|
venerdì, 29 ottobre 2004

Apretada entre los dientes puntiagudos de la serpiente, la punta de la cola se sacudía y gritaba a los cuatro vientos: "Cada principio, un fin".
Pubblicata il 15 Luglio del 2002 in Ficticia con il titolo La rueda eterna del ser e lo pseudonimo Viejo Payaso, in italiano suona più o meno così:
La ruota eterna dell’essere Mordendosi la coda, il serpente pensava: "Ogni fine è un principio". Stretta tra i denti acuminati del serpente, la punta della coda si dimenava e gridava ai quattro venti: "Ogni principio, una fine".
gaetano vergara (c) 2004
mercoledì, 27 ottobre 2004
Fondamentalismo etimologico
Grazie a Dio o alla Ragionevolezza Umana, c’è ancora qualcuno che tra tanto oscurantismo manicheo ci rammenta la presenza dell’arabo nella cultura europea e nelle lingue occidentali. E mi pare significativo che provenga dal basso della comunità dei blogger una serie di brevi note che ci fa ricordare quanto siano frastagliate e composite le nostre radici. Ad integrazione di quanto osservato da PlacidaSignora un paio di giorni fa (sabato 23/10), trovo sano e dilettevole ricordare che in spagnolo si contano più di 4000 parole di provenienza orientale, sedimentate negli 8 secoli (dal 711 d.C. al 1492) in cui los Moros si stabilirono nella penisola iberica. Molte delle parole neo-arabe usate nell'idioma castellano persistono con poche variazioni anche nell'italiano corrente; cito, per esempio, algodón (cotone), albaricoque (albicocca), algazara (gazzarra), alquimia (alchimia), alambique (alambicco), álgebra (algebra), bazar (bazar), cero (zero), naranja (arancia), azul (azzurro), alcohol (alcol), alcoba (alcova), alcachofa (carciofo), almendra (mandorla). [*] Altre suonano più “straniere” ad un orecchio nostrano, ma sono altrettanto comuni nello spagnolo. Si tratta di parole come alfombra (tappeto), almohada (cuscino), alcázar (fortezza), alcahuete (ruffiano) o anche aceite (olio), arroz (riso), zanahoria (carota), sandía (anguria), jazmín (gelsomino), ataúd (bara), jabalí (cinghiale), tarea (compito), ojalá (magari, voglia il cielo, voglia Allah).
In uno strepitoso capitolo della La reivindicación del Conde don Julián (1970), Juan Goytisolo immagina un’orda di mussulmani che invade la penisola iberica e fa razzia di tutti gli oggetti con nomi di etimologia araba: spariranno almacenes (magazzini), sofás (divani), alfombras (tappeti) e almohadas (cuscini); non sarà più possibile mangiare piatti a base di arroz (riso), aceitunas (olive), alubias (fagioli), berenjenas (melanzane), zanahorias (carote), azafrán (zafferano), alcachofas (carciofi), espinacas (spinaci), caramelo (caramello), azúcar (zucchero) e jarabe (sciroppo); più nessuno giocherà a ajedrez (scacchi); non ci si potrà abbandonare alle delizie proibite dell’alcohol; la sparizione di cifras, aranceles (dazi) e tarifas provocherà immani catastrofi finanziarie e una insormontabile crisi della borsa. Se non si temesse di offendere la suscettibilità di chi usa i morti a stelle e strisce come vessillo, verrebbe da dire che, al confronto, persino i disastri dei terrorismi fondamentalisti possono sembrare poca cosa…
[*] Avrete forse notato che la maggior parte di questi arabismos cominciano per al. E se pure non l’avevate notato, spero vogliate sapere che questa prevalenza deriva dal fatto che l’articolo arabo “al” veniva percepito dai parlanti occidentali come parte integrante dei lemmi che accompagnava e definiva.
gaetano vergara (c) 2004
sabato, 23 ottobre 2004
La Visione dei Fatti
Affermi e ripeti di non appartenere a nessuna razza. Di non avere colore. Di non essere di nessun ceto. Affermi e ripeti di essere senza fedi e religione. Di non avere sesso. Né appartenenze. L'accento siciliano è solo un accidente, un puro caso, come il cazzo che porti tra le gambe e che ti piace tenere tra le mani. Tue o altrui che siano non importa. O ancor più infilzare in qualche culo, maschile o femminile non importa: senza distinzioni, senza preferenze e senza appartenenza. L'unica certezza è il desiderio. Ma non la sua soddisfazione. Non il suo prolungamento. Ogni impulso è un dovere che presto fugge via. Neve fra le dita. Che hai e non hai. Fermati un momento. Guardati le mani. Guarda come sei conciato. Guardati allo specchio. Che poi ti viene voglia di ridere e sei riacquistato alla vita. E al gusto di esserci. E dove c' è gusto non c' è perdenza. Se ci fosse perdenza, se non ci fosse gusto, non ci avresti pensato due volte. A togliertela. La vita. Ma a volte basta anche il solo desiderio. Il solo desiderio. E si illumina l'esistenza. E torna il sorriso. E ti recuperi al ritmo dei giorni tuoi. Sembri anche più bello. Più curato. Più caricato. Dopo una risata. O dopo una cacata. Liberazione. Libera azione. Liberamente. Libera mente. Libera mente in libero stato. Liberato. Senza più vincoli né leggi. Senza più vicoli né greggi. Senza un senso rivelato alla ragione. Solo, assolutamente solo. Solo como un perro solo / Ando a la deriva / y me dan por loco / Solo como un cero solo / Solo como en un suicidio / Solo tengo un tango / pa' contar mi exilio. [*] Esule. Emigrante. Straniero e solo. Emigrante nella terra dove sei nato. Emigrante fuori dalla terra dove sei nato. Trascini la giornata e la vita è altrove. ¿Ma dov'è altrove? Giri a sud dell'utopia e ritorni dentro te o tra le gambe tue. Ci fosse almeno un culo in cui perdersi. Un ventre in cui immergersi. Una mano da portare sulle tue strade. Una bocca da zittire, da riempire, da sfamare; da sfogare, da strozzare. Una bocca da baciare, da leccare, da sfiorare. Una bocca. Una bocca da guardare. Una bocca. Una bocca da odorare, da toccare, da ascoltare.
"E' stato bello... Mi passi le sigarette sul comodino?" "Ma che c'entrano le sigarette sul comodino. Che cazzo c'entrano le sigarette sul comodino?" Le sigarette sul comodino. Fu per questo che l'ammazzò. Solo per questo.
"Signor giudice, non c' è altra ragione. Ci conoscevamo solo da tredici giorni. Ma io le volevo bene. Quella notte fu la prima volta. Io le volevo molto bene. Signor giudice." Tu invece non l'avresti ammazzata. Magari avresti preso anche tu una sigaretta dal pacchetto. E l'avresti fumata insieme. O da solo, nel bagno. Guardandoti l'uccello floscio tra le gambe. E magari ti si sarebbe riacceso il desiderio. Ma lui no. Lui non avrebbe potuto sopportare quel fumo a letto, quell'indifferenza; come se nulla fosse accaduto. La testa cominciò a tremargli, le tempie a pulsare con violenza: quasi che il cervello volesse schizzargli fuori dal cranio. Milioni di schegge di materia grigia sui muri, sui mobili, sul letto e sulle lenzuola bianche; sui suoi occhi, sulle sue gambe e sul ventre suo. Non avrebbe potuto sopportarlo. Si precipitò fuori dal letto. L'afferrò con rabbia. Gettò via accendino, lenzuola e sigarette. La scaraventò sulla moquette. "Stronza! se hai voglia di sugare, succhiati questo..." E le premette la testa sul suo cazzo afferrandola per i capelli. Mentre lei gemeva a denti stretti. Sconvolta. Furioso le diede una ginocchiata sotto il mento, e calci dappertutto. Mobili per aria, sul letto, sul suo corpo. Lei non riuscì nemmeno a gridare. Quelle voci che si sentirono erano solo la sua. Era lui che gridava e piangeva. I vicini accorsi nella stanza insanguinata lo trovarono immobile, in ginocchio, con la testa poggiata contro il muro e in mano un paralume di ottone stile ottocento. Delirò che lei era incinta. Che aveva ammazzato non lei, ma il mostro affumicato.
"I signori della corte sanno che non è vero. Sanno che lei non era incinta. Lui parlava della pancia di lei rigonfia di un seme non suo. Del figlio del vizio, vizioso e viziato. Del mostro affumicato che sarebbe nato di lì a poco. Ma lei non era incinta. Per altro, le foto dimostrano che la povera signora aveva un fisico da mannequin. Poteva pesare sì e no un cinquantaquattro chili; ed era alta quasi un metro e settanta. Solo la follia ha potuto annebbiare le capacità percettive del mio disgraziato cliente, fino a fargli vedere quest'esile signora come una mammona pronta a sgravidare il mostro. Il mostro affumicato. I periti psicologici stabiliranno il perché di quest'ansia distruttiva. Perché ha visto in lei una donna incinta e si è innescata la mania omicida? Noi con la nostra limitata giustizia terrena non siamo in grado di stabilirlo. E non mi pare possibile giudicare ciò che non si capisce. Ciò che esula dalle nostre capacità percettive."
Una donna incinta che fuma, fa fumare anche il suo bambino. Una donna incinta che si droga, droga anche il suo bambino. Il fumo passivo. I neonati eroinomani. I sieropositivi dalla nascita. Slogan e messaggi si stampano nella memoria di menti sane e malate. E annebbiano la nostra percezione della realtà. La visione dei fatti.
[*] Sono versi tratti liberamente e in ordine sparso da un tango di Fernando E. Solanas. Negli ultimi tempi, l'Autore cantava spesso questo e altri tanghi dichiarandosi sempre più addentro alla poetica disperata e delirante di tante canzoni rioplatensi (N.d.R.).
gaetano vergara © 1993 [dalla raccolta di racconti inediti N.d.A.]
martedì, 19 ottobre 2004
interludiosilenziosoassai

venerdì, 15 ottobre 2004
33
Quella notte, dopo aver tanto bevuto, non sapevo più dove fosse finito il mio orologio, e fui assalito dalla netta sensazione di aver perduto il tempo. Era la notte del mio trentatreesimo compleanno. Fino ad allora non ci avevo neanche pensato a quell’inutile anniversario. Mi ero imposto di viverlo come un giorno qualunque e di ubriacarmi come ogni notte (a quei tempi mi bastavano cinque birre da mezzo litro). Ma quando già a casa, nel controllare automaticamente l’ora, mi resi conto di non avere più al polso il tuo ultimo regalo, sprofondai nel baratro dei miei pensieri più scuri. “Ormai faccio solo male.” Pensavo. “Non trovo più soluzioni da tenere sospese in bilico tra un baratro e un abisso. Neanche le parole bastano. Tanto più che ormai si ripetono uguali e ugualmente stanche risuonano nel vuoto per cadere su sé stesse sospese tra il niente e il nulla in cui ristagno.”
[Ogni riferimento alla mia o alla vostra vita è puramente personale]
lunedì, 11 ottobre 2004
Passa
Passa il tempo. Passi. Passi risuonano nella mente. Mente. Mente, mentre io m'intenerisco solo, Solo. Solo vorrei svanire ora, Ora. Ora che crolla tutto intorno e muore il giorno, Ora. Ora rimembro ancora, ora. Ora che me ne frega un corno e passa, Passa il tempo e passa Come il battito del piede alla grancassa, Come il cazzo che ti penetra la fessa, Come il salmo dei fedeli ad ogni messa. Passa. Tutto passa e passa, Come il raggio che ogni giorno ti trapassa, Come l'alba che ripassa e poi cessa. Cessa. Cessa che non sei più la stessa. Stessa la strada, la casa e l'ascia. Lascia che sia io a spaccarti le ossa e tutta. Tutta bagnata dimentica il tempo che passa e passa. Passami sopra e lascia che io governi il ritmo Che passa passa e passi. Come se io da solo non bastassi Come se io solo non sapessi che Passa il tempo, E passi. Passi risuonano nella mente. Niente, Niente da capire E niente più. Più scrivo più perdo La buona occasione di star zitto. Zitto, sotto, dietro o addosso a te, Che te nei stai cheta Come chi sa dov'è la meta E la metà del senso. 'Nso!
gaetano vergara (c) 2004
mercoledì, 06 ottobre 2004
Marrakesh, giugno di un anno indefinito
Loro parlano e io non capisco niente; o quasi niente. Neanche ho voglia di impegnarmi per capirci qualcosa. Le voci funzionano come una colonna sonora di terzo ordine, come noise off, come il rumore del traffico. Le parole si rincorrono uguali, come se si ripetesse incessantemente il medesimo suono. Sarà che io riconosco sempre le stesse che sembrano rincorrersi ritmicamente scandite da un tempo in cerca di assonanze. Forse il mio silenzio e la penna che scorre sul foglio sono le uniche note stonate di questo concerto senza strumenti né orchestrali.
Eppure, se da un momento all’altro i caratteri della mia scrittura incerta acquistassero voce, se cominciassero a risuonare magicamente con le loro parole, ne verrebbe fuori una nuova cosa. Cosa non so, e neanche voglio saperlo.
Leve, muito leve, um vento muito leve passa, e eu não sei o que penso nem procuro sabê-lo.
[trascrizione non verbatim di quattro preziosi versi di Pessoa da trattare con estrema cura]*
Poi Ben prepara un kif, Rachid l’accende e me lo passa, e l’atmosfera cambia dimensione, ed anche le parole che usiamo per comunicare la nostra reciproca partecipazione.
I'm the left eye, you're the right, would it not be madness to fight?
[da "We Come 1" dei Faithless]
gaetano vergara (c) 2004
* [In verità, l’originale di Pessoa diceva
Leve, leve, muito leve, Um vento muito leve passa, E vai-se, sempre muito leve. E eu não sei o que penso Nem procuro sabê-lo. che più o meno vuol dire
Lieve, lieve molto lieve, Un vento molto lieve passa, E se ne va, sempre molto lieve. E io non so cosa penso Né cerco di saperlo.
Da questi versi, Bevinda ha tratto una canzone di cristallo di cui vi consiglio vivamente l’ascolto]
Arrileggerci presto e grazie per l'attenzione
sabato, 02 ottobre 2004
Cinque pezzi brevi brevi [piccolo spazio autopromozionale]
Un paio di settimane fa (domenica 19 Settembre, San Gennaro Martire), La Jornada Semanal, supplemento letterario di uno dei più popolari quotidiani messicani, è stato dedicato alla crescente diffusione dei minicuentos, racconti brevissimi informati al precetto di Baltasar Gracián secondo il quale "lo bueno, si breve dos veces bueno, si malo, menos malo" (ciò che è buono, se è breve è due volte buono, se cattivo, meno cattivo). Il supplemento raccoglie un centinaio di racconti scelti tra le migliaia di mini pubblicate sul portale letterario di Ficticia in tre intensi anni di attività. Tra gli altri, sono stati selezionati 5 miniracconti miei. Chi fosse interessato a leggerli può cercarsi in questa pagina la versione elettronica dei miei e degli altri testi selezionati. Naturalmente, sono scritti in spagnolo, ma mi sembrano abbastanza accessibili anche per i non hispanohablantes.
|
|