasione per pubblicare testi senza affrontare costi di edizione. Alla base soggiaceva l'idea che ogni opera avrebbe prima o poi trovato il suo naturale lettore. (Mioddio! quanto tempo è passato da allora? Mandai anch'io un paio di cose a Bookcafe. Una, la peggiore, era troppo lunga per essere letta in rete, ma mi fece vincere il primo libro della collana AltriStrumenti curato dallo stesso Giuseppe Granieri per le edizioni Literalia. Nulla di strano, visto che lì si avanzava in classifica in virtù della benevolenza degli amici che votavano le tue parole. D'altronde, mi pare di ricordare che nemmeno il libro in palio fosse granché). Le esperienze di Fabula e la prima versione di Bookcafe fallirono, ma poi arrivarono i blog a moltiplicare l'attenzione dei lettori ed intensificare lo scambio (io leggo te, tu leggi me, tutti e due leggiamo x§c, effe o bookcafé).
Dopo GG, ha dominato la scena Herzog per ricordarci (con fare da simpatico tribuno):
- che i blog servono a riempire spazi vuoti (qui sono proprio d'accordo, anche se magari quando parliamo di spazi pensiamo ognuno a campi e zone diverse l'una dall'altra)
- che sulla rete siamo tutti sullo stesso piano
- che siamo tutti testuanti (definizione, questa, felicemente trovata da manginobrioches)
- che i testi dei blog vengono ri-scritti con la partecipazione dei lettori
- che un blog permette la diffusione del proprio pensiero e del proprio talento in una scrittura viva
- che, se è vero come è vero che sono pochi i blog di qualità letteraria, neanche tra i volumi che riempiono le librerie passa tutta questa letteratura; non è certo il formato di carta rilegata a garantire patenti di letterarietà.
(Via via, buon Herzog, non mi pare che ti fossi dimenticato tutte le cose importanti che avevi da dire; il tuo intervento non si è ridotto a quella che hai definito una IP ( ignobile pantomima) e che altrove altri ben più titolati hanno raccontato meglio di me immortalando le tue cavalleresche gesta. Non rammaricarti per non aver diffuso a pieno il verbo intelliguale, tanto c'è la rete dove tutto passa se merita di passare (o giù di lì)).
Raccolti i suoi diligenti appunti, la Lipperini, pur riconoscendo la portata rivoluzionaria dei blog, sostiene che non c'è crasi tra libro e rete né antagonismo tra editoria e letteratura (e come potrebbe dire diversamente la giornalista letteraria di Repubblica e l'editor della "Notte dei Blogger"?); anzi LL ritiene cosa utile pubblicare qualche blogger ogni tanto per non far sfuggire cotanti talenti a potenziali lettori non informatizzati. La rete, dunque, può essere luogo di scouting e di discussione letteraria. (In verità, la simpatica Lipperini mi pare che abbia il dono del sincretismo, quello che ti porta ad assumere le posizioni dell'altro, quelle del contrario dell'altro e quelle di chi da entrambi diverge; così, alla fine del dibattito ti risulta chiaro che l'essere è, ma è anche divenire; né si può negare che "ciò che è" è nulla, e tutto).
Jacopo De Michelis torna a rievocare l'esperienza di Fabula (e ne ha ben donde per esserne stato tra i fondatori) e mette a fuoco qualche (utile) concetto:
- la rete è qualcosa come la somma della Biblioteca di Alessandria più la Cloaca Massima (puoi trovarci di tutto. L'acqua che ti disseta è la stessa dentro cui puoi affogare).
- nei blog si scrivono testi aperti che si costruiscono in interazione coi lettori, come nei feuilleton ottocenteschi
- nella blofosfera i guardiani della soglia (arieccoli!) sono i lettori stessi che decretano il successo di questo o di quello nella grande competizione per l'attenzione
- non sempre un bel post avrebbe una buona resa passando dai monitor alla carta stampata.
Concluso il dibattito intorno al tavolo, la parola passa al pubblico appollaiato in penombra. Ma l'atmosfera è piuttosto pigra, o forse sono tutti intenti a rimuginare i corposi concetti riversati in sala.
Finalmente, dopo qualche esitazione, prende la parola Palmasco per affermare due caratteristiche che considera salienti in un blog:
- la presenza di link
- la diffusione di contenuti legati all'esperienza concreta dell'autore.
Di seguito Gilgamesh dà a McLuhan & Co quello che è di McLuhan & Co e solleva la questione di Libero-blog che pirata senza consenso i post dei blogger in contrasto con le licenze Creative Common che sottostanno più o meno esplicitamente a tutti i blog.
Infine Sarmac riafferma la specificità della scrittura bloggistica rinvenendone nella sinteticità una caratteristica che porta a ridurre la quantità di parole per non appesantire il carico dei lettori (i quali avranno notato che questo post è di gran lunga debordante rispetto ai contenuti medi di questa pagina. Ergo, qui mi fermo e null'altro aggiungo passando ad altri il compito di "cercare il succo di tutta la storia"; se mai ve ne fosse uno).
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