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Leggendo ci si allontana dal mondo per comprenderlo meglio <°((gaetano~vergara))°>


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martedì, 30 novembre 2004
 
Un’altra visione del Concerto di Venerdì 19

Giusto una settimana fa riportavo qui le emozioni che avevo vissuto nell’assistere ad un concerto per violoncello e pianoforte di Yo Yo Ma e Kathryn Stott.
Oggi, nel giorno dello sciopero generale e di una mia lieve febbre privata, vi consiglio di leggere un altro resoconto di quell’evento (intendo il concerto, non la manifestazione di dissenso né la febbricola). Lo ha scritto foxelli, un mio amico clarinettista con cui sto preparando un recital sul tango che coinvolge anche altri due valenti musicisti. Ma di questo avrò modo di tornare a scrivere. Magari nell’anno nuovo che incombe già.
Caspita, ma perché mi viene da dire incombe? È il pessimismo della febbre o la sfiducia nel governo?
Ma no, non c'è di che scaldarsi (per quello basta già il momentaneo stato di alterazione della mia salute). Forse è solo che ultimamente ho ascoltato troppe notizie; mi è capitato di sentire troppi capintesta urlare e dibattersi per rendermi la vita più sicura ed abbassarmi le imposte. Ed io tremo quando qualcuno si impegna a fare qualcosa per me. Sono fatto così, se mi si mettono davanti e ripetono che vogliono aiutarmi, sento che è il momento di proteggermi. Ho bisogno di luce. Mehr Licht. Intanto, spegnerò anche la radio. Credo che piuttosto che lasciarmi rincretinire dall'imbonitore di turno, sia più sano riprendere l’abitudine di immergere il mio udito nel mondo dei suoni che ignorano le parole. Soprattutto quelle governative. Di ogni governo.

Di che stavo sproloquiando? Temo di aver perso il filo. Forse si sta rialzando anche la febbre.
Ah sì, dicevo del resoconto di foxelli. Lo ha scritto per un forum dedicato alla musica classica. Leggetelo. Oltre che tra violoncelli e pianoforti, vi troverete immersi in una storia privata, locale e globale di amicizia, carta igienica e pomodori.
...
Se qualcuno mi scrive che questo post suona qualunquistico sbotto che “me ne fotto”, anzi, di più, allego un bel "me-ne-fre-go", così qualcun altro che si troverà qui di passaggio penserà che è caduto nella pagina di un fascistaccio di merda.

Il motto pregiudicato e schietto
Fu detto da un baldo giovanotto
Fu trovato molto bello
se ne fece un ritornello
E il ritornello allegro fa così
Me ne frego non so se ben mi spiego
Me ne frego con quel che piace a me
Me ne frego non so se ben mi spiego
Me ne frego con quel che piace a me

Albione la dea della sterlina
S'ostina vuol sempre lei ragione
Ma Benito Mussolini
Se l'italici destini sono in gioco
può ripetere così
Me ne frego non so se ben mi spiego
Me ne frego con quel che piace a me
Me ne frego non so se ben mi spiego
Me ne frego con quel che piace a me

Eia eia alalà!
Me ne frego me ne frego
me ne frego è il nostro motto
me ne frego di morire
per la santa libertà!...

Sono versi che furono popolari nel tempo in cui i fascisti vestivano di nero, si salutavano alla romana ed era chiaro a governati e governanti che l’Italia era una dittatura.* Sarà pure la febbre, ma io ci trovo una verve che non riscontro in nessun atto propagandistico né dei film Luce né delle Radio Londra di oggi.


* Si tratta di tre strofe tratte da due diversi inni ispirati al celebre menefreghistico motto attribuito a D’Annunzio, ma in realtà già usato da Olindo Guerrini come intestazione della propria carta da lettere. Incidentalmente ricordo anche che, come me ne fotto o il più moderno me ne sbatto, anche me ne frego è espressione di derivazione sessuale. Fregare deriva dal latino fricare che vuol dire strofinare, ma anche copulare. Da qui discende anche il napoletano sfruculiare che significa prendere in giro, deridere, molestare, s-fottere.

 

postato da aitan | 22:36 | Permalink | commenti (17)





venerdì, 26 novembre 2004
 
A Pinokkio's Bloody Binary Story

Strelnik, che come molti sapranno è uno strenuo animatore del blog (lui si autodefinisce webdesigner e bit-worker), si è fatto promotore di un’iniziativa di smontaggio, rivisitazione, dissacrazione, straniamento, contaminazione e rivalorizzazione del Pinocchio di Collodi. Un gioco sul doppio ed al tempo stesso un esperimento di riscrittura collettiva, realizzato senza accordi preventivi.
Fino ad oggi sono stati pubblicati una quindicina di capitoli, tra cui questo mio lievissimo Pino e la fata che vi confesso di aver improvvisato direttamente in rete (e magari si vede pure):

Prima versione

La fata spalanca le cosce,
e il naso cresce e ricresce.

disegno di gaetano vergara (c) 2004


Seconda versione ampliata

La fata spalanca le cosce.
- Dimmene una più grande.
Pino si inginocchia e sussurra che l’ama, l’adora e l’amerà per sempre e più della sua vita.
E il naso entra, esce, cresce e ricresce ancora.

postato da aitan | 12:53 | Permalink | commenti (16)





martedì, 23 novembre 2004
 

Lo scorso Venerdì ho assistito ad un concerto per violoncello e pianoforte al Teatro San Carlo di Napoli.

Come al solito lascio qui le emozioni che ne ho ricevuto solo quando ormai sono già sedimentate.
I protagonisti di questo evento erano due strumentisti d’eccezione: il divo del violoncello Yo Yo Ma accompagnato da Kathryn Stott, versatile pianista britannica a suo agio tanto nel repertorio cosiddetto classico tradizionale come nelle più ardite tessiture della musica contemporanea.
Yo Yo Ma è un magnifico esemplare d’artista del XXI secolo: un parigino di genitori cinesi che spazia dalle impeccabili esecuzioni delle suite di Bach alla rilettura colta della musica sudamericana, orientale e africana. Il suo ultimo cd è incentrato sulle colonne sonore di Ennio Morricone, il penultimo era basato sulla musica di Dvorak, e prima, sempre nel 2004, c’erano stati un album dedicato a Vivaldi ed un fantastico live sulla musica brasiliana (Obrigado Brazil Live) – tanto per dare un’idea dell’esperienze eclettiche di questo virtuoso del violoncello (il cui più grande limite consiste, a mio soggettivo modo di sentire, nel creare prodotti troppo puliti e patinati).
Tutta questa ricchezza di esperienze fa di Yo Yo Ma uno dei massimi rappresentanti di quel crossover che incrocia le strade della musica popolare e tradizionale con la classica e col jazz, nella convinzione che non esistono reali confini o steccati frapposti tra le sette note (ma forse sarebbe meno riduttivo parlare di 12 note; senza contare i quarti di tono così indispensabili in tanta musica di ascendenza orientale…). Siamo dunque di fronte al fulgido esempio di un artista che ci insegna come sia sempre possibile trovare negli altri una parte di noi: un’altra declinazione dell’Homo sum; humani nihil a me alienum puto che dava il titolo ad un raccontino postato qui sotto.

Al San Carlo il duo Ma-Stott ha eseguito con meraviglioso affiatamento:
- la Sonata in la minore (D.821) di Schubert
- la Sonata in re minore (op.40) di Šostakovič
- Le Grand Tango di Astor Piazzolla
- Bodas de Prata (quattro canti per violoncello e pianoforte) di Egberto Gismonti
- la Sonata in la maggiore di César Franck.

Ho particolarmente apprezzato il II e III movimento della sonata di Šostakovič: un allegro ed un largo in cui le armonie libere ed ardite lasciavano indovinare movenze di danze popolari russe scandite ora sui bassi del pianoforte ora sugli armonici del violoncello.
Rostropovich di DalíMa, il va sans dire, i brani che mi hanno maggiormente appassionato sono le due pièces sudamericane. Tra le altre cose, è stato bello vedere accostati due musicisti sconfinati come Piazzolla e Gismonti: due compositori in bilico tra la formazione popolare, borghese e tradizionale dei loro rispettivi paesi, il jazz afro-americano e la musica colta europea. Peraltro entrambi hanno studiato a Parigi con Nadia Boulanger (l’argentino negli anni ’50 e il brasilano negli anni ’60) ed entrambi hanno partecipato alla colonna sonora di un capolavoro assoluto del cinema sudamericano: El Viaje di Solanas, film che chiude la meravigliosa trilogia cominciata con El Exilio de Gardel e Sur (entrambi musicati da Piazzolla).

Le Grand Tango è una pagina scritta appositamente per Rostropovič (il musicista effigiato in questo ritratto di Dalí, un pittore che non amo ma che tante volte mi trovo ad ammirare per guizzi di questo livello di tecnica e ingegno). Si tratta di un brano dell'ultimo Piazzolla in cui emerge un concentrato degli intrecci melodici e dell’andamento sanguigno e appassionato che questo reinventore del tango sapeva conferire alle sue musiche. Ho trovato particolarmente suggestivo vedere il piede destro di una pianista di estrazione classica come Kathryn Stott muoversi forsennato per scandire il ritmo accelerato concepito dal compositore argentino. Quasi come se le tavole del palcoscenico del massimo teatro del sud Italia si fossero trasformate nel suolo tremante di una sala da ballo di Buenos Aires:

Al evocarte, tango querido,
siento que tiemblan
las baldosas de un bailongo...

[El Choclo (1947)]

Molto più meditativi e malinconici i Quatro Cantos di Gismonti, basati su una struggente melodia accompagnata da accordi spezzati, arpeggi e grappoli di note del pianoforte: una musica liquida e atmosferica piena di suggestioni popolari provenienti dal brodo di fusione brasiliano (che è un po’ come dire da ogni angolo della cultura di questo mondo stramaledetto e stramaledettamente bello che non smette mai di riservarci soprese. Qualche volta nella forma eterea, volatile e persistente della grande musica).

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giovedì, 18 novembre 2004
 

Homo sum; humani nihil a me alienum puto

Tutto ciò che è umano ha una logica umana che è anche la mia logica. Tutto, anche le azioni più irrazionali, infime ed efferate sono anche le mie azioni. Homo sum. Nulla, nulla dell’uomo mi è estraneo. L’umanesimo della ragione non è così lontano dall’umanità delle viscere. L’uomo a venire è ancora e anche l’uomo della caverna e della clava. Ogni scienza contiene una coscienza; ogni gesto buono una carica distruttiva; e ogni violenza una tensione d’amore, una carica affettiva, passionale, erotica. Ecco perché ti ho violentata, ieri.
Eri così dolce e mansueta, così disponibile verso questo cliente tanto difficile da soddisfare. E poi trovavo eccitante che fossi venuta nella mia casa di scapolo impenitente e insoddisfatto per razionalizzarmi gli spazi e rendere più accogliente la mia solitudine. Per un attimo ho immaginato di essere il tuo sposo promesso. Pensavo che fossimo impegnati a progettarci il futuro, a scegliere dove avremmo fatto colazione, dormito e chiacchierato, quali erano le stanze destinate ai bambini e al nostro studio, in che luogo ci saremmo riposati e dove avremmo fatto l’amore.
L’uomo dell’attico dell’ultimo piano della metropoli di cemento e grattacieli vive ancora rintanato nel buio dei seminterrati della sua coscienza.
Quando ti sei abbassata a disegnare con le dita sinuose l’angolo in cui avresti messo un camino, ho smesso di vederti il collo e le mani e ho cominciato a sentire le tue natiche strusciarsi tra le mie cosce. Tu continuavi a parlare e a spiegare non so bene cosa sui colori del pavimento, la luce sulle pareti e i parati da buttare via. Ma la tua voce risuonava lontana. Un’eco distante fuori dalla caverna dei sensi in cui mi ero rintanato a scrutare il desiderio che mi cresceva dentro.
Cercavo di contenermi. Ma più mi concentravo nello sforzo, più regredivo allo stadio animale che mi ha spinto a saltarti addosso come su di una cagna ritrosa. All’inizio sei rimasta muta e immobile. Io, per un attimo, ho recuperato la ragione e ho pensato che potesse fare piacere anche a te una botta di vita e via. Ma tu hai cominciato a dimenarti cercando di sfuggire alla mia presa; e ogni movimento faceva crescere in me l’ansia di possederti, di sentirti gridare tra le mie braccia, di vedere annullata ogni tua facoltà e volontà residua. Volevo sentire che eri anche tu schiava del desiderio che mi aveva rapito e scaraventato fuori dalla realtà. Volevo fare di te un prolungamento dei fremiti che scoppiavano al centro del mio ventre e del mio cuore.
Sarebbe stato bellissimo, se tu non mi fossi svenuta tra le cosce.
Sei caduta con le braccia al suolo tramortita mentre ti venivo troppo presto sulla schiena. Mi sono arrabbiato. Sono impazzito dal dispiacere. Il desiderio frustrato si è trasformato in un’ira montante che si è rovesciata sul tuo corpo privo di sensi sotto forma di calci, pugni e pedate sulla faccia, sulle gambe e sul culo. Stremato, ti sono caduto addosso e ho cominciato a piangere come un bambino. Ti ho baciato e leccato una ad una le ferite sul collo, le gambe e la schiena. Tu eri riversa ancora immobile sul pavimento mentre tra le lacrime scorrevano via gli ultimi rantoli della mia follia. Mi sono reso conto di aver compiuto un gesto bestiale e aberrante. Ho temuto che potessi denunciarmi. Mi avresti rovinato, avresti distrutto la mia vita tranquilla di scapolo impenitente e solitario.
Ti ho messa sulla sedia su cui sei seduta, ti ho legata con la corda con cui sei legata e ti ho ripulito le ferite amorevolmente, come alla figlia che avrei voluto accudire e accarezzare. Poi ho pensato di ammazzarmi o di ammazzarti. Ma non ne ho avuto il coraggio. Sono una persona troppo perbene, per fare certe cose. Non sono fatto per le soluzioni estreme. E non vorrei mi prendessi per quello che non sono. Io sono solo un uomo, solo un uomo, nulla, null’altro che un uomo solo.

gaetano vergara (c) 1998-2004

postato da aitan | 20:02 | Permalink | commenti (21)





domenica, 14 novembre 2004
 

Paradossi della Domenica

Come ho più volte detto in queste pagine, dedico una parte del mio tempo a scrivere brevi racconti in spagnolo che qualche volta pubblico sotto svariati pseudonimi in Ficticia, città virtuale e sito letterario messicano.
Ficticia ospita anche vari concorsi letterari. Quello di minificciones del mese di novembre è dedicato al paradosso. Ci stiamo cimentando in molti sulle orme di Epimenide (il cretese passato alla storia per aver affermato che "Tutti i cretesi sono bugiardi"); Zenone di Elea (quello che ci ha spiegato perché Achille, pur correndo più rapidamente della tartaruga, non riuscirà mai a raggiungerla) ed Olbers (uno che si chiede perché, se ci sono infinite e lucenti stelle, il cielo è nero)…
Oggi ho mandato a Ficticia un piccolo testo intitolato Estados paradójicos. Voglio farvelo conoscere in un'affrettata traduzione italiana:

Stati paradossali
Alcuni scelgono come Ministro della Giustizia un imputato.
Altri si dicono cristiani ed hanno una sola guancia, centinaia di occhi e migliaia di denti.
Molti pensano di conquistare la pace con la guerra e miglior vita con la morte.
Tutti dicono di amare la terra, e la distruggono.

Doverosa nota finale: il brano è stato inviato fuori concorso perché è poca cosa e per non essere né un racconto né un apologo morale, ma solo un'amorevole invettiva ed un triste "divertissement" domenicale.

postato da aitan | 19:29 | Permalink | commenti (20)





mercoledì, 10 novembre 2004
 

Felici furti effettuati con destrezza e passione

In questo periodo in cui trionfa più che mai l’ingiustizia proprietaria, è un autentico piacere trovare qualcuno che ti saccheggia per farti più ricco.
Onore e ringraziamenti ad Afrodea, che ha pubblicato una selezione dei miei segni in buona compagnia con quelli di Al Farach [*], Alderano ed Elos. Un lirico tentativo di fermare nella forma di un sito web la proverbiale volatilità dei blog. E per ognuno qualche riga di descrizione che ha la profondità di un’analisi resa a passo di danza. Quello di Afrodea è un blog con molte stanze, uno spazio pieno di sorprese che sfidano “l’orizzontalità del foglio a scorrimento verticale”.
Lasciatevi guidare da Julie nel suo labirinto quadripartito e capirete di cosa sto parlando…


[*]

È un sottile piacere aggiunto il fatto che accanto ad Elos ed Alderano, che già in tanti giustamente ammirate, ci sia anche il mio amico Al Farach, le cui pagine vi consiglio caldamente di navigare dal principio al presente.

postato da aitan | 18:30 | Permalink | commenti (15)





martedì, 02 novembre 2004
 

Piccolo indovinello autocritico (4, 9)
[nuova versione emendata]

Lo sono quelle da me praticate,
quando io le pratico.
(La soluzione è
nel mezzo del cammino)


Puoi verificare nel riquadro sottostante se la tua risposta corrisponde al numero di 14 battute concepito dalla mente perversa dell'estensore di questa nota.


Se credi di aver indovinato, puoi rilasciare la tua soluzione nello spazio dei commenti. È gradita anche una nota esplicativa per aiutare la comprensione di chi è meno versato negli enigmi.
Naturalmente, anche in questo caso, non ci saranno né vincitori né vinti ed il premio, come sempre da queste parti, risiederà tutto nel gioco e nella voglia di giocare ancora.
Finché non muore il gusto
che non è mai perdenza.

 

postato da aitan | 00:54 | Permalink | commenti (56)