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martedì, 27 luglio 2004
Sono stato qualche giorno nel Cilento. Il tempo era bello. Invece ora la pioggia ticchetta i vetri delle finestre.
Era da tanto che non tornavo ai lidi nostrani del Mediterraneo mischiato nella folla di fine luglio. Tanto che ho affrontato l’esperienza con una certa circospezione non esente da snobismo. Eppure il mare, il grande mare que siempre fue y es, riesce ad emozionarmi anche quando non è fragoroso e incombente come l’Oceano Atlantico o percorso da mille rivoli e correnti come il Pacifico.
L’acqua a Paestum era limpida, la spiaggia meno affollata di quanto temessi. Ma credo di essermi disabituato a tanta gente perbene stravaccata in costume. Mi ha fatto male vedere tutte quelle signore in permanente che trascorrevano il tempo a fare acquisti dalle mani di ambulanti carichi come muli. Ed ho notato che ormai dalle nostre parti si è molto ampliato lo spettro dei venditori da spiaggia. Un tempo arrivava di tanto in tanto un gelataio, solitamente baffuto, che si annunciava con fischietto bitonale, o qualche nordafricano generoso di candidi sorrisi e ricolmo di teli e collanine; poi nulla più. Di tanto in tanto ci si poteva perfino godere in pace lo sciabordio delle onde ed il brusio dei vicini. Ora è tutto un andirivieni incessante di venditori pronti a offrire la loro merce a prezzi che garantiscono imbattibili: scultoree principesse senegalesi e bei giovani pachistani che distendono patacche luccicanti al sole come gemme rare; marocchini che spacciano cd falsi; cinesi che smelciano cineselìe; strasudati conterranei che danno cocco congelato per cocco fresco ed africani sovraccarichi all’inverosimile che sembrano implorarti di liberarli dal loro giogo o, per lo meno, diminuirne il peso. Ce ne sono persino di quelli che portano appesi ad un’asta di due o tre metri mobili e sculture di finto ebano o giocattoli di plastica variopinta; li ho visti fare con difficoltà manovra tra le sdraio e gli ombrelloni, tra le imprecazioni dei bianchi sdraiati al sole con la segreta speranza di diventare neri come il carbone, o come il vu cumprà contro cui amano concentrare la loro malevolenza. E non manca neanche chi fa tatuaggi, henné, chiromanzia e riti voodoo. C’è di tutto. Più che in un mercato. Come se non si potesse arrestare neanche per un momento la corsa a consumare e lasciarsi vedere consumare dal proprio vicino di ombrellone. E ad acquisto fatto subito a digitare il numero degli amici rimasti a casa per raccontare quanti grani ha la collana, che sconto ci hanno fatto, quanto è buono il sorbetto di limone sciolto al solleone.
Molti bagnanti trattano malissimo gli stranieri. Confondono allegramente nomi, provenienze e continenti; li accusano di disturbo della pubblica quiete o li prendono in giro; li trattano come bestie da soma, ladri o accattoni. Ho visto anche la polizia municipale in pantaloncini e calzini bianchi mettere multe e sequestrare cd abusivi tra il plauso degli astanti.
Ma c’è anche chi li accoglie con spontanea amicizia. Ed ogni tanto si può vedere qualche ambulante stanco e spossato fare una pausa sotto un ombrellone amico come in un’oasi lungamente attesa. Qualcuno, ne sono certo, si innamorerà di loro e sarà disposto a fare follie. In fondo (ed anche in superficie), anche questa è la globalizzazione, baby.
giovedì, 22 luglio 2004
Pomigliano Jazz Festival 3
Come preannunciato torno a registrare qui le emozioni vissute al Pomigliano Jazz festival. E lo faccio a distanza di una settimana, quando le emozioni sono ormai già sedimentate.
La serata del 13 si è aperta con uno smagliante Ahmad JAMAL accompagnato da un’affiatata sezione ritmica (James Cammack al contrabbasso ed Idris Muhammad alla batteria) capace di seguire i suoi proverbiali passaggi dal piano al forte, dal silenzio all’incedere percussivo, dai grappoli di note alle melodie distese.
A seguire, una vigorosa ora di bel canto, ricerca e sana follia con Maria Pia DE VITO e Patrice HERAL (alle percussioni suonate con le mani e con la bocca, alla maniera dei rapper, con echi di India e di buon vecchio scat). Emozionante apertura e chiusura in omaggio a Bjork.
Ultimo evento della serata, Pippo MATINO e la tromba squillante e cristallina di Flavio BOLTRO.
Tra un concerto e l’altro mentre compravo una T-shirt arancione schocking della Jazzit (l'Italian Jazz Magazine edito da Luciano Vanni) mi sono intrattenuto a parlare con Stefania, la loro simpatica responsabile del marketing; continuavamo un discorso cominciato il giorno prima sul mercato jazzistico italiano e sulla difficoltà dei piccoli editori di farsi grandi. Quando sono andato via, lei mi è corsa dietro. Mi ha chiesto se me l’aveva poi data, la maglietta. Ho aperto la borsa sorridendo e le ho detto che sì, ce l’avevo lì dentro. A questo punto lei ha dischiuso il più gioviale dei sorrisi per dirmi che forse però non l'avevo pagata.
Non gliela avevo pagata. Tra lievi imbarazzi e spalancati sorrisi ho saldato il debito. Per farmi perdonare, le rinnovo da qui gli auguri: nell’ultimo giorno del Festival era il suo compleanno, festeggiato con una buona torta al cioccolato (una quasi caprese, mi verrebbe da dire).
Il giorno 14 è stato la volta del concerto più interessante e intenso di tutta la rassegna, la Suite Africaine di ROMANO - SCLAVIS - TEXIER (rispettivamente, batteria, ance e contrabbasso). Avevo già avuto modo di sentire dal vivo Romano, sempre bravissimo, ma sono stati i due francesi a impressionarmi: Texier, leggero, melodico e capace di suonare al contrabbasso note ed accordi di rara bellezza, e Scalvis, lirico ed espressivo sia al clarinetto basso che al sax soprano.
Niente male neanche gli altri due eventi della serata: il concerto di Peter NYLANDER (chitarrista svedese) e Francesco NASTRO (ottimo pianista locale) con ospite Don MOYE (il batterista dell’AEoC che è un habitué del Festival pomiglianese) ed il gustoso monologo teatrale di Tonino TAIUTI accompagnato dal tastierista Antonio FRESA.
Il 15, l’ultimo giorno (resistete!, se potete) si è aperto con A BAO A QU, un progetto ispirato alle creature immaginarie del Manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero (con una parentesi dedicata al minollo di Massimo Troisi e la Smorfia; ma a me è venuto da pensare a tutta una linea di archetipi fantastici che vanno dalle sirene mitologiche al sarchiapone di Walter Chiari). Francesco D'ERRICO, Marco CAPPELLI e Marco SANNINI, accompagnati dalla proiezione di disegni di un gruppo di bambini di Pomigliano, hanno suonato musiche suggestive ma poco originali (con un ampio raggio di echi che andavano da Metheny a Mangione e da Mangione a Rota) e scarsi spazi per l’improvvisazione (ma ormai è assodato che il jazz non è solo musica improvvisata). Ma hanno suonato bene.
Ha chiuso festosamente il festival Marco ZURZOLO col suo gruppo e due tammorrari di Madonna dell'Arco (mancavano, invece, per questioni di permessi negati, i preannunciati musicisti cubani del gruppo Bayamo Salsa Estrellas).
E tra la A di ABaoAQu e la Z di Zurzolo, si incunea il concerto più atteso: la new LIBERATION MUSIC ORCHESTRA di Charlie HADEN, condotta da Carla BLEY. E l'evento è stato all’altezza delle aspettative anche per me che custodisco gelosamente tutti i loro tre dischi più i Montreal Tapes dell’89. Consapevole di essermi dilungato molto oltre le abitudini di questo blog, aggiungo solo che tra i musicisti della nuova LMO si sono distinti Michael Rodriguez alla tromba, Tony Malaby al sax tenore e Miguel Zenon al sax alto. Ma erano bravi tutti ed è stato bello esserci.
domenica, 18 luglio 2004
Tra Sirio e Partenope
(nuova versione)
Sirio, sirena serena finché si innamorò, chiese agli dei una vagina, per lasciar penetrare quel marinaio greco nell'entroterra che sentiva fremere sotto il suo perfetto ombelico a forma di rosa.
Nettuno, eternamente irretito da quel canto che faceva cambiare di destino barche e naviganti, lasciò risuonare tre volte il suo tridente in fondo al mare e, per incanto, la trasformò davanti agli occhi attoniti dell’umano che l'aveva fatta innamorare.
Ma quando cercò di abbracciarla, il giovane marinaio si rese conto che la profumata pelle della sirena si era coperta di squame maleodoranti dal busto fino alla testa: dove prima campeggiavano i suoi floridi seni, c'erano ora due schifose branchie pulsanti; i suoi occhi a mandorla si stavano trasformando in esanimi palle di vetro e la spessa chioma si sparpagliava tra le onde in miriadi di fili di seta. Impazzito di dolore, il bel marinaio invocò gli dei affinché la facessero ritornare quella di prima e ripeté migliaia di volte l'antico proverbio che aveva sentito nel porto di Napoli: "Tirano cchiu doje zizze ca duciento marvizze."
Alla fine, il giovane morirà come muoiono gli uomini, l'eterna Sirio tornerà quella di sempre, e Nettuno continuerà ad accarezzarle i capezzoli e la chioma nera con le acque tiepide del suo grande mare.
gaetanovergara © 2003
Versione originale: Entre Sirio Y Partenope
giovedì, 15 luglio 2004
Parlami, apriti, dimmi tutto, sia bello o sia brutto, non importa. Voglio tutto quello che esce dalla tua bocca. Vomita, sfogati, sputa il rospo. Senza paura e senza veli. Senza peli sulla lingua né rossori. Parlami, inondami delle tue parole. Apriti, accarezzami col suono della tua voce e sferzami col peso delle tue accuse più volgari e dei tuoi pensieri più reconditi, quelli che non confessavi neanche a te. Dimmi tutto, senza paura di ferirmi o ferirti. Senza pregiudizi né pudore. Attendo trepidante un tuo responso. Pendo dalle tue labbra (in ogni senso), pronto a non profferire alcun altra parola fino al tuo prossimo segno di assenso. Vomita, parla su tutto e di tutto. Lascia uscire qualsiasi cosa ti nasca dentro. Liberati e sciogli la tua lingua preziosa. Sono qui per te, solo per te. Dai! Dimmi tutto, tutto, tutto. Voglio tutto quello che esce dalla tua bocca: siano anche bestemmie, rantoli, maledizioni o sputi. Voglio tutto quello che esce dalla tua bocca. Ma preferisco baci umidi e un bel pompino rivestito di velluto, mugugni e passione.
PJF 2 Tornerò domani, dopodomani, o dopo, o mai, a documentare il resto delle mie emozioni festivaliere. Per ora anticipo solo che ieri, la Suite Africaine di Romano - Sclavis - Texier ha regalato attimi di rara e folgorante bellezza, mentre il giorno prima i Tumulti di Maria Pia De Vito e Patrice Herald sono stati intensi, suggestivi e folli quanto basta.
martedì, 13 luglio 2004
Piccolo Spazio Pubblicità per il PJF
Ieri ho assistito alla prima serata del Pomigliano Jazz Festival.

Lo spettacolo è stato intenso e suggestivo. Tre concerti, di cui uno bellissimo di Enrico Pierannunzi dedicato a Fellini, con un interessante montaggio video di Raffele Di Florio fatto di frammenti cinematografici, foto e disegni che campeggiavano sulla testa dei musicisti.
L'esibizione di Pierannunzi & Co. riproponeva i brani del cd FelliniJazz eseguiti, su disco, da musicisti rinomati quali Kenny

Wheeler (alla tromba), Chris Potter (ai sassofoni), Paul Motian (alla batteria) e, al contrabasso, il grande Charlie Haden, cui peraltro, toccherà il compito di chiudere degnamente questo festival il giorno 15. Nessuno di loro accompagnava ieri il fantasioso pianista romano. Tuttavia, il quintetto tutto italiano che si è esibito a Pomigliano non faceva rimpiangere la mancanza di cotanti artisti internazionali. Precisa e swingante la sezione ritmica (Enzo Zirilli ed Ares Tavolazzi alla batteria ed al contrabasso), eccezionali i due sassofonisti: Emanuele Cisi (sax tenore e soprano, concentrato, intrigante e sinuoso nelle ballad) e Rosario Giuliani (sax alto e soprano, talentoso e dotato di un bel suono, ma sanguigno, plateale e corporale negli intervalli free). Alto livello di interplay tra tutti i membri del quintetto (salvo qualche colpo perduto alle percussioni). Bellissime le musiche di Nino Rota e Luis Bacalov ed i due lirici brani scritti appositamente per questo progetto da Enrico Pierannunzi (“Cabiria’s dream” e “Fellini’s waltz”).
Ieri sera, mentre suonavano Il Bidone, c’è stata una abbondante pioggia, ma io ed i miei amici siamo rimasti indefessi seduti a gustarci la musica. Poi alla fine del brano, come per magia, è tornato il sereno. Fine del Bidone, danza esorcistica perfettamente riuscita.
Fa niente che stamattina mi sono svegliato con un leggero mal di gola; stasera andrò ugualmente a sentire Maria Pia DE VITO e Patrice HERAL, Ahmad JAMAL e la band di Pippo MATINO con Flavio BOLTRO alla tromba.
Ieri, niente male neanche l’esibizione gorni-krameriana della band di Aurelio Tortora e Tonino Esposito (sessantenne fisarmonicista stabilito a New York ma originario di Pomigliano) ed il megagruppo multiculti di Don MOYE, Baba SISSOKO e Maurizio CAPONE.
L’organizzazione ineccepibile del festival, giunto ormai alla IX edizione, merita interesse crescente. Ed i concerti sono tutti gratuiti.
domenica, 11 luglio 2004
Cipro. Pigmalione. Alcune migliaia di anni fa.
Maledetta Afrodite! Maledetto il giorno che ascoltasti il mio pianto e facesti di lei una donna vera... Maledetto il movimento lento della sua gamba destra sul busto eburneo ancora immobile di statuaria bellezza; e maledetto ancor di più il momento in cui la sua bocca nominò la prima parola: "Amore". Maledetto il senso di fuga perenne che ho sperimentato immediatamente, e immediatamente dopo il suo primo passo. Maledizione, maledizione e maledetto me che cerco ancora di farle assumere la stessa identica statica posizione dell'avorio che io plasmai. La statua che mi innamorò ora mi gira per casa e svolge volgari azioni quotidiane. La statua che mi innamorò ora non dura zitta e ferma per più di due minuti. Afrodite, la mia vita non vale quei due minuti. Maledetta! perché non senti ora che piango e piango ancor di più? gaetano vergara © 1992
domenica, 04 luglio 2004

I pittori fermano il tempo e ti invitano nel legno degli attimi dove gli impulsi agiscono eterni
I pittori fermano il tempo e ti invitano nel legno degli attimi dove gli impulsi agiscono eterni

gaetano vergara (c) 1986
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