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domenica, 30 maggio 2004
Un orecchio sull’attualità del paese
Il cavaliere ha tuonato dal trono unico del suo magno congresso che lui non può sempre porgere l’altra guancia, anche perché ne ha solo due.
Beh, mi pare ragionevole, ma spero che d’ora in poi questa regoletta del tertius non datur trovi applicazione paro paro nell’animo dei suoi sudditi. Neanche noi ne abbiamo più di due, di palle, e quando si sono rotte, si sono rotte.
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P.s. Ieri ho ricevuto la lettera in cui l’amichevole Silvio mi chiede il suo voto.
Oggi sto pensando di riciclarne la busta con tanto di tariffa di affrancatura prepagata dal suo munifico mittente. In pratica, vorrei mandare quella stessa busta già affrancata ad un altro italiano, e dentro la busta vorrei immettere un messaggio antiberlusconiano ed i miei più cordiali saluti.
Ma bisognerebbe mettere meglio a punto l'azione di anti-propaganda...
Attendo consigli (o spiegazioni sull’eventuale impraticabilità del progetto).
mercoledì, 26 maggio 2004
interludio ludico letterario
I - Leggi (se ne hai la voglia) il seguente brano:
[…] che il libro si sbricioli in molecole e atomi passando tra atomo e atomo del cemento armato, scomponendosi in elettroni neutroni neutrini particelle elementari sempre più minute; attraverso i fili del telefono, che si riduca in impulsi elettronici, in flusso d'informazione, squassato da ridondanze e rumori, e si degradi in una vorticosa entropia. Vorresti gettarlo fuori della casa, fuori dell'isolato, fuori del quartiere, fuori del comprensorio urbano, fuori dell'assetto territoriale, fuori dell'amministrazione regionale, fuori della comunità nazionale, fuori del mercato comune, fuori della cultura occidentale, fuori della placca continentale, dall'atmosfera, dalla biosfera, dalla stratosfera, dal campo gravitazionale, dal sistema solare, dalla galassia, dal cumulo di galassie, riuscire a scagliarlo più in là del punto in cui le galassie sono arrivate nella loro espansione, là dove lo spazio-tempo non é ancora arrivato, dove lo accoglierebbe il non-essere, anzi il non essere mai stato né prima né poi […]
II - Prova a rispondere a questo test del cacchio
Scegli l'opzione giusta:
sabato, 22 maggio 2004
L'ultima alba
Dopo la millesima notte, Shariar fece un lungo sbadiglio e si alzò in piedi. Sherazad si avvicinò senza dire una parola e gli sollevò lentamente il caftano di preziosa seta dorata. Il sultano si arrestò sorpreso. Lei, in ginocchio, gli appoggiò la bocca tra le gambe e cominciò a leccare e mordicchiare.
Non ci volle molto per distendersi ed abbandonare ogni resistenza. Solo un attimo dopo, Shariar stava scarmigliando i capelli di Sherazad e le stringeva la testa in attesa di dare corso al culmine del suo piacere. Al ritmo imperioso delle mani del sultano, la giovane donna muoveva la lingua con sapienza senza raccontare nessuna storia. Come avrebbe potuto, ora, con la bocca piena di liquido perlaceo ed il cuore che palpitava impazzito tra il cervello e le cosce umide?
(Forse se non si fosse lasciata andare al gusto di andare fino in fondo, sarebbe stata lei stessa a raccontare da Oriente a Occidente la sua storia. Forse se avesse saputo interrompersi un momento prima, il crudele sultano non avrebbe ordinato al visir che desse morte alla sua cara figlia, la prima, la più bella e savia, la seducente e immaginativa Sherazad. Forse se avesse saputo aspettare, questo racconto avrebbe potuto continuare per mille e una notte ancora).
Versione originale spagnola: "Antes del Amanecer"
gaetanovergara © 2002
martedì, 18 maggio 2004
HIT PARADE
Siccome non aveva niente da dire, cominciò a fischiettare, ma lo fece cosi bene che finì primo in classifica.
gaetanovergara © 2004
sabato, 15 maggio 2004
La Bella e il Libraio
Chi era quella donna? Cosa faceva lì fuori? Perché da tre giorni entrava e usciva dai miei sogni e si affacciava nei miei pensieri? Qualunque voce femminile si introducesse nel negozio pensavo fosse la sua. Ad ogni rumore sussultavo e immaginavo di vedermela di nuovo di fronte - perché a me sembrava che fosse sempre fuori dalla libreria, e più di una volta l'ho presentita sul punto di entrare. Ma ogni volta era come se qualcosa la bloccasse là fuori. Credevo di scorgerla tra le sagome indistinte delle persone impalate alla fermata dell'autobus. La intravedevo tra la folla trascinata sui marciapiedi del corso. La vedevo, la vedevo per davvero, mentre passeggiava distratta sul marciapiede della libreria. Da tre giorni, ogni mattina, per un'ora o due, lei non faceva altro e io non facevo che guardarla. I clienti mi chiedevano l'ultima uscita di quell'autore tedesco di cui non ricordo il nome, quello che ha scritto quel romanzo sull'olfatto; qualcosa sull'allevamento delle lumache; un libro adatto a un bambino di otto anni che non gli piace leggere e guarda solo la televisione; l'ultima uscita del comico di turno e un bel classico di quelli che vanno bene anche sulla spiaggia. E io li servivo senza proferire parola. Buttavo il libro nella busta bianca, battevo cassa, indicavo il prezzo, prendevo i soldi e davo il resto (nessuno viene mai coi soldi contati, pagano sempre con biglietti da cinquanta e cento, quando non vengono con quelle odiose carte magnetiche): facevo ogni gesto automaticamente e senza pensare mentre controllavo il ritmo lento dei suoi passi; poi, appena i clienti stavano per imboccare la porta di uscita, mi veniva di chiamarli per conversare con loro di lei: domandare se sapevano chi fosse e cosa facesse, chiedere un'impressione e un giudizio, spiegare che era lì da tre giorni, o perlomeno erano tre giorni che l'avevo notata e che lei passava e spassava fuori dalla libreria per un paio d'ore, come se volesse entrare; ma poi non entrava e svaniva come in un sogno. Avrei voluto anche confessare a qualcuno che erano due notti che la sognavo e non pensavo ad altro. Avrei voluto che le riferissero l’interesse e la fulminea devozione che provavo per lei. Ma non ebbi il coraggio di parlarne con nessuno, e continuavo a interrogarmi da solo.
La notte del terzo giorno cominciai a frullare ipotesi e a raccoglierle sui piccoli foglietti gialli che usavo per i conti e le prenotazioni. Al quarto giorno lei scomparì. Ma io continuai a interrogarmi. Fu così che buttando giù supposizioni e progetti diventai da libraio scrittore. Ed ora ricordo di lei solo le mie parole.
gaetanovergara © 1992-2004
sabato, 08 maggio 2004
Trappole Omeriche
Ingannò i troiani col suo cavallo di legno; intontì Polifemo coi suoi giochi di parole; schivò le sirene con la forza dell’ingegno. Navigare, navigare, solo voleva navigare. Nessuno poteva fermarlo, nemmeno Calipso in sette anni di ozio e amore; nessuno, né gli artifici degli uomini né la volontà degli dei. Eppure, quando Circe lo lasciò entrare nel suo culo, lui se ne restò per dodici mesi intrappolato; e noi a pensare che il viaggio sarebbe terminato lì, tra quelle gambe lascive. Ma no, a Itaca, a Itaca, doveva tornare a Itaca, dove la fedele moglie lo avrebbe irretito nella preziosa seta del suo tessuto fino alla fine dei giorni.
Versione originale spagnole: “Los amores de Odiseo”
gaetanovergara © 2003
giovedì, 06 maggio 2004
La vida es sueño (Riflessione del Principe Sigismondo)
Scoprii l’infinito in uno specchio che si moltiplicava in un altro specchio e riceveva moltiplicata la sua immagine aldilà di ogni capacità di percezione. Mi persi in quell’abisso vetroso nel capire che ogni cosa ha due lati e ogni lato ha due lati, ha due lati, ha due lati... Per semplificare la visione, gettai un telo su uno dei due specchi e cominciai a parlare nello stesso tempo in cui dall’altra parte quel riflesso mi gridava in faccia: "C’è vita aldilà di questo vetro, tu sei solo una pallida illusione". Quando l’altro tacque, restai immobile e lo guardai negli occhi. Lui mi fissava con uno sguardo di sfida in attesa di reazione. Il resto non so come sia potuto accadere. Da un momento all’altro, mi resi conto che stava per alzare un braccio, ma io fui più rapido. Con un pugno ruppi la sua prigione di cristallo e lo vidi sparire in un instante. Come se si fosse polverizzato. Mi girai e tolsi il velo dall’altro specchio. Ma lo trovai di nuovo lì, sotto la tela, ed ancora continuo a spiare ogni suo movimento. Affinché non possa accadere ancora.
gaetanovergara © 2003
Versione spagnola firmata Ravager
Altri vecchi specchi di questo blog
domenica, 02 maggio 2004
L'ULTIMO ENTRONAUTA (VII ed ultima parte)
[…]
Intanto cominciava a dimenticare, e mentre la luna già non riceveva più luce, si trovò di nuovo a scavare guidato da una forza che percepiva estranea. E scavò, e scavò, e scavò per sei notti e sei giorni, pensando solo alla terra che a ogni tocco cambiava colore. Sul fondo nero della fossa, gettò via la pala, si sputò sulle mani e camminò per undici ore seguendo sensazioni istintive e indistinte che lo trasportavano di cunicolo in cunicolo.
All'uscita della galleria, si sentì più felice che alla prima volta di ogni cosa e pensò che, ora sì, aveva imparato qualcosa, e benché fosse assai più leggero, doveva essere cresciuto di almeno due spanne...; eppure era sempre più debole e cominciava a vacillare sulle sue gambe scheletriche.
Improvvisamente gli venne in mente la Fame. Corse fuori di sé veloce come un'idea. Ritrovò il suo corpo vecchio e stanco immerso nel mare del suo sudore. Otto passi più in là c'era l'albero dei suoi frutti preferiti. Pensò di raggiungerlo, e ad ogni sforzo dimenticava i paesaggi di dentro. Si alzò. Ma camminando inciampò e inciampando morì.
Passarono nove lune prima che trovassero il suo corpo mezzo mangiato da topi e formiche.
[fine]
gaetano vergara © 1986
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