La penna
La penna gli cadde di mano perpendicolare al pavimento, la punta dritta sul marmo come un sasso lanciato da un cavalcavia. La penna gli cadde come un dardo del destino che gli impedì di mettere su carta i suoi pensieri. La penna, la penna cadde all’improvviso e si spuntò bloccando sul nascere tutto il mondo che gli emergeva dalle dita in quel momento. La penna, la penna cadde giusto allora che sentiva tanta urgenza di trasformare in scrittura il groviglio di sentimenti che gli si avvolgeva intorno all’interno.
Lui sollevò immediatamente dal suolo quella penna caduta come un angelo dal cielo. La prese sporgendo tutto il busto inarcuato verso il pavimento e stendendo il braccio, il braccio destro, in tutta la sua estensione. E mentre tendeva la mano sentiva già i suoi pensieri spargersi al suolo, mischiando le parole alle parole; e vedeva accavallarsi le frasi e alterati i sensi del suo ragionamento.
La penna, la maledetta penna m’è caduta di mano impedendomi di scrivere questi pensieri. La penna, la penna è caduta all’improvviso ed ha troncato sul nascere la logica ed il senso del mio ragionamento.
Mento.
La penna era già a terra, quando cominciai a battere i tasti del mio computer per scrivere queste parole che avrei fatto meglio a non lasciare affiorare sulla punta delle mani che digitano i miei pensieri in forma di sassi appesantiti lungo il tragitto verticale che scende al suolo di questa calda domenica di Giugno.
Forse già non c’era più nessuna penna, in questo mondo.
gaetano vergara © 2004
MANICURE
Smise di mangiarsi le unghie e torturarsi la pellicina delle dita solo quando si sposò.
I primi anni furono bellissimi: le mani sempre curate, le unghie smaltate di rosa corallo, i capelli di tutto punto e la pelle profumata di glicine, sandalo e violette. Fu bellissimo, anche se la figlia bionda, rotonda e dalle mani affusolate che lei desiderava, tardava a venire; non veniva; pareva non volesse venire affatto.
Col tempo il leggero malessere montò in nostalgia, in malinconia, in vuoto; fino a sprofondarla nella più cupa disperazione e a ricondurle le mani in bocca; come fossero fatte della stessa materia delle tette, delle tettarelle o dei cazzi.
Col tempo, il marito rientrava sempre più tardi; talvolta se ne stava tutta la notte chissà dove, e lei, con lo sguardo fisso nel vuoto, sprofondava immobile nella poltrona di fronte alla finestra con l'indice e il medio stretti fra i denti. Ormai non profumava più di violette, la sua pelle non esalava afrori di sandalo e glicine; ogni giorno era sempre più trascurata nell'aspetto, nei capelli, nelle unghie e sulle mani. Ed il marito non le rivolgeva più la parola; e nemmeno uno sguardo.
Due anni dopo, fu un estraneo a fare le valigie ed andare via senza lasciare alcuna spiegazione, e lei riprese improvvisamente a gustare il senso di ogni cosa. Subito fu sopraffatta dalla sapidità di polvere, escrementi, cibo, epidermide e tabacco che si nascondevano nei recessi delle sue unghie. Quando le sfregava sull'apice dei denti, sembrava non ci fosse alcunché da sentire; ma appena la lingua andava a ripulire lo strato polveroso che si era attaccato tra gli incisivi e il molare, riusciva a distinguere perfettamente ogni profumo che le era passato per le mani nel corso del giorno. Soprattutto risentiva il sapore inebriante di sé stessa e precipitava nei ricordi di un'infanzia in cui si rivedeva sorridente, confusa e felice.
Ma presto si rese conto che non le bastava sfregare quegli artigli sugli incisivi inferiori. Se avesse voluto continuare con le sue visioni, avrebbe dovuto poggiare le unghie sui denti e dare piccoli, continui morsetti fino a sminuzzarle e polverizzarle, come quando era bambina. E così fece, inebriandosi di ricordi e visioni per diciassette giorni.
La prima volta che la vidi, era riversa sul pavimento priva di sensi, con la mano insanguinata distesa lungo il corpo. E nel vederla me ne innamorai di colpo, come attraversato da fulmine o saetta.
Le curai con amore la pelle e le falangi ormai del tutto prive di unghie. Me la cullai tra le braccia fino al risveglio. Le carezzai il viso e le leccai le dita ad una ad una.
Ora, mentre scrivo, lei ride con la mia sinistra in bocca e mi chiede di lasciare penna e fogli per poter riassaporare il gusto dell'indice della mia mano destra. Le chiedo di non strapparmi le pellicine tra i denti e butto via la penna
gaetano vergara © 1992-2004

Durante tutto questo pomeriggio che ormai volge già al tramonto avanzo intorpidito come un orso sul viale del letargo. Oppure, tanto per non impostare similitudini fuori stagione, dirò che mi trascino impigrito come se qualcosa o qualcuno avesse interrotto un lungo sonno che avrei voluto ancora lungamente dormire.
In realtà, (a parte l'animazione di questo disegnino) è tutto il giorno che non ho fatto niente; ma l’ho fatto molto lentamente.
[soundtrack of the day: Banco, Leave me alone, 1975]
I - Occhi Liquidi
La visione dell'acqua si trasforma immediatamente nei suoi ricordi, e i ricordi si fanno lacrime che bagnano i ricordi e offuscano la visione dell'acqua.
Alla fine berrà tutto in un solo sorso e getterà via il bicchiere.
II - La terrazza portoghese
Bevette d'un sorso tutto il bicchiere e lo lasciò cadere al suolo; lo sguardo perso nel mare.
L'acqua che toglie la sete può anche affogarti e prendersi la vita.
In un momento si vide galleggiare tra le onde e il cielo.
gaetanovergara © 2001-2004
Versiones originales:
DESDE UNA TERRAZA PORTUGUESA
y este inédito castellano:
OJOS LÍQUIDOS
La visión del agua se convierte inmediatamente en sus recuerdos, y los recuerdos se hacen lágrimas que bañan los recuerdos y ofuscan la visión del agua.
Al final se beberá todo el vaso de un solo trago, como un chubasco en un día de sol.